DIALOGUES SUR LE COMMERCE DES BLEDS
Giusta l’edizio princep
del 1770
dell' abate dott. Ferdinando Galiani
Circa il testo, non ho
da dichiarare altro se non che dell’edizione orìginale, cartonnée, ho
rispettato scrupolosamente grafia, interpunzione, insomma tutto, salvo gli
errori di stampa, sia quelli emendati nell’errata-corrige, sia altri sfuggiti a
Parigi ai revisori del testo - la D’Épinay, il Diderot e parzialmente il Grimm ‑
e che da Napoli vennero genericamente deplorati dall’autore. Ho dato, insomma,
un’edizione diplomatica. Intorno alle appendici illustrative è necessarto
qualche chiarimento più diffuso. Del commercio dei grani, considerato sotto
l’aspetto politico, il GALIANI, pure avendovi accennato nel Della Moneta (1751) e nell’opuscolo Della perfetta conservazione del grano,
pubblicato col nome del pistoiese napoletanizzato Bartolomeo Intieri (1754),
cominciò ad occuparsi ex professo a
Parigi nel 1764, e, nel primo momento, più che per altro, per dovere di
ufficio, cioè a causa della sua carica di segretario dell’ambasciata
napoletana presso la corte di Francia. Due avvenimenti storici lo indussero
a studiare la vessata questione. L’uno fu la fiera carestia che afflisse il
Mezzogiorno d’Italia dagli ultimi mesi del 1763 sino al raccolto del 1764: una
carestia a cui tennero dietro, per un verso e per alcuni mesi, una preoccupante
cpidemia, derivata dalla carestia stessa, e, per un altro verso e per una
decina d’anni, un’aggrovigliata controversia internazionale, suscitata da certo
grano commesso dal governo napoletano a Marsiglia e divenuto oggetto di frodi
d’ogni sorta. L’altro avvenimento, ancora più importante, fu la pubblicazione
dei due editti famosi di Luigi XV, dei quali il primo (1763) consentiva in
Francia la libera circolazione del frumento tra provincia e provincia, l’altro
(1764) concedeva di esportarlo liberamente anche all’estero.
I documenti galianei
relativi all’uno e all’altro avvenimento sono:
1. le lettere
del GALIANI al ministro marchese Tanucci per l’anno 1764;
2.
Un’amplissima relazione di ben centoundici pagine manoscritte, compilata dal
GALIANI nel 1772 col titolo Istoria vera
della controversia dei grani di Marsiglia scritta da persona ben informata, col
parere sulla giustizia delle pretensioni delle parti litiganti;
3. Una
molto più breve relazione anch’essa manoscritta, redatta dal GALIANI sul cadere
del 1765 e presentata in Napoli all'anzidetto Tanucci col titolo Storia
dell’avvenuto sugli editti del libero commercio de’grani in Francia promulgati
nel 1763 e 1764.
Gli scritti citati coi
numeri 2 e 3 non solo son totalmente inediti, ma eran sin qui affatto
sconosciuti. Circa poi le lettere del GALIANI al Tanucci, gli autografi,
insieme con i loro molti e preziosi allegati, andaron purtroppo distrutti nel
rogo nefando a cui i tedeschi in ritirata condannarono i documenti più preziosi
dell’Archivio di Stato di Napoli. Di esse, precedentemente, erano state
pubblicate scelte parziali e non eccessivamente felici; e, inoltre, nel 1903 e
anni seguenti, io, nel farmi editore nell’Archivio storico per le province
napoletane, e per incarico ricevutone dalla Società Napoletana di Storia
Patria, delle lettere del Tanucci al GALIANI riferii, integralmente o per
riassunto, soltanto quei brani delle lettere galianee che giovassero a chiarire
questo o quel punto oscuro delle ispide epistole del Tanucci. Sicché, per una
buona metà, le tutt’altro che ispide, anzi non men divertenti che istruttive
lettere del GALIANI al Tanucci restarono ancora inedite. Ciò vuol dire che la
summentovata distruzione degli autografi sarebbe stata irreparabile, qualora
una compiuta sebbene non sempre corretta copia ottocentesca di essi non fosse
venuta, in questi ultimi tempi, per dono munifico degli eredi del senatore
Augusto Pierantoni, ad arricchire le tanto decimate collezioni dell’Archivio di
Stato napoletano. Quanto desidererei compiere oggi il lavoro inverso a quello a
cui, non per mia iniziativa, attesi più di mezzo secolo fa! Quanto volentieri,
cioè, pubblicherei per intero tutte le lettere del GALIANI al Tanucci e mi
servirei di quelle di quest'utimo esclusivamente per chiarire i rari punti
oscuri delle missive del suo delizioso corrispondente! Comunque, si troverà
ovvio che l’Appendice prima rechi uno spoglio sistematico dei passi che nelle
lettere del GALIANI al Tanucci si riferiscono sia alla carestia napoletana del
1763-64, sia agli editti francesi summentovati. Così la sua lunghezza eccessiva
e anche il suo carattere alquanto avvocatesco[1] non inibissero di dar
per intero, nell’appendice seconda, l’Istoria
vera de’grani di Marsiglia, e costringessero a trascriverne soltanto le
pagine iniziali e a soggiungere, in corpo più piccolo, non altro che un
riassunto del resto, non senza tuttavia intercalarvi due piccoli brani
testuali. A proposito dei quali, sarà bene tener presente che nel 1759 il
Tanucci aveva da Napoli mandato il GALIANI a Parigi con la carica
apparentemente modesta di segretario dell’ambasciata napoletana, ma col segreto
incarico, tutt’altro che modesto, di sostituirsi, senza farlo parere, nella trattazione
degli affari più importanti e delicati, a quella vera e propria nullità ch’era
l’ambasciatore titolare conte di Cantillana. Da che consegue che quanto, nell’Istoria vera, viene attribuito o,
genericamente, all’ambasciata napoletana o, specificamente, al Cantillana, del
quale è intercalato altresì un elogio molto pomposo, fu effettivamente opera
del GALIANI stesso. Del quale - data la tanto maggiore brevità e dato altresì
il tanto maggiore interesse del numero 3 - è ovvio che nell’appendice terza venga
pubblicata per intero la Storia
dell'avvenuto sugli editti del libero commercio de’grani in Francia. Nel
leggere quest’ultima e le lettere galianee, si proverà una sorpresa: che, di
fronte a codesto libero commercio e all’abate Morellet, che finirà col
divenirne il pìù fanatico e battagliero sostenitore, il GALIANI aveva assunto,
per lo meno sino al 1765, un atteggiamento, se non proprio opposto a quello
manifestato dal Dialogues, per lo
meno profondamente diverso. A che cosa mai è da attribuire un così radicale
cangiamcento di opinione, maturatosi dal decembre 1766, data del ritorno di lui
da Napoli a Parigi, al novembre 1768, tempo in cui quelli che saranno concetti
direttivi dei Dialogues venivan già
esposti oralmente dal Nostro nei salotti letterari parigini e, in modo
particolare, in quelli, a lui più cari, della signora d’Épinay e del barone
d’Holbach? Può darsi che a tal riguardo non restassero del tutto senza
efficacia un viaggio che nel 1767 il GALIANI compì a Londra e la vita in comune
che, per qualche settimana, egli condusse lassù col suo ospite e amico
carissinio, cioè col marchese Domenico Caracciolo, ambasciatore napoletano
presso la Corte inglese e non secondo a lui nella visione ultrarealistica della
vita in gencre e di quella politica in ispecie. Senonché, a parer mio,
l’accento va fatto battere sulla crescente avversione suscitata non soltanto
nel Nostro, ma altresì nei suoi amici enciclopedisti, e segnatamente nel
Diderot e nel Grimm, dall’astrattismo di quegl’irritanti sostenitori a oltranza
del più incondizionato liberismo economico, quali si vennero sempre più
manifestando, a prescindere dal loro fondo di ragione, coloro che i
contemporanei e, con essi, il GALIANI chiamavano economisti, e a cui noi
diamo il nome di fisiocrati. Un’astrattismo, nel quale
si direbbe tanto più che il GALIANI fiutasse la futura mentalità giacobinica,
in quanto proprio lui, scrivendo il 13 ottobre 1770 alla d’Épinay, parlerà dei
fisiocrati come d’un troupeau d’économistes qu’on peut noyer dans un
crachat, et qui cependant formeront une secte puissante, et peut-être une
religion, parce qu’ils sont tristes et absurdes, et tant soit peu inclinés à
cette sédition qui doit, dit-on, rétablir l’égalité des conditions. Impossibile, dunque,
che contro quell’astrattismo non finisse col reagire chi, come lui, aveva. da
buon napoletano, l’occhio fiso sempre al concreto; e reagire nella guisa che
gli era consueta, vale a dire ragionando, sì, a fil di logica, ma, al tempo
medesimo scherzando, barzellettando e segnatamente canzonando. Comunque, a
passare il Rubicone, ossia a prendere apertamente partito contro i fisiocrati,
il GALIANI non si risolverà, se non, conforme s’è detto, nel novembre 1768,
che, pertanto, può essere additato come il dies
a quo in cui, dopo vive premure non solo del Diderot, del Grimm e della
signora d’Épinay, ma altresì del barone d’Holbach, venne iniziata la stesura
dei Dialogues.
Ai documenti relativi a codesto periodo, per dir così, d’incubazione è
consacrata la quarta appendice, comprendente:
a) Un secondo spoglio del carteggio
GALIANI-Tanucci;
b) Brani di due lettere del Diderot a Sofia
Volland;
c) Un accenno al d’Holbach in una lettera del
GALIANI alla d’Épinay.
Sembra
che, nella mente dell’autore, i Dialogues
dovessero esser nove. Senonché egli aveva terminato appena di compiere la
redazione definitiva del settimo, quando il 29 maggio 1769 da Napoli, invece
della consueta lettera confidenziale e amichevole del Tanucci, gli giungeva
questo lugubre dispaccio ufficiale, sottoscritto, senza nemmeno un rigo di
saluto, dal medesimo Tanucci: È volontà del re che V. S. Ill.ma, fra quattro
giorni dal ricevere questo dispaccio, esca da Parigi per portarsi a Napoli al
suo destino di Consigliere del Magistrato del Commercio. Glielo prevengo nel real
nome, perché così eseguisca. Ben si conosce che a motivare codesto
improvviso richiamo a Napoli fu un errore diplomatico commesso, più che dal
GALIANI, dal Tanucci o, se non altro, dal GALIANI nel farsi interprete ed
esecutore delle direttive generali della politica, sostanzialmente
antifrancese, del Tanucci stesso. A ogni modo, i soli quattro giorni di
respiro divennero, nel fatto, circa trenta: di che il GALIANI approfittò per
porre in carta, «en sanglotant», com’egli scriverà alla d’Épinay, l’ottavo
dialogo (non anche il nono). Dopo di che, il 25 giugno, partì, affidando al
Diderot e alla d’Épinay[2] tutta una serie
d’incarichi relativi al, come chiamava i Dialogues,
suo enfant posthume: rivedere sotto gli aspetti ortografico e letterario
il manoscritto autografo; chiedere alla polizia un censore e spronar costui a
far presto; trovare un editore disposto, come ad affrontare le spese di stampa,
così a compensare l’autore con cento luigi; correggere infine due e tre volte
le bozze di stampa. Più o meno conosciute, intorno a tutto ciò, eran sinora le
lettere del GALIANI alla d’Épinay
dal luglio 1769 a tutto il gennaio
1770: per contrario, più o meno sconosciuti, anzi spesso totalmente o
parzialmente inediti, sono ancora, intorno al medesimo argomento, altri
documenti epistolari rientrati nel medesimo periodo, quali le lettere inviate
al GALIANI principalmente dalla d’Épinay[3], più ancora dal
Diderot[4], dal d’Holbach, dal
Grimm e dallo stesso luogotenente di polizia, da cui dipendeva anche la censura
preventiva della stampa, cioè dal De Sartines, ben noto non solo agli studiosi
della storia di Francia, ma altresì ai lettori dei Mémoires di Giacomo Casanova. Documenti tutti che, nei brani
relativi alla revisione e alla stampa dei Dialogues,
son raccolti ncll’appendice quinta. A questa ne segue una sesta, intorno alla
quale è necessario consacrare men breve discorso. Oltre cinquant’anni fa Gaston
Maugras - lo studioso che, tra l’altro, nel 1881, aveva curato insieme con la
signorina Luce Herpin[5], la più ampia delle
quattro edizioni della Correspondance
francese del GALIANI - mi scrisse da Parigi d’essere venuto in possesso
dell’autografo galianeo dei Dialogues:
autografo che nel 1783 la d'Épinay, morendo, aveva lasciato, insieme con quelli
delle lettere del GALIANI, al Grimm, e che, pertanto, aveva subito le
medesirrie vicende fortunose delle carte di quest’ultimo, scappato da Parigi
durante la Rivoluzione
e morto poi vecchissimo nella sua Germania nel 1807. Ignoro attraverso quali
trapassi l’anzidetto autografo sia da alcuni anni venuto in possesso della
Harvard University, a Cambridge, nel Massachusetts. Certo è che un bel giorno,
dopo un nutrito carteggio con me, mi si presentò l’ora dottore in filosofia
Philip Koch: un giovane nel quale la vivezza dell’ingegno e l’amore per il
lavoro son pari alla simpatia grande che emana dalla sua persona, e che per
mesi, a casa mia, nella Biblioteca Nazionale, in quella della Società
napoletana di storia patria e nell’Archivio di Stato, si consacrò anima e corpo
a studiare i Dialogues e il loro
autore. Circa due anni fa (1957), egli, dopo aver proseguito le sue fatiche
galiance a Parigi e, naturalmente, nell’università americana di cui era stato
sin allora studente, mi mandò da laggiù, con una dedica quanto mai affettuosa,
un voluminoso dattiloscritto dal titolo FERDINANDO GALIANI’S Dialogues sur
le commerce des bleds: a critical edition of the autograph mauiscript:
edizione che ha trovato nel dottor Koch, che vi ha premesso altresì
un’eccellente introduzione di circa duecento pagine, un recensore che ha atteso
alla lunga, paziente, gravosa fatica con diligenza, minuziosità, perizia
veramente esemplari. Pertanto ai rapporti intercedenti tra l’editio Princeps del 1770 e codesta critical
edition del Koch ho consacrato appunto la sesta appendice, esibente uno
spoglio sistematico delle loro varianti non meramente formali. Senonché, prima
di passare oltre, occorre, proprio a proposito di questa sesta appendice, porre
e tentar di risolvere una questione preliminare. L’edizione Koch - è da
chiedere - esibisce il testo mandato in tipografia ed emendato, sia pure
ampliamente, sulle bozze di stampa, dalla d’Épinay e dal Diderot? ovvero essa
non ci offre se non un abbozzo, quasi tutto rifatto in una posteriore e oggi
perduta redazione manoscritta, che, nel separarsi da Parigi, il GALIANI lasciò
nelle mani della d’Épinay, perché ella e il Diderot, rivedutala e fattala porre
al netto, ne curassero la composizione tipografica? O, per riproporre la
medesima domanda in termini diversi: i rapporti che corrono tra l’edizione Koch
e quella del 1770 sono più o meno analoghi a quelli intercedenti tra la prima
edizione del 1827 e la seconda del 1840 dei Promessi
sposi? Ovvero fra i due testi si scorge, se non altro parzialmente, quella
distanza tanto maggiore che separa la prima edizione del grande romanzo
dall’abbozzo conosciuto col titolo di Fermo
e Lucia? A me sembra che, meno e talora molto meno per l’ultimo dialogo,
del quale, anzi, si può essere quasi sicuri che no, più e talora molto più, per
i primi sette, si debba aderire alla seconda ipotesi. Ed ecco perché.
Anzitutto, nell’edizione del 1770 interlocutori dei Dialogues sono il marquis de Roquemaure, al secolo
Marcantonio marchese di Croismare[6]; 1’altro francese president
de *** du P. de B., ossia il giovane magistrato Armando Baudouin de
Guémadeuc[7]; infine l’italiano
cavalier Zanobi, nel quale l’autore impersonò se medesimo. Orbene,
nell’edizione Koch questi tre nomi cominciano a comparire soltanto dall’ottavo
dialogo. Per converso, nei primi sette, la parte dell’obiettante, che finisce
ogni volta col riconoscere il proprio torto - parte che nell’edizione del 1770
è affidata al Roquemaure - è assegnata al francese chevalier de Painmollet;
quella, per dir così, di giudice di campo, non ancora al Président,
bensì al francese monsieur de Painbis; e alla parte di confutatore e
trionfatore o, ch’è lo stesso, a impersonare il GALIANI, attende, sì, un
italiano, ma recante non ancora il nome di cavalier Zanobi, bensì l’altro[8] di «marquis de
Frangipane». In secondo luogo, si voglia por mente ai documenti epistolari
raccolti nell’appendice quinta. Il Diderot scriveva tra
l’altro: Le manuscrit a été copié; la copie lue et relue avec le scrupule de
l’amitié; et l’ouvrage présenté au libraire. Dunque, in tipografia venne mandato non il
manoscritto lascìato dal GALIANI alla d’Épinay, bensì una copia esemplata a
Parigi dopo la partenza di lui. Da chi? Con Probabilità tanto maggiore
dall’abate Mayeul, segretario della d’Épinay[9], in quanto proprio di
codesto abate Mayeul il GALIANI, quando dimorava ancora sulla Senna, s’era
servito talora come di amanuense. La lettura e la rilettura di codesta copia,
una con gli emendamenti che vi furono introdotti, vennero compiute, secondo
informa la d'Épinay, da lei e dal Diderot in una giornata sola. Durante quella giornata - soggiungeva la buona signora -, nous nous
sommes enfermés le philosophe et moi, et depuis onze heures du matin jusqu’à
minuit, nous avons lu et corrigé avec le plus grand soin. Senonché, anche
ammesso che a quella faticaccia i due attendessero dieci o undici ore[10], basta pensare che
nell’edizione del 1770 la copia rivista da loro occuperà ben 314 pagine per
convincersi che gli emendamenti introdottivi non poterono essere né moltissimi,
né, soprattutto, molto estesi, se pure essi non vennero circoscritti
esclusivamente al dialogo ottavo. «Vos éditeurs -
assicurava ancora la d’Épinay - ne sont pas aussi gauches pour faire des
corrections importantes à votre ouvrage. Tout cela se reduit à la valeur d’une
correction de fautes d’orthographe …, votre ouvrage est resté dans toute sa
pureté. Dunque, oltre la correzione di codesti errori ortografici, i due éditeurs
avranno gallicizzato gl’italianismi nei quali incappava spesso il GALIANI e
introdotto magari altri piccoli cangiamenti di forma: ma il manoscritto
lasciato dall’autore a Parigi restò, nella stampa, sostanzialmente inalterato.
Di che s’ha una conferma nell’impressione provata dal GALIANI nel rileggere a
Napoli l’opera nell’edizione del 1770. J’y
ai trouvé peu de changements, mais ce peu fait un très grand effet. ‘Un rien
pare un homme’: j’en remercie les bienfaiteurs.
Posto
ciò, come spiegare che, di fronte al testo rappresentato dall’edizione Koch,
l’edizione del 1770 presenta larghe aggiunte, larghe espunzioni e ogni altra
sorta di varianti di pensiero? e che quelle meramente formali son tali e tante
che, se si volessero additar tutte, converrebbe forse meglio dare i Dialogues due volte? In un modo solo:
supponendo che la copia rivista dal Diderot e dalla d'Épinay e consegnata al
tipografò venisse esemplata, se non altro per i primi sette dialoghi, non già
sulla redazione o, piuttosto, abbozzo rappresentato dall’edizione Koch, bensì,
su una seconda redazione stesa dal GALIANI medesimo, il quale, nell’attendervi,
oltre che render la lezione più perfetta dové introdurre nel testo per lo meno
la maggior parte delle aggiunte ed espunzioni indicate nell’appendice sesta.
Una prova parziale di tutto ciò è fornita proprio dall’appendice sesta. Parziale,
perché ripeto, le varianti raccolte in questa sono esclusivamente quelle di
pensiero. Ma, perché nessun dubbio sussista al riguardo, ecco, qui appesso,
quattro specimina comparativi, esibenti altresì tutte le varianti meramente
formali. Tre si riferiscono ad alcuni tra i primi sette dialoghi; uno
nell’ottavo. Ciò, perché si scorga quanto in questo la lezione definitiva sia
men lontana da quella del primo abbozzo. Donde la possibilità o probabilità che
quest’ottavo dialogo non venisse riscritto dall’autore, e che, pertanto, nel
ricopiarlo, si tenesse presente per l’appunto l’abbozzo rappresentato
dall’edizione Kock.
![]() |
madame d'Epinay |
PRIMO SPECIMEN
(dal primo dialogo)
pag. XIX
SECONDO SPECIMEN
(dal quarto dialogo)
pag. XX
TERZO SPECIMEN
(dal quinto dialogo)
pag. XXII
QUARTO SPECIMEN
(dall’ottavo dialogo)
pag.
XXIII
Chiarimenti
molto più brevi occorrono intorno alle appendici VII-1X, contenenti documenti
editi e inediti relativi a quella che, subito dopo la pubblicazione, fu la
fortuna dei Dialogues. Nell’appendice
settima sono stati raccolti, e, quando occorresse, postillati, giudizi recati
sull’opera dal Voltaire, dai due Necker[11], dal Turgot, da
Alessandro Verri, dal Fréron o, più esattamente, nella rivista del Fréron,
dall’imperatrice di Russia Caterina II e da qualche altro russo, dal Mercure
de France, da due innominati, da quattro spagnuoli più o meno
pariginizzati, da un medico italiano e un numismatico francese, dal Diderot,
dal Grimm. Nell’ottava, laddove vengono ricordati quasi soltanto di volo gli
scritti dei quattro fisiocrati che, con la maggiore virulenza e talora
insolenza, scesero in campo contro il GALIANI sono stati raccolti i pochi
ragguagli superstiti, editi e inediti, della Bagarre: risposta satirica che il GALIANI stese via via contro uno
dei quattro e della quale inviò anche alla d’Épinay le varie puntate del
manoscritto, ma che, non pubblicata, come si voleva, per ragioni politiche,
finì con l’andar dispersa. Circa la nona appendice, essa esibisce tutt’i
documenti relativi alla più risonante tra le non poche polemiche suscitate dai Dialogues, e della quale, appunto perché
più risonante, non era possibile sbrigarsi, allo stesso modo delle altre, col
semplicemente accennarvi nell’ottava appendice. Mi riferisco alla polemica
GALIANI-Morellet. A prescindere dalla tanto verbosa quanto noiosa Réfutation de l’œuvre qui a pour titre «Dialogues sur le commerce des bleds»,
scritta in fretta e furia dal Morellet nelle prime settimane del 1770, già
tutta stampata, e anche a spese dell’autore, nel marzo successivo, ma, per un veto del Terray, non pubblicata prima
del 1774, dei documenti relativi a quella logomachia eran, sin qui, più o meno
noti una lettera del Diderot al De Sartines e una del GALIANI al Morellet, che
dal contesto appare replica ad altra del medesimo Morellet. E proprio codesta
lunghissima ed ineditissima lettera morellettiana, serbata tra le carte
galianee, costituisce il pezzo forte, come usa dire, della nona
appendice. Così fosse venuta fuori anche una precedente lettera del GALIANI al
Morellet e della quale questa del Morellet è a sua volta risposta. Senonché Panurge,
conforme dai suoi canzonatori parigini era stato soprannominato
rabelaisianamente il bilioso abate francese, non volle consentir mai ad alcuno,
nonché di prender copie di quell’epistola, soltanto di vederla; e il risultato
è stato (o sembra sia stato) ch’essa è andata dispersa. Più volte, poi, il
GALIANI manifestò il desiderio che in una seconda edizione dei Dialogues fossero date altresì talune
sue lettere al Suard e al Baudouin, nelle quali eran chiariti questo o quel
punto dell’opera ch’erano o potevano apparire oscuri. Desiderio sodditisfatto
nell’appendice decima, nella quale - premesso un paragrafo relativo al
D’Alembert - ho anche aggiunto le o non ancora raccolte o inedite lettere del
Suard e del Baudouin, alle quali il GALIANI risponde e che, com’è ovvio,
rendono a lor volta molto più chiare codeste risposte stesse. Anzi, poiché il
Baudouin è, senza averlo saputo mai, il Président dei Dialogues, e poiché di lui si conosce
molto poco, m’è parso bene far seguire a qualche cenno biografico una lettera
della d’Épinay che lo dipinge al vivo. Al contrario, ho creduto superfluo
consacrare una particohlare appendice all’altro interlocutore dei Dialogues, ossia al marquis de
Roquemaure, dal momento che un profilo del Croismare fa parte dei miei Amici e corrispondenti francesi dell'abate
GALIANI. Nell’undecima appendice, premessi brani di lettere scambiate tra
il GALIANI e il De Sartines[12], ho ripubblicato,
sull’edizione della Correspondance
galianea curata da Eugenio Asse, un mémoire,
che, concernente proprio il commercio dei grani e non senza riferimenti ai Dialogues, il Nostro aveva fatto tenere
nel 1770 appunto al De Sartines, non senza inviarne, al tempo stesso, una copia
alla d’Épinay: copia, che, trovata tra le carte di lei, fu pubblicata
primamente nel 1818. Con ciò, Mi sembra d’aver premesso tutto quanto era da
premettere da chi, nel presente volume, non ha voluto essere altro che
rieditore dei Dialogues e rieditore e
talora primo editore d’un certo numero di documenti utili a mostrar la genesi,
la composizione letteraria e l’immediata fortuna di quel libro. Che se poi mi
si chiedesse di ergermi quasi a giudice di campo nella violenta offensiva
scatenata dal GALIANI contro i fisiocrati, dovrei rispondere che, quanto meno
sul piano strettamente economico, proprio non potrei. E non potrei, perché mi
manca: un’adeguata preparazione precisamente nelle scienze economiche[13]. Senza dubbio,
cosiderando i Dialogues dal diverso
punto di vista dell’orientamento generale, potrei ben soggiungere che, quanto a
finezza d’ingegno, spirito, arguzia, capacità letteraria e segnatamente
polemica, ampiezza e varietà di cultura, senso politico e, consegunza di
questo, spregiudicata e realistica visione delle cose umane, ecc. ecc., il
GALIANI superava di molti cubiti i suoi avversari. Ma vi sarebbe proprio
bisogno d’insistere su cose del genere, le quali, divenute ormai una communis opinio, son ripetute da tutti?
Piuttosto mette conto far battere l’accento su una ben diversa osservazione:
osservazione che non tutti ripetono, sebbene sin dal 1909 fosse formolata da
Benedetto Croce quale conclusione d’un suo rapido e vigoroso profilo del
GALIANI, occasionato da un mio lavoro giovanile. «Acutissimo - scriveva
il Croce - nello scorgere il debole dell’astrattismo e
dell’incipiente giacobinismo, il GALIANI non avvertiva ciò che v’era di serio
in quel movimento spirituale; di serio, perfino, nei nuovi idoli della
«Natura», della «Libertà», dell’«Umanità». Ond’egli non criticava davvero gli
avversari, perché non poteva, con ardita anticipazione mentale, sorpassarli.
Coloro che hanno giudicato il GALIANI uomo del secolo decimonono e precursore
della ‘«scuola storica» dell’economia e del diritto, si sono lasciati ingannare
da somiglianze estrinseche, e hanno confuso il senso politico della scuola
del Machiavelli e del Guicciardini col senso storico del romanticismo e
dell’idealismo postkantiano. Dov'è mai nel GALIANI l’atteggiamento di
reverenza innanzi allo svolgersi della storia, poema di Dio? Dove è, in lui, il
concetto della Ragione immanente e della provvidenza? Il GALIANI non oltrepassa
il secolo decimottavo[14], anzi forse, in
alcuni punti, non lo adegua nemmeno; ma si trova tuttavia, di fronte a esso,
come un vecchio il quale, incapace d’intendere le nuove aspirazioni del
giovane, ha esperienza e sapienza bastevoli per avvertirne le fanciullagini,
sorridere delle illusioni, e prevedere dove quegli andrà a fiaccarsi il collo». Conclusione la cui
profonda verità è pienamente confermata da quanto il GALIANI medesimo scriveva
alla d’Epinay a proposito dell’abisso intercedente tra sé e il Morellet[15]. «Il veut dire que les républiques doivent avoir la liberté du commerce
des grains; que les royaumes (cioè le monarchie assolute di tipo francese) ne
peuvent ni ne doivent l’avoir, s’ils ne veulent pas se changer en
Républiques;.. Il veut changer la France en républiques; moi, je ne le veux pas
... ». Ossia:
lui, GALIANI, intendeva restare abbarbicato all’ormai anacronistico ancien régime: i suoi avversari
miravano, invece, a suscitare quel terrcmoto politico, che, non più d’una
ventina d’anni dopo, pur tra quei lutti e quelle rovine, che, da buon
conservatore, il Nostro voleva evitare, avrebbe fatto crollare, proprio
dell’ancien régime, le imputridite fondamenta.
Napoli 30
Settembre
1958 Fausto Nicolini
NECKER
Durante
il suo soggiorno parigino Ferdinando GALIANI era stato frequentatore assiduo
del salotto della moglie – Susanna Curchod de la Nasse[16]; aveva avuto rapporti
di più che cordiale amicizia col marito[17]; e chissà quante
volte avrà visto in fasce la loro primogenita, cioè la futura madame de Staël
o
Corinne che si voglia dire[18]. Je n’oublierai jamais -.scriverà da Napoli al
marito - de vous avoir vu verser des larmes ce dimanche chez l'ambassadeur
de Venise, Morosini, hôtel de Tron, que nous sommes séparés[19]. Et je n’oublierai pas non plus d’avoir été bien tenté de renoncer dans ce
moment à ma patrie, à mes emplois, à mes revenus, à tout pour rester vivre avec
vous et chez vous. Né, nello scrivere alla moglie,
mancò una volta - lui, così poco proclive all’entusiasmo - di dirle: Vous,
couple unique, vous n‘avez voulu posséder dans ce monde que la vertu et
l’estime. La vertu est en vous: elle vous consentirait à n’aimer que vous-même:
mais l'estime est hors de vous, et c’est par la reconnaissance envers ceux qui
vous la conservent que vous êtes liés d’amitié avec eux. Je suis donc le plus
aimé de vous, puisque.je suis le plus grand de vos admirateurs. Naturale, dunque, che
un esemplare dei Dialoghi prendesse
la strada di casa Necher. Il marito, pien d’affari sino alla
cima dei capelli, se la cavò con poche ma significative parole: Je ne lis
presque plus et j’ai dévoré votre livre, parce que tout y est idée nouvelle et
que ce gibier est grandement rare.
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madame de Stael |
TURGOT
L’uno e l’altro frequentatori del salotto della signorina de Lespinasse[20], il GALIANI e il Turgot erano stati a Parigi
ottimi amici, quali, d’altronde, restarono anche dopo che la pubblicazione dei Dialogues
li fece trovare in due campi avversi. Cosa ovvia, del resto, qualora si pensi
che, tra i fautori dell’illimitata libertà d’esportazione del grano, il Turgot,
per ingegno, candore, buona fede, larghezza di vedule, superava tutti. - Voici
un terrible livre. Ceux qui voudront y répondre se casseront le nez et ne
seront pas lus. Il aura le sort de
l’Esprit des lois: così la
d’Épinay, [21]riassumeva due lettere del Turgot, divulgate
manoscritte per tutta Parigi. Al che il GALIANI rispondeva[22]: Je suis ravi
du jugement de M.Turgot. Mon cœur l'avait presenti. J’avais la plus grande
estime de son excellent jugement, et j’aurais toujours parié qu’il aurait goûté
les Dialogues Forse sarebbe stato meno ravi, qualora avesse letto le
due lettere nella lro interezza. Comunque,la
prima che è del 19 gennaio 1770 fu destinata a Morellet.
ALESSANDRO VERRI
ALESSANDRO VERRI
Non mi
hai parlato di certi Dialoghi sul grano
scritti in francese dall’abate GALIANI ... Quest’uomo è uno spirito singolare,
un composto di eccellenti bons mots,
molta grazia, molto comico, infinito spirito, ma in fondo senza logica. È un
ingegno così bizzarro che non saprei definire. Ora egli ha stampato questi Dialoghi, parimente indefinibili, se non
forse si dica una cosa eccellente che disse Voltaire, cioè che gli parevano
composti da Platone e da Molière insieme. Se li leggerai, troverai che Voltaire
dice aureamente al suo solito, perché sono scritti colla maniera di dialogare,
amena ed elegante, di Platone e colla buffoneria di un comico. lo non sono
persuaso da quello che dice in materia, ma è una lettura che mi diverte per la
leggiadria con cui sono scritti, e quello che mi fa maggior piacere è il vedere
dipinto al vivo il tuono attuale di Parigi. Il libro ha fatto strepito.
Morellet gli scrive contro: anzi vi sono state delle lettere piccanti tra lui e
l’autore. Diderot è partitante acerrimo del GALIANI, e stima sommamente il suo
libro. I francesi che qui conosco non lo possono soffrire, non tanto, cred’io,
per la causa della verità, quanto per il ridicolo che dà al loro tuono, nel
quale hanno incredibili pretensioni. Vorrei, se hai tempo, che lo leggessi e me
ne dicessi il tuo parere. Non ti aspettare che parli mai della materia che a
frizzi. La maggior parte del libro è disgressione: è, insomma, una farsa di un
uomo di spirito sull’annona.
L’abate ROUSSEAU
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L'abate Rousseau |
Il est bien
plaisant que de tous ceux qui ont écrit sur votre livre, maître Aliboron, dit
Fréron, soit le seul qui a eu le sens commun. Je vous envoie cet article par
curiotité, mon cher abbé. Vous verrez que son extrait est bien fait et qu’il a
approché plus qu’un autre de ce qu’il fallait dire. Voilà, peut-être,quoi vous
humilier; mais, en ma qualité de correspondante, je vous dois la vérité, et il
est trop vrai que vous êtes le seul homme de génie dont cet animal ait dit du
bien.
CATERINA II DI RUSSIA
Nell'aprile 1770 il Grimm scriveva al GALIANI:
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l'imperatrice Caterinna II di Russia |
A questo breve biglietto precede un Extrait
d’une lettre du général Betzky du 26 mars de Pétersbourg, lettera che quel
generale – allora ministro russo delle Belle Arti e che negli anni precedenti
era stato a Parigi, ove aveva conosciuto il GALIANI nel salotto della signora
Geoffrin – aveva inviata al Grimm:
L’aimable abbé dont vous me
rappelex le souvenir et qui est retourné à Naples ne pouvait choisir de
meilleurs tuteurs[24] à son posthume. Il
a eu le succès que le philosophe et vous en attendiez en ce qu’il a plu
infiniment à notre auguste souveraine.
Ed effettivamente i
Dialogues piacquero non poco a Caterina, che da allora in poi pose
l’abatino napoletano nel novero dei suoi protetti. Si conosceva sinora che nel
1772 gli volle affidato l’incarico dell’iscrizione da apporre alla statua di
Pietro il Grande elevata a Pietroburgo;
che nel 1776 acquistò per 5750 livres i libri lasciati da Berardo GALIANI fratello dell'abate; che il 25 novembre 1777, in una lettera al Grimm, scriveva: J’ai lu ces jours passés que l’abbé GALIANI, dans ses Dialogues, a dit que c’est un grand assemblage de nombre de contradictions qui forme les grandes caboches, et j’ai dit: - Cela est vrai, c’est une grande idée, un développement sublime de choses, - et depuis ce temps-là, cet assemblage de contradictions trotte dans ma tête - che il GALIANI e la carta geografica del Regno di Napoli disegnata, sotto la direzione di lui, dal Rizzi-Zannoni furono, nel 1780, tra gli argomenti di talune conversazioni tra Caterina e Giuseppe II; - che il 7 settembre di quell’anno essa scriveva al Grimm: L’abbé Galiani a raison: il faut la paix; il la faut non seulement à M. Necker, mais à tout le monde. Cette guerre est la plus sotte guerre qu’on ait jamais vue. C’est une guerre qui se fait pour des sottises et par des sottises; - che il GALIANI da Napoli concorse in misura notevole al programma dei festeggiamenti celebrati a Pietroburgo nel 1782 nella ricorrenza dell’anniversario dell’avvento di Pietro il Grande al trono; - che perciò l’imperatrice Caterina II gli avrebbe fatto pervenire a Napoli parecchie medaglie di alto valore, più un ritratto dell’imperatrice presumibilmente, conforme usava allora, in smalto e coronato di brillanti; - che nel 1783 egli le inviò in omaggio un esemplare della seconda edizione della moneta[25]. Anzitutto nel 1782 il GALIANi scriveva a Caterina II una lettera, e il 25 mars 1782 da Pétersbourg il GALIANI riceveva una lettera da Jean Albert Euler[26], in cui gli si annunciava che per volontà della Auguste Souveraine il 23 mars egli veniva associato all'Accadémie Imperiale des Sciences. Nel 1785 il GALIANI riceveva dal governo Napoletano l’incarico ufficiale di presentare un Projet d’un traité de commerce et de navigation entre Sa Majesté le Roi des Deux- Siciles et Sa Majesté l’Impératrice de toutes les Russies[27] e di condurre a riguardo discussioni epistolari con Antonino Maresca duca di Serracapriola, ministro plenipotenziario napoletano a Pietroburgo: discussioni in virtù delle quali quel Projet diverrà, nel 1787, l’effettivo Trattato che regolerà i rapporti commerciali tra le due potenze sin quando nel 1798 non sarà sostituito da un vero e proprio trattato di alleanza[28].Ai particolari raccolti in codesto saggio che Ferdinando era in rapporti di amicizia con il duca e che forse non fu estraneo alla nomina dello stesso a ministro a Pietroburgo, nomina che il GALIANI difese contro coloro che la criticavano. Non mancan poi nei carteggi inediti di Ferdinando GALIANI epistole di altre teste coronate, nelle quali si profondono alti elogi ai Dialogues. Per esempio, in una del 20 ottobre 1771 di Carlo Guglielmo, allora principe ereditario e dal 1780 duca di Brunswick-Luneburg[29], dopo aver accennato al Dialogues come all’ouvrage le plus intéressant qui parut jamais sur le commerce des bléds, il Brunswick soggiungeva: C’est à Grimm, au philosophe votre ami (Diderot) et à monsieur Helvétius que je dois l’avantage de vous etre connu, et il me souvient avec un plisir melé de regrets d’un diner que nous fimes ensemble chez monsieur Helvétius dans un temps où la France ne croyait pas encore de perdre si tot en vous son plus génie (je parle d’aprés le philosophe) et l’émule de Pascal.
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Statua equestre dell'imperatore di Russia Pietro il Grande |
che nel 1776 acquistò per 5750 livres i libri lasciati da Berardo GALIANI fratello dell'abate; che il 25 novembre 1777, in una lettera al Grimm, scriveva: J’ai lu ces jours passés que l’abbé GALIANI, dans ses Dialogues, a dit que c’est un grand assemblage de nombre de contradictions qui forme les grandes caboches, et j’ai dit: - Cela est vrai, c’est une grande idée, un développement sublime de choses, - et depuis ce temps-là, cet assemblage de contradictions trotte dans ma tête - che il GALIANI e la carta geografica del Regno di Napoli disegnata, sotto la direzione di lui, dal Rizzi-Zannoni furono, nel 1780, tra gli argomenti di talune conversazioni tra Caterina e Giuseppe II; - che il 7 settembre di quell’anno essa scriveva al Grimm: L’abbé Galiani a raison: il faut la paix; il la faut non seulement à M. Necker, mais à tout le monde. Cette guerre est la plus sotte guerre qu’on ait jamais vue. C’est une guerre qui se fait pour des sottises et par des sottises; - che il GALIANI da Napoli concorse in misura notevole al programma dei festeggiamenti celebrati a Pietroburgo nel 1782 nella ricorrenza dell’anniversario dell’avvento di Pietro il Grande al trono; - che perciò l’imperatrice Caterina II gli avrebbe fatto pervenire a Napoli parecchie medaglie di alto valore, più un ritratto dell’imperatrice presumibilmente, conforme usava allora, in smalto e coronato di brillanti; - che nel 1783 egli le inviò in omaggio un esemplare della seconda edizione della moneta[25]. Anzitutto nel 1782 il GALIANi scriveva a Caterina II una lettera, e il 25 mars 1782 da Pétersbourg il GALIANI riceveva una lettera da Jean Albert Euler[26], in cui gli si annunciava che per volontà della Auguste Souveraine il 23 mars egli veniva associato all'Accadémie Imperiale des Sciences. Nel 1785 il GALIANI riceveva dal governo Napoletano l’incarico ufficiale di presentare un Projet d’un traité de commerce et de navigation entre Sa Majesté le Roi des Deux- Siciles et Sa Majesté l’Impératrice de toutes les Russies[27] e di condurre a riguardo discussioni epistolari con Antonino Maresca duca di Serracapriola, ministro plenipotenziario napoletano a Pietroburgo: discussioni in virtù delle quali quel Projet diverrà, nel 1787, l’effettivo Trattato che regolerà i rapporti commerciali tra le due potenze sin quando nel 1798 non sarà sostituito da un vero e proprio trattato di alleanza[28].Ai particolari raccolti in codesto saggio che Ferdinando era in rapporti di amicizia con il duca e che forse non fu estraneo alla nomina dello stesso a ministro a Pietroburgo, nomina che il GALIANI difese contro coloro che la criticavano. Non mancan poi nei carteggi inediti di Ferdinando GALIANI epistole di altre teste coronate, nelle quali si profondono alti elogi ai Dialogues. Per esempio, in una del 20 ottobre 1771 di Carlo Guglielmo, allora principe ereditario e dal 1780 duca di Brunswick-Luneburg[29], dopo aver accennato al Dialogues come all’ouvrage le plus intéressant qui parut jamais sur le commerce des bléds, il Brunswick soggiungeva: C’est à Grimm, au philosophe votre ami (Diderot) et à monsieur Helvétius que je dois l’avantage de vous etre connu, et il me souvient avec un plisir melé de regrets d’un diner que nous fimes ensemble chez monsieur Helvétius dans un temps où la France ne croyait pas encore de perdre si tot en vous son plus génie (je parle d’aprés le philosophe) et l’émule de Pascal.
IL GRUPPO DIPLOMATICO SPAGNOLO
Nel tempo in cui il GALIANI dimorò a Parigi
s’era formato colà una sorta di gruppo diplomatico italo-spagnuolo, che usava
radunarsi nella sontuosa ed ospitale casa dell’ambasciatore spagnuolo don
Girolamo Pignatelli conte di Fuentes: una casa in cui si giocava, e piuttosto
forte, al faraone, come testimonia Vittorio Alfieri, che la frequentò in
una delle sue dimore parigine e che vi conobbe certamente il GALIANI.
Componevano quel gruppo il GALIANI, l’inviato genovese marchese di Sorba, i due
figliuoli del Fuentes, cioè il marchese di Mora ed il cavalier Pignatelli, il
cavaliere di Malta Magallon, segretario dell’ambasciata spagnuola ed incaricato
d’affari, dopo che il Fuentes rientrò a Parigi, infine il duca di Villahermosa,
parente dell’ambasciatore napoletano a Pariconte di Cantillana.
IL MINISTRO ACTON
La libertà politica veniva, nel 1782, difesa dall’abate GALIANI coraggiosamente contro il ministro Acton, che non voleva riconoscerla[30].
PRELIMINARI ALL’EPISTOLARIO
Quando, sulla Critica del 1903-1904, Fausto Nicolini diede notizia dell’esistenza, tra i numerosi inediti galianei in suo possesso, di un vasto carteggio, pubblicando lettere di d’Holbach, Diderot, Grimm ed altri noti personaggi del secolo dei lumi, la fama di Ferdinando GALIANI era legata, oltre al Della moneta ed ai Dialogues sur le commerce des bleds, alle lettere indirizzate alla d’Epinay ed agli amici francesi. Soprattutto per tale corrispondenza, il Sainte-Beuve, nelle sue Causeries du Lundi, aveva rivendicato GALIANI alla letteratura francese; ed era stata proprio quella corrispondenza, così vivace, arguta e paradossale, a convalidare l’immagine del petit abbé brioso e moqueur, apprezzato più per lo stile brillante che per la solidità e profondità di pensiero: immagine che, rintracciabile in parte presso contemporanei come Marmontel, Morellet e Diderot[31], si ritroverà esemplarmente schematizzata nelle poche righe che all’abate napoletano dedicava Gustave Lanson nella sua Histoire de la littérature francaise: GALIANI a plus de fond et une forme plus¨“réveillante” [rispetto al principe di Ligne, di cui il Lanson aveva precedentemente parlato]. Il est érudit, liseur, penseur, paradoxal avec délices, prophète tour lucide et saugrenu: esprit fin, plaisant, bouffon, ayant gardé dans son style un peu de cet accent napolitain, de cette gesticulation affrénée, qui rendaient sa conversation si amusante. Una caratterizzazione, questa, che il Lanson faceva avendo presente proprio la Correspondance di GALIANI, espressamente citata in nota insieme con i Dialogues. Per molto tempo non furono conosciute di GALIANI che le lettere scambiate con la d’Épinay ed i corrispondenti francesi, lettere pubblicate in due approssimative edizione nel 1818 e, successivamente nel 1881, in altre edizioni assai rigorose: una a cura di Eugène Asse, l’altra a cura di Lucien Perey[32] e di Gastone Maugras, quest’ultima arricchita di numerose lettere e tutt’ora da considerarsi come la migliore edizione del carteggio francese di GALIANI. Tra il 1869 ed il 1880 Augusto Bazzoni pubblicò sull’Archivio storico italiano una scelta della corrispondenza diplomatica tra GALIANI e Tanucci degli anni 1759-69, mettendo così a disposizione degli studiosi nuovi preziosi materiali riguardanti non soltanto GALIANI, ma la Francia ed il Regno di Napoli della seconda metà del settecento. Si tratta, purtroppo, di un’edizione assai difettosa, senza note e con numerosi errori di trascrizione. Fu solo con i citati articoli del Nicolini che agli studiosi vennero segnalate lettere copiose e di grande importanza, tali da gettare nuova luce sull’attività e personalità di GALIANI. Per tutta la vita il Nicolini, infaticabile editore di inediti galianei, vagheggiò il progetto di una grandiosa edizione di tutta la corrispondenza dell’abate, chiudendo la sua operosa vita di ricercatore proprio mentre stava lavorando ad una nuova edizione della corrispondenza francese di GALIANI. C’è veramente da rammaricarsi che il Nicolini non sia mai riuscito a concretare il suo progetto, e che la morte abbia interrotto un lavoro che, sebbene non prevedesse la pubblicazione di tutte le lettere di ed a GALIANI, avrebbe messo a disposizione fonti di notevole interesse. Certo, riunendo i molti saggi in cui il Nicolini è venuto pubblicando, nell’arco di più di un cinquantennio, il carteggio galianeo in suo possesso, si otterrebbe una parte non trascurabile del carteggio medesimo: tuttavia, dalle edizioni nicoliniane sono rimaste escluse lettere meritevoli della massima attenzione[33], si che sarebbe opportuno procedere ad un’edizione integrale della corrispondenza di GALIANI, utilizzando sia le carte della Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria[34] sia le carte di altri archivi e biblioteche. Il fondo più cospicuo di lettere scritte da GALIANI o a lui dirette è alla Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria. Pur così vasto, il carteggio costituisce certamente soltanto una parte della corrispondenza che GALIANI intratteneva con i personaggi più diversi. Perché il nostro abate, senza dubbio poco perseverante nelle sue fatiche letterarie[35], fu un instancabile scrittore di lettere. Il GALIANI, che dopo l’exploit giovanile Della moneta non diede più opere di vasto respiro[36], per le quali gli mancavano la costanza dell’applicazione e dalle quali era distratto da un’inquieta curiosità, che lo induceva a saggiare il terreno in varie direzioni, sembra eccellere proprio in quei componimenti che richiedono ed impongono una trattazione stringata, da concludersi nell’ambito di poche pagine: le lettere e le consulte. Non a caso alcune delle cose migliori di GALIANI vanno ricercate proprio nei pareri scritti come consigliere e segretario del Supremo Magistrato del Commercio, dove l’impegno a concentrarsi su un problema preciso e circoscritto escludeva programmaticamente lo sforzo di una meditazione prolungata ed articolata; e, ex contrario, non a caso egli troncherà bruscamente il Trattato sui doveri de’Principi neutrali del 1782, l’unica opera di una certa ampiezza che scriverà dopo il ritorno a Napoli e alla quale,significativamente, confesserà di essersi accinto di malavoglia e solo a causa di un irresistibile comando in alto loco. Come il talento e l’inteligenza di GALIANI hanno modo di manifestarsi delle lucidissime consulte, così essi sembrano sollecitati dal genere stesso della lettera: il componimento breve veniva evidentemente incontro al temperamento dell’abate, facendo scattare la sua disposizione alla battuta arguta, all’ammiccamento ironico, alla notazione penetrante lasciata all’elaborazione del lettore. Assai indicativo è anche il fatto che talvolta avviene una sorta di simbiosi tra lettera e consulta: talune lettere a Tanucci[37] assumono l’aspetto di veri e propri trattati, dove il GALIANI inquadra felicemente il problema, analizzando poi, con minuziosa precisione, nei suoi elementi caratterizzanti. Anche prescindendo dalle lettere alla d’Épinay, che GALIANI, destinandole, tra il serio ed il faceto, alla pubblicazione, curò con particolare attenzione[38], va notato che molte delle lettere scritte senza la preoccupazione di avere altri lettori che non fossero i singoli destinatari sono spesso costruite con una finezza per mezzo della quale il complimento diventa l’occasione per una gustosa divagazione, e la notizia si alleggerisce in una considerazione talvolta sorridente, talvolta ironica, talvolta amara delle proprie ed altrui vicende: si veda ad esempio la lettera all’arcivescovo di Palermo Francesco Sanseverino del 12 aprile 1777, con quella prima parte giocata sul dialogo tra il cuore, il ventricolo e la bocca a proposito dei dolci siciliani, o la lettera del 12 luglio 1774 a Lorenzo Mehus su Troiano Odazi, che ci dà un undimenticabile ritratto psicologico del bizzarro allievo di Genovesi, o, ancora, la lettera del 28 aprile 1772, dove la risposta al Menafoglio, che chiede al GALIANI quali cariche egli abbia, appare risolta sui toni ironici, ed intrisa di una segreta, sofferta stanchezza. La stragrande maggioranza delle lettere conservate tra le carte GALIANI della Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria non sono dell’abate, ma dei suoi corrispondenti, si che, a volerci servire di tali lettere, si potrebbe arrivare alla delineazione soltanto indiretta dell’immagine dello stesso GALIANI. Quasi sempre, purtroppo, manca proprio la voce di quest’ultimo in carteggi che, se fosse possibile ricostruire nella loro articolazione dialogica, sarebbero anche più interessanti di quanto siano così come ora li abbiamo. Pensiamo a quali preziose notizie potremmo avere sui dubbi, gli interrogativi, i problemi che accompagnarono la nascita del Della moneta , ed in genere sui progetti e gli interessi del GALIANI giovane, se potessimo disporre delle lettere al conte di Punghino, quel degnissimo, e virtuosissimo cavaliere, che fu paggio del nostro Re, ed ora da molti anni si trova casato in Messina, per il quale GALIANI chiedeva a Bottari, il 20 gennaio 1759 la dispensa necessaria per poter leggere i libri all’Indice. Con il Punghino l’abate intrecciò, tra il 1748 ed il 1753, una fitta discussione sull’amore naturale e l’amore soprannaturale, sull’Anticristo e sull’amore platonico, su questioni metafisiche centrate sull’affermazione di GALIANI - riferita dal suo interlocutore - che la nature est uniforme. Su tale affermazione il Punghino, il 13 ottobre 1748, chiedeva spiegazioni, così come sui due princìpi della solidité e dell’ attraction sottolineati da GALIANI: princìpi che, secondo il Punghino, difficilmente potevano valere per les etres supérieurs, les esprits purs, les Anges, Dieu, et tout enfin ce qui est au dessus de la nature humaine. Il 25 novembre dello stesso anno il Punghino riprendeva questi argomenti, alludendo a significative osservazioni che GALIANI aveva fatte nella lettera del 31 ottobre: Pource qui regarde Dieu et les Anges, scriveva il corrispondente messinese laissons, j’y consens, cette matière à la souveraineté de la théologie. Un frammento di dissertazione di GALIANI sull’Anticristo - in copia di mano del Punghino - è rimasto tra le lettere di questi. È una dissertazione in cui, tra osservazioni erudite ed apparenti dichiarazioni devote, si fa strada una critica mordace ed irriverente; come quando, discorrendo degli Errori commessi sull’opinione del Messia, si afferma che se Gesù Nazzareno non fu né conquistatore né un re, come si aspettavano gli Ebrei, pure le conquiste ci furono, un regno ci fu: Questo regno io lo definisco l’imperio delle idee; battuta da cui GALIANI prende le mosse per una dura polemica contro la Chiesa. La tesi è ardita, che l’imperio delle idee, che ha portato con sé la violenza e l’ignoranza, viene presentato non come un tralignamento dell’autentico spirito della predicazione di Cristo, ma addirittura come il compiersi delle profezie bibliche. I temi discussi con il Punghino[39] non rimangono dunque confinati nell’ambito di una dotta ed un po’oziosa disputa teologica e morale, ma si colorano di vivaci tratti illuministici, con un gusto tutto galianeo per la battuta maliziosa e per il ragionamento ingegnoso condotto sul filo del paradosso. Anche di altri personaggi si è costretti ad ascoltare un monologo, sebbene nelle loro lettere si possono cogliere accenni a idee e posizioni dell’abate. Tali lettere - ed è questo un altro motivo dell’interesse che presentano i documenti della B.S.N.S.P. - costituiscono fonti di primaria importanza per la migliore conoscenza di figure di primo piano della cultura e della politica italiana del settecento. Una di tali figure è certamente quella di Gaspare Cerati, il dotto provveditore dell'università di Pisa, che GALIANI conobbe a Napoli nell’aprile del 1749 e con il quale mantenne per anni una corrispondenza di eccezionale interesse giuntaci purtroppo soltanto parzialmente. Il Cerati, amico e corrispondente di Celestino GALIANI, discute con il giovane Ferdinando di problemi economici, delle opere del Genovesi e di Intieri, del Della moneta; parla con ammirazione di Montesquieu, suo incomparalile amico; accenna ad un’opera De re tributaria che GALIANI aveva progettato di scrivere; dà notizia di libri di Uztàriz, Ulloa, Forbonnais. Temi siffatti rendono tanto più incresciosa l’assenza degli interventi galianei. Di tale assenza ci si rammarica anche nel leggere le numerose lettere di Pietro Paolo Celesia, il diplomatico genovese del cui carteggio con GALIANI è stato recentemente pubblicato il primo volume. Mancano pure le lettere di GALIANI a Filippo Argelati, l’erudito editore milanese del De monetis Italiae, che l’11 luglio 1753 invitava GALIANI ad inviargli il materiale da inserire nel quinto tomo della sua raccolta, così come mancano quelle ad Antonio Menafoglio, l’inquieto patrizio lombardo che fu membro dell’Accademia dei Pugni. Sono lettere, queste che sono state citate, che oltre ad essere di per se notevoli rivelan, o talvolta tratti del carattere di GALIANI, gettano luce sui suoi interessi, ci informano dei suoi progetti non realizzati. Già si è accennato a quel De re tributaria che rimase tra le tante velleità dell’abate; ed ecco in una lettera di Celesia - già segnalata dal Fausto Nicolini e dal Rotta - aprirsi uno spiraglio su una valutazione non benevola di GALIANI nei confronti del Beccaria[40] testimonianza[41] di un involuzione conservatrice del GALIANI post reditum[42]. Nella lettera del 20 settembre 1754 lo stesso Celesia accusa il GALIANI di irresolutezza criminosa; il libraio ed editore romano Niccolò Pagliarini ed il dotto etruscologo Anton Francesco Gori sollecitano invano scritti di GALIANI, rispettivamente per il Giornale de’letterati e per la Colombaria, mentre la fastidiosa insistenza con cui GALIANI richiede benefici presso la curia romana è documentata dalle lettere del cardinale Silvio Valenti-Gonzaga e da quelle di Antonio Niccolini. Di grande dovevano essere le lettere di GALIANI al vecchio Intieri. Nelle lettere intieriane si discute del palorcio, una macchina inventata dall'Intieri, si accenna a temi come quello dell’annona di Napoli[43], che GALIANI riprenderà anni dopo, si menzionano libri sulle monete, tra cui un «noioso librettucciaccio intitolato Delle monete in senso pratico e morale, ragionamento[44] diviso in sette capitoli», aspramente criticato[45]. Le lettere, importanti anche per le vicende esterne della pubblicazione del Della moneta, esprimono più volte l’entusiasmo, tipicamente intieriano, per progressi, che fanno sperare in ulteriori passi in avanti, dei tempi in cui si vive, e traboccano di lodi sperticate a GALIANI, il quale dovette alla fine stancarsi di tanti elogi e farlo capire ad Intieri, se questi, nella già citata lettera del 4 marzo 1752, scriveva: Sento rimproverarmi da voi come noiosamente unisono, ma io disprezzo simili rimproveri, e bado con attenzione al bene vostro, e della vostra Patria e della Cristianità. Non è possibile qui indicare tutti i corrispondenti di Ferdinando GALIANI: oltre ai già menzionati, basti ricordare, tra gli italiani, Appiano Buonafede, Giuseppe Simonio Assemani, Andrea Memmo, Iacopo Facciolati, Pompeo Neri, Celestino Orlandi; tra gli stranieri - oltre a quelli più famosi, come il Diderot, il Grimm, il d’Holbach, il Suard, - Ernesto Luigi ed Augusto di Sassonia-Ghota, il marchese di Mora, il Bourlet de Vauxcelles, il Pellerin, il Sartine.
Sono personaggi con cui l’abate si intrattiene delle questioni più
diverse, dalle erudite alle letterarie ed alle economiche, sotto lo stimolo di
una mobile ed inquieta curiosità. Passando ora ad esaminare le lettere scritte
da GALIANI di cui siamo a conoscenza, si desidera sottolineare la precisa
volontà di individuare un filone unitario: quello degli interessi economici e
politici dell’abate. Non che,come appare anche dai brevi cenni fin qui fatti,
manchino lettere non riconducibili a tale filone, che anzi non poche sono
quelle dedicate alla carta geografica del Regno di Napoli cui GALIANI lavorò a
lungo a Parigi[46], a discussioni erudite, ad informazioni sulla
propria attività o sulla propria vita, ovvero quelle intessute di estrose
divagazioni, che ripropongono il GALIANI motteggiatore, o magari sogghignante,
di tanti stereotipi ritratti. Tuttavia, anche se si tiene conto che gli
interessi di GALIANI non si esauriscono in quelli economici e politici, e che
pertanto la sua personalità va lumeggiata, pur con episodiche aperture, nelle
sue molteplici dimensioni, si crede opportuno concentrare l’attenzione sulle
lettere che direttamente si connettono, per i temi ed i problemi trattati, alle
più fruttuose riflessioni di GALIANI: quelle riflessioni che hanno assicurato
al nostro autore un posto non trascurabile non solo e non tanto nella storia
del pensiero economico, ma anche e soprattutto, nel dibattito del tempo suo intorno
alle monete, al commercio, alle riforme. E poiché il GALIANI dei bons mots e
degli apologhi è fin troppo conosciuto, si è pensato fosse lecito e doveroso
insistere particolarmente sul GALIANI serio, sul GALIANI che, sia pure
rapsodicamente e talora in modo più brillante che persuasivo, continua per
tutta la vita la meditazione iniziata precocemente con la traduzione del 1744
delle Somme considerations of the Consequences
of the Lowering of Interest and Raising the Value of Money di Locke e con
le dissertazioni giovanili. In questa prospettiva si giustificano i semplici
accenni alle lettere di pura divagazione scritte alla d’Épinay, che pure
costituiscono una parte rilevante dell’epistolario francese, e la cui esistenza
non va dimenticata per avere un’immagine convenientemente articolata del
GALIANI post reditum, con la sua
amarezza e le sue fissazioni, con la sua misantropia ed il suo sempre più
accentuato scetticismo. Le lettere a Sgueglia, che rappresentano il primo
consistente nucleo di lettere che ci sia rimasto, non sono tra le più
interessanti di GALIANI: esse contengono in prevalenza notizie aridamente
cronacristiche sul viaggio in Italia del 1751-2 e spesso trattano di questioni
private di personaggi minori legati a GALIANI. Ma qualcosa che ferma la nostra
attenzione c’è. C’è per esempio, la reiterata raccomandazione al factotum
Sgueglia di esigere con sollecitudine i canoni d’affitto dei benefici,
raccomandazione che, considerata contestualmente alle continue richieste di
denaro che GALIANI rivolge allo stesso Sgueglia, alla ostinazione con cui egli
brigò per ottenere benefici, alla costante preoccupazione di evitare le spese
di corrispondenza, ci mostra un GALIANI se non avido ed avaro, certo assai
attaccato al denaro. Ci sono poi le impressioni di viaggio, condensate talvolta
in poche battute: Roma è un infame paese ed è impossibile aver
termini bastanti a descriverne la bruttezza[47]; per Venezia, l’ottima definizione è quella di
Boccaccio, Città d’ogni bruttura
raccoglitrice. Quo cuncta undique turpia confluunt, celebranturque[48]. Soprattutto c’è in queste lettere la
trepidazione con cui il giovane Ferdinando verifica l’ampiezza e la consistenza
della fama procuratagli dal Della moneta.
Egli si informa ansiosamente della diffusione del Della moneta, scrive a Sgueglia di inviargli copie del libro
affinché possa distribuiele, scruta in quali ambienti ed in quali città il
libro stesso potrebbe essere accolto favorevolmente. Le lettere a Sgueglia sono
un eloquente documento della comprensibile ambizione del giovane scrittore, del
suo desiderio di essere conosciuto e stimato per il libro che all’Intieri era
parso un prodigio e che Fragianni aveva mostrato di apprezzare. Non ci si deve
meravigliare pertanto, di vedere GALIANI esprimere il suo disappunto perché il
fratello Berardo non gli
ha affatto parlato del Della moneta[49] e perché Benedetto XIV lo ha lodato non tanto
per la sua opera importante, ma per gli scherzosi e leggeri componimenti per il
boia Iannaccone[50]. E se GALIANI sottolinea con grande compiacimento
i piccoli concilii monetari tenuti a Milano con Neri e con Carli[51], è con una punta di amarezza che egli scrive da
Pisa il 27 marzo 1752: Finora bisogna che vi confessi, che ho più obbligo
della stima che ho alla Raccolta[52], che al libro[53]: e tutti i miei studi m’hanno servito meno che
per il saper sonare il cimbalo;
quasi che fin dalla giovinezza le stesse doti di vivacità, di arguzia, di
comunicativa, che lo facevano ricercare quale impareggiabile conversatore, lo
condannassero, lusingato sì, ma anche insoddisfatto, a vivere, per così dire
tutto proiettato all’esterno, per non deludere chi si aspettava dal piccolo
abatuccio con dei gesticoli napoletani curiosi ed il muso buffone,
come si esprime Alessandro Verri, che lo vide e lo frequentò a Roma nel 1769[54], le facezie e gli aneddoti raccontati con
grazia scintillante. Negli anni che vanno dalla pubblicazione del Della moneta alla partenza per la
Francia[55] GALIANI ha tra i suoi interlocutori personaggi
illustri, che egli eredita dallo zio
Celestino. Amici di quest’ultimo ed amici tra loro erano infatti il già
menzionato Gaspare Cerati, Antonio Cocchi, Antonio Niccolini, Giovanni Bottari.
Sono nomi tra i più rappresentativi di quella generazione di uomini di cultura
aperti agli influssi innovatori, ma non certamente definibili illuministi, la
cui riflessione si esercitò sulla storia ecclesiastica, sulle questioni
teologiche, sui problemi morali, sulla riforma della Chiesa[56]; uomini accomunati da un preciso atteggiamento
antigesuitico e da una ferma polemica contro il temporalismo pontificio, che in
Bottari Niccolini e Cerati fanno tutt’uno, pur nella varietà delle sfumature,
con un assiduo travaglio intorno alla problematica del giansenismo. Il Bottari
fu, insieme con il Foggini, l’animatore del circolo giansenistico romano dell’Archetto,
con il quale fu in contatto Cerati e che era frequentato da uomini come il già
citato Niccolini, il Leprotti, Filippo Martini. Lo stesso Bottari era anche in
contatto col marchese ministro Bernardo Tanucci, impegnato con alterna fortuna
nella battaglia anticurialistica; e proprio a Napoli, tra il 1758 ed il ’60, fu
preparata - auspice Tanucci e con l’ausilio di Bottari - una traduzione in
cinque tometti del catechismo di Mésenguy, uno dei testi fondamentali del
giansenismo settecentesco: traduzione che incorrerà nei fulmini pontifici,
dando luogo ad un’aspra contesa tra Napoli e Roma, con echi non trascurabili in
Spagna. Si tratta di una generazione che aveva raggiunto la maturità nella
prima metà del secolo e che si apprestava a lasciare il posto ad un’altra che,
svincolatasi dai temi teologici, rotto il quadro del dibattito
giurisdizionalistico, lasciatasi alle spalle la ricerca erudita, andava
orientandosi verso i problemi economici, verso concreti tentativi di riforma,
verso la cultura delle lumières. Che
cosa aveva da dire GALIANI, che con il Della
moneta era parso propendere decisamente per i problemi dei tempi nuovi, ad
un uomo come Bottari, le cui inquietudini erano tutte interne ad interessi
ecclesiastici, teologici ed eruditi?[57]. Con Bottari il giovane Ferdinando non
discuteva certo di monete e di commercio, né a lui lo accomunava un
atteggiamento giansenistico o filogiansenistico, che è difficile immaginarsi lo
scanzonato e scettico abate interrogarsi tormentosamente, come facevano il suo
corrispondente ed i personaggi che intorno a lui gravitavano. Primo fra tutti
il Foggini, sulla grazia e sul peccato, sul rigorismo e sul probabilismo. Non
v’era i GALIANI, né vi sarà mai, un consapevole atteggiamento filogiansenistico
che implicasse la meditazione e la presa di posizione riguardo a problemi
dottrinali. Al contrario, sono costantemente rintracciabili in lui insofferenza
ed irrisione per le dispute teologiche, e avversione per il fanatismo dei giansenisti: a tacere dei
giudizi sarcastici o violentemente polemici pronunciati in anni e circostanze
diverse sui convulsionari di Saint-Médard - giudizi che sembrerebbero colpire
gli aspetti più chiassosi e discutibili del giansenismo -, si ha il biasimo
aperto espresso nella lettera del 5 ottobre 1767 al cardinale Domenico Orsini,
dove si accenna ai fanatici giansenisti[58]; nella
lettera, già ricordata, all’arcivescovo di Palermo Francesco Sanseverino, del
12 aprile 1777, si legge: I Giansenisti sono cattivi come tutti i fanatici,
e fanatico è sempre chiunque fa dogma di agir per impulso, o questo lo chiami
grazia efficace, o lo chiami cacodemone, o lo chiami ispirazione, o lo chiami
destino. I vari nomi fanno i Giansenisti, i Galli di Cibele, i Quacqueri, i
Maomettani, e Maratti. Sono nomi. Ma il rinunziare alla propria ragione
calcolatrice del sì e del no è sempre la definizione del fanatismo. Certamente
mio zio non fu giansenista; aveva troppo Newton in corpo. Erano pertanto
l’anticurialismo e l’antigesuitismo ad avvicinare GALIANI ai Bottari ed ai
Niccolini: un atteggiamento riconducibile ad una dimensione politica in cui
venivano significativamente tradotte la tensione morale, la visione di una
Chiesa purificata, l’ansia di rinnovamento religioso proprie dei corrispondenti
romani del giovane Ferdinando. C’era tuttavia anche dell’altro: in primo luogo
il gusto dell’erudizione, che ispirò a Ferdinando GALIANI alcune non spregevoli
scritture e che s’incontrava con un preciso filone di interessi del Bottari[59]. Le lettere di GALIANI al dotto prelato
fiorentino, trattavano prevalentemente di antiquaria;
sono lettere a carattere informativo e cronachistico, che destano l’attenzione
non tanto quando contengono notizie - generalmente sommarie - su libri e
questioni d’erudizione, ma, piuttosto, quando contengono spunti riguardanti la Perfetta conservazione del grano o la
ristampa delle opere di Sant’Agostino, ovvero quando parlano di Intieri, delle
sue manie e delle suevolubilità di vegliardo, facendo emergere una figura
colorita con grande vivacità ed affettuosa simpatia. Con Antonio Cocchi, il
gran medico beneventano toscano, cultore di studi classici, fine letterato,
corrispondente del Voltaire, il GALIANI mette a frutto le sue conoscenze di
scienziato dilettante parlando della sua
raccolta di pietre vesuviane[60], e s’intrattiene di vari argomenti in lettere
in cui la reverenza per l’illustre personaggio non soffoca la vena estrosa e la
gaiezza estroversa del giovane autore del Della
Moneta. Di questi anni sono anche alcune lettere a Lorenzo Mehus, l’erudito
toscano che GALIANI conobbe durante il suo viaggio in Italia e del quale ha
tracciato un bel profilo Mario Rosa. Se il Rosa ha messo giustamente in luce
come il Mehus sia rimasto per tutta la vita nell’hortus conclusus della filologia e dell’antiquaria, con interventi
rarissimi e tardi su temi direttamente connessi alle riforme leopoldine e alla
vita politica in genere, non troviamo nelle lettere a lui dirette da GALIANI,
come forse ci si aspetterebbe, soltanto notizie erudite. Queste non mancano, ma
sono accompagnate da altre notizie ed osservazioni: la proibizione ed il
bruciamento della Perfetta repubblica
di Paolo Mattia Doria[61], l’imminente pubblicazione dell’opera
dell’Origlia sull’Università di Napoli[62], i lavori relativi al libro galianeo-intieriano
sulla conservazione del grano[63], la fondazione da parte di Bartolomeo Intieri
della cattedra di economia politica[64]. Dal carrteggio sembra trasparire che l’austero
ed umbratile Mehus sia stato indotto dalla spiccata personalità dell’abate
napoletano ad abbandonare la ben delimitata ed un po’ angusta prospettiva dei
suoi studi per trattare di argomenti che testimoniano di interessi più vasti.
Si vede infatti parlare, nella lettera del 4 giugno 1754, di due operette di Voltaire. Una è ristampa,
e contiene il Secolo di Luigi XIV
accresciuto e corretto. L’altra di due tometti in 8° è un Essai di storia da Carlo Magno a Carlo V. In ambedue riconoscono
Voltaire, cioèuna gran legiadria di stile, e gran falsità di fattura[65]. Pertanto, se nelle lettere del Mehus degli
anni 1753-54 ci mostrano un GALIANI curioso ed interessato a ciò che di
notevole accade in Napoli dal punto di vista della vita pubblica e degli studi
- un GALIANI ben diverso dal misantropo di anni successivi, che non perderà
occasione di sottolineare, proprio in altre lettere al Mehus, il suo isolamento
e la sua avversione per una città giudicata barbara - , le lettere al Mehus
rivelano tratti interessanti ed insoliti di quest’ultimo personaggio[66]. Un posto a sé dev’essere attribuito, nella
corrispondenza di GALIANI, alle lettere diplomatiche scritte al Tanucci durante
il soggiorno francese del 1759-69. Il carattere ufficiale di tali lettere non è
ovviamente senza influenza sul contenuto e sul tono delle lettere stesse. Anche
se con il Tanucci, che a GALIANI si era interessato fin dal 1749, in occasione
dei componimenti per il boia Iannaccone, andarono stabilendosi rapporti che,
oltrepassando il burocratico legame da superiore ad inferiore, si configurarono
come rapporti di amicizia e di sincera collaborazione, non si può pretendere di
trovare, nel carteggio con il potente e tanto più anziano ministro,
quell’abbandono e quella libertà di giudiziuo che costituiscono invece i tratti
essenziali della corrispondenza privata. Queste lettere sono tuttavia
preziosissime, anche considerando che, purtroppo, non si hanno altre lettere di
GALIANI del periodo parigino. Per essere più precisi, si possiedono numerose
lettere al fratello Berardo[67], ma esse rigurdano quasi esclusivamente le
ricerche ed i lavori relativi alla carta geografica del Regno di Napoli, e
perciò nulla ci dicono circa le idee politiche ed economiche di GALIANI. Si ha
poi una lettera a Natale Maria Cimaglia dei primi del 1767 ed una lettera a
Celesia, senza indicazione dell’anno, ma molto probabilmente del 1768. Eppure
GALIANI ebbe certamente, in questo periodo, corrispondenti ben più numerosi. Lo
testimonia, tra l’altro, una lettera di Nicola Fraggianni del 20 ottobre del
1761 nella quale il noto magistrato giurisdizionalista diceva di aver ricevuto i
due fulminanti arresti contro la compagnia de’Neri[68] e dava notizie intorno alla propria attività
antigesuitica a Napoli, preoccupandosi di farla conoscere all’estero; lo
testimoniano anche alcune lettere del 1759-60 del presidente ed avvocato
fiscale della Camera della Sommaria Carlo Mauri, il quale non si limitava a
parlare con l’abate del ritorno a Napoli che quest’ultimo, nei primi mesi del
soggiorno parigino, aveva progettato di effettuare, ma chiedeva che gli fosse
spedito il De l’esprit di Helvétius[69], diceva che avrebbe ricevuto con piacere il Candide di Voltaire[70], accennava a libri sui Gesuiti e sul Portogallo
inviatigli da GALIANI[71]. Il che prova l’attiva opera di informazione e
mediazione politico- culturale svolta da GALIANI in una precisa direzione. Chi
volesse cogliere il pensiero dell’abate GALIANI al di fuori dell’ufficialità
cui lo costringe la figura di un interlocutore così autorevole come il Tanucci
dispone dunque di elementi molto scarsi. Un atteggiamento cauto, una costante
attenzione a non urtare l’irrascibile ministro, un dire e non dire sono
facilmente rintracciabili nelle lettere di cui ci occupa. É possibile, per
esempio, che GALIANI, scrittore di cose economiche e assai incline al
moralismo, condividesse l’opinione tanucciana che tutto mercante è
malandrino[72]?. Eppure, proprio tale convinzione si trova
affermata più volte, con un’esplicita dichiarazione di consenso alla posizione
di Tanucci, notoriamente avverso ai mercanti. Parimenti, non sembra si possa
prescindere dalla personalità dell’autorevole interlocutore per intendere e
valutare il posto quasi trascurabile che hanno nel carteggio le notizie sui philosophes e sull’ Encyclopédie. É certamente vero che GALIANI difettò di quella
tensione morale e di quello slancio entusiasito per le profonde trasformazioni
che caratterizzarono i philosophes si
che probabilmente egli non colse il senso di molte loro battaglie. Ciò tuttavia
non basta a spiegare il silenzio pressocché totale su uomini con cui egli fu in
assiduo contatto, che divennero suoi amici, e che, sia pur sporadicamente,
intrattennero con lui rapporti epistolari dopo il ritorno a Napoli; uomini
inoltre, che egli teneva in altissima considerazione, non foss’altro che per
l’altezza del loro ingegno: questo almeno dicono le poche lettere che rimangono
dirette a Diderot, a d’Alembert, a Grimm, a d’Holbach, ed i numerosi spunti
delle lettere alla d’Épinay in cui si parla dei philosophes. Anche di Voltaire, sul quale il giudizio di GALIANI fu
pieno di riserve, egli aveva un’opinione ben diversa da quella del ministro
Tanucci, chiuso nel suo atteggiamento misogallico e nella sua ostilità agli
enciclopedisti[73]. Come dimenticare, infine, che proprio a
Diderot [74] GALIANI lasciò il manoscritto dei Dialogues sur le commerce des bleds
perché fosse rivisto ed approvato per la stampa? Per spiegare il riserbo di
GALIANI occorre dunque tener presente proprio l’accennato atteggiamento di
Tanucci, uomo di un’altra generazione e di diversa formazione, infastidito ed
irritato di fronte alla violenza dissacratrice dell’antitradizionalismo dei philosophes, tenacemente attaccato ad
una visione conservatrice del primato italiano in campo culturale. Con Bernardo
Tanucci il GALIANI discuteva dei rapporti non sempre facili tra la Francia e
Napoli, e di circostanziati problemi economici e politici relativi ai due
regni; erano argomenti che non solo riguardavano direttamente sia la carica di
GALIANI sia quella di Tanucci, ma erano anche congeniali all’empirismo
tanucciano. Il periodo parigino fu per l’abate GALIANI un periodo di intensa
attività e di fervida partecipazione agli avvenimenti francesi ed a quelli
napoletani, questi ultimi seguiti a distanza, ma con grande attenzione e
lucidità; e se gli interventi galianei non sono sostenuti da quell’ampiezza di
prospettive rinnovatrici che è uno dei trattati essenziali dell’illuminismo,
non si può negare che essi si organizzino intorno ad un preciso nucleo di
interessi e rappresentino il limite più avanzato dell’impegno riformatore di un
uomo che non aveva né la tempra né l’audacia di chi è proteso a fondare una
nuova città terrena. La volontà di cambiare, di cambiare molto, in fretta e
bene, Galiani non la ritroverà più. Tornato a Napoli, scriverà consulte ricche
di intelligenza sui problemi del Regno, ma si tratterà di scritti di chi, in
fondo, si adatta al vecchio edificio, ed adesso vuole apportare soltanto
migliorie parziali, puntellandolo e rafforzandolo per non farlo scricchiolare
troppo. Al centro delle preoccupazioni del GALIANI parigino sembra stia
il problema della prosperità del Regno di Napoli e dei mezzi più idonei a
promuoverla. Dopo i primi mesi, durante i quali l’abate, assai deluso da
Parigi, chiese insistentemente di essere richiamato, tanto che il ritorno
pareva ormai deciso, GALIANI, superato felicemente il disagiio
dell’ambientamento, si concentrò sulle questioni inerenti alla sua carica,
cominciando ad inviare a Tanucci osservazioni, proposte e suggerimenti che,
movendo da un attento esame della situazione francese, avevano di mira i problemi
economici e politici del Regno di Napoli. GALIANI non si limita, come pure
avrebbe potuto fare, ad un semplice lavoro di routine, consistente nel fornire
notizie sulla politica interna ed estera della Francia; al contrario, le
agitate vicende di quegli anni ed i provvedimenti adottati dal governo francese
diventano per lui offetto di costante confronto con ciò che si fa e si potrebbe
fare a Napoli. Così egli in una lettera del 3 novembre 1760 loda la somma
semplicità di quel teorema aureo che V E [Tanucci] mi scrive, cioè che i generi
propri debbano aver materia e forma dentro il loro stesso paese, e che dee
farsi commercio delle materie formate, non delle informe. (Parole divine per
cui benedico mille volte Iddio, che finalmente questa massima pigli per opera
di V.E. radice nel nostro governo…); più avanti, nella stessa lettera, si
legge: noi non possiamo far meglio e più terribil guerra agli Inglesi, che
non vestirci delle nostre lane. Questa è la guerra difensiva. L’offensiva
potressimo anche farla con mandar stoffe e galloni (che noi lavoriamo al pari
di Francia) a Cadice o a Lisbona, per di là mandare all’America. Questi
commerci con Spagnuoli e Portoghesi desidero che siano a cuore alla Reggenza,
quanto è giusto che siano in odio co’ Francesi e Inglesi. Ho inteso da un
portoghese che è qui, che qualche stoffa nostra era capitata a Lisbona,
ed eravi piaciuta. – Spalanchi questa porta V.E. con levar i dazi a quelle
manifatture di seta e d’oro nostro che vanno in Spagna ed in Portogallo. Il Re
non perde niente, perché niente finora ci è andato, ma il Regno acquisterà
milionim e noi avremo conquistate le Americhe, e levati venti vascelli da
guerra agli Inglesi Sono affermazioni di schietto sapore neomercantilista,
dettate dalla constatazione di quella arretratezza manifatturiera del Regno di
Napoli che GALIANI ebbe sempre presente e che tanto preoccupava Antonio
Genovesi. L’8 marzo 1762 GALIANI s’intrattiene su un argomento che più volte
fermerà la sua attenzione in anni successivi[75]: noi piloti non ne possiamo avere perché non
abbiamo scuole di nautica. Io direi che i frati, e principalmente i Gesuiti,
dovrebbero obbligarsi ad avere scuole di geometria, e de’principii d’astronomia
e nautica in tutti i luoghi marittimi del Regno; continuava citando in proposito
l’esempio della Francia, dove i Gesuiti sono maestri della nautica, e
osservava che intanto per ora bisogna servirsi di piloti stranieri. C’è
la richiesta, dunque, che siano le navi napoletane a trasportare le merci
napoletane, per impedire che esca denaro dal Regno. Il 7 novembre 1768,
mandando a Tanucci una umile rappresentanza… sulla necessità di aumentare la
navigazione ed il commercio de’Napoletani, con dare ai medesimi la privativa
del trasporto di qualche loro merce, GALIANI torna ad analizzare il
problema della marineria, ripreso più diffusamente nella lettera del 19
dicembre 1768. Un’altra volta è la possibilità di piazzare vivi ed altre merci
napoletane sul mercato francese a suggerirgli interessanti riflessioni: Come
infinito viene di Spagna, così tutto quello dei Regni delle Due sicilie che qui
verrà sarà il ben venuto. Se non viene peccato è nostro e non natural cosa. N’è
causa la nostra pigrizia e principalmente il non saperlo noi acconciare in
bottiglie e ben turarlo sicché si conservi. Quei nostri impagliati ridicoli in
sottilissimo vetro che non reggonsi in piedi, quell’olio, quel turaccio che non
si può sono colpa che tutto si
guasta, o si corrompe per via. Quanto alle stoffe veggo grandissimi velluti e
damaschi italiani venir qui a vendersi; come vengono di Genova potrebbero venir
di Napoli se noi sapessimo fabbricarle e se non si fosse quella assurdità tra
noi d’un grosso dazio sull’uscita delle nostre manifatture[76]. Le lettere, poi, nelle quali l’abate GALIANI
discorre a lungo delle tariffe doganali e dei dazi interni francesi
testimoniano ulteriormente del suo interesse per i vari aspetti del commercio
napoletano. L’entità di tale commercio va conosciuta il più esattamente
possibile, come GALIANI sottolinea nella lettera a Tanucci del 22 agosto 1763: ho
sempre creduto che il nostro ministro si facesse mandar lista del numero,
carico di vascelli, importazione, esportazione e di tutto quello infine che
giova a saper lo stato del nostro commercio nei paesi esteri, e che i consoli
fossero incaricati di mandar tutte quelle notizie. Altro mezzo non conosco per
avvedersi della prosperità d’un Regno, e perciò ho creduto che questa principal
parte dell’amministrazione non fosse trascurata. Molte note - su di esse
hanno richiamato l’attenzione il Nicolini ed il Venturi - sono le lettere del
1764 relative alla carestia che il quell’anno
colpì il Regno di Napoli. In esse GALIANI biasima aspramente il sistema
annonario di Napoli, contrapponendogli il sistema francese, fondato sulla
libertà di circolazione e di esportazione[77], suggerisce l’introduzione della patata per
evitare i rischi connessi ad un eventuale cattiva raccolta di grano[78], incoraggia Tanucci nelle riforme che la stessa
tragica situazione del Regno sembra rendere indilazionabili, ma che trovano
ostacoli e resistenze nei membri conservatori del Consiglio di Reggenza[79]. I provvedimenti liberistici adottati in
Francia circa il commercio dei grani non sono certamente i soli che GALIANI
vorrebbe vedere applicati alla sua patria. Il 28 dicembre 1767 egli, dopo aver
scritto che Tanucci ha messo il dito giusto sulla piaga quando ha
sottolineato la brevità degli affitti e la crudeltà di S. Liguoro e
delli Vergini a sempre accrescergli, afferma che In Francia sono lunghi
gli affitti. Almeno di nove, o dodici anni, ed i risultati sono
soddisfacenti. Sarebbe quindi opportuno fare a Napoli un dispaccetto che
tenesse presente l’esempio francese. Nella lettera del 31 ottobre 1768 egli
cita il memorabile editto dei monaci emanato in Francia[80]. Invitando il ministro Tanucci a fare qualcosa
di simile. Le aspre contese tra parlamentio e Gesuiti, poi, offrono a GALIANI
l’occasione per invocare una decisa azione antigesuitica anche a Napoli.
L’atteggiamento fieramente antigesuitico è in GALIANI una costante:
rintracciabile nella lettera al cardinale Orsini del 5 ottobre 1767, esso è
altresì presente in numerosissime lettere a Tanucci: Né debbono essere
considerate come sintomo di resipiscenza le parole serene ed equanimi
pronunciate dopo la soppressione della Compagnia nel 1773[81]: esse vanno piuttosto interpretate nel senso di
un cavalleresco riconoscimento ad un avversario ormai sconfitto. Nella
discussione GALIANI-Tanucci a proposito
dei Gesuiti, è il primo a sostenere le posizioni più radicali, insistendo sulla
necessità di far pressioni su Roma per ottenere l’abolizione della Compagnia,
mentre è il secondo a mostrarsi scettico circa una simile eventualità. Quando
poi i Gesuiti saranno espulsi dal Regno di Napoli[82], GALIANI manderà a Tanucci un suo piano per una
vasta riforma dell’ insegnamento[83], bell’esempio di impegno innovatore che trova
conferma in altre lettere del ’68. Si è accennato al fatto che più volte
GALIANi indica come esmplare la legislazione francese sui grani, sì che il 21
settembre 1767 egli scrive al ministro Tanucci
che il regolamento di Francia è l’ottimo, come il nostro è il pessimo.
Il confronto tra Napoli e la Francia[84] torna in una lettera del 2 novembre 1767; del
1765 è la Storia dell’avvenuto sugli editti del libero commercio de’grani in
Francia promulgati nel 1763- 1764, nella quale GALIANI illustra ampiamente i
benefici effetti degli editti liberistici francesi del 1763-’64, non mancando di sottolineare i guasti
prodotti dal regime vincolistico napoletano. Non c’è dubbio, quindi, che
l’abate GALIANI si sia mostrato per molto tempo favorevole alla libertà del
commercio dei grani, accostandosi in tal modo alle posizioni dei fisiocrati, i
cui esordi e la cui affermazione come scuola coincidono proprio con il
soggiorno parigino dell’autore dei Dialogues.
V’è da dire, tuttavia, che se GALIANI condivise il giudizio positivo degli économistes sui già citati editti, non
si può certo parlare di adesione al corpus
dottrinale ed al programma politico che gli stessi économistes venivano esponendo con dogmatica intransigenza.
Difficilmente si potrebbe immaginare un GALIANI - che si conosce portato
piuttosto all’esame del caso singolo e all’empiria riformatrice - neofita
entusiasta di una setta[85] che pretendeva di formulare principi
universalmente validi[86] e di dettare programmi economici e politici che
prescindevano da ogni considerazione della peculiarità dei singoli paesi[87]. Benché non sia legittimo attribuire al GALIANI
ante-Dialogues quello scetticismo e
quella consapevolezza - usata in direzione conservatrice - della varietà delle
situazioni che l’opera sul commercio dei grani ampiamente testimonia[88], nessun documento autorizza a considerare
GALIANI guadagnato all’inflessibilità quasi fanatica con cui i fisiocrati
sostenevano le loro idee: le lettere del periodo parigino, semmai, indicano
coerentemente un GALIANI alieno dalle grandi speranze e dai grandi progetti,
pur se non privo, come si è visto, di un non trascurabile impegno riformatore.
Nessuna lettera offre appigli per affermare che, anche solo per un momento,
GALIANI si sia lasciato attrarre dalla pesante attrezzatura teorica dei
fisiocrati. L’abate si mantiene saldamente ancorato alla realtà e ciò, lungi
dall’essere un elemento che da vigore al suo pensiero, si risolve spesso in
angustia di prospettiva, in una casistica frantumata che preannunzia lo
chevalier Zanobi. Egli ha ben
presente, come si è visto, l’arretratezza manifatturiera del Regno di Napoli,
arretratezza tanto più vistosa se paragonata con lo sviluppo della Francia.
Proprio all’acuta percezione di tale problema va collegata la contrapposizione,
che si trova nei Dialogues, tra paesi manufatturieri, floridi e popolati, e
paesi agricoli, miseri e semideserti. Si è anche visto che GALIANI sottolinea
con forza la necessità di proteggere e di incoraggiare con opportune misure[89] l’industria nazionale: sono spunti che situano
GALIANI al di fuori del pensiero fisiocratico, cui sono essenziali da una parte
la sottolineatura della terra come unica fonte di ricchezza ed il
privileggiamento assoluto dell’attività agricola, con conseguente minor
attenzione per l’attività manifatturiera; dall’altra il postulato della
completa libertà d’importazione e di esportazione, nella visione di una
solidarietà sovrannazionale che supera gli egoistici interessi dei vari paesi.
GALIANI, invece, si richiama agli interessi del Regno di Napoli, con un
ripiegamento sulla realtà e le esigenze dei singoli stati che, già presente nel
Della moneta, tende ad accentuarsi
nelle lettere, sino a costituire uno dei punti chiave dei Dialogues. L’abate
GALIANI, pertanto, è senza dubbio più incline ad un realismo senza voli che
agli arditi progetti dei philosophes
e degli économistes; agisce in lui
quell’atteggiamento da Machiavellino
che in seguito egli stesso rivendicherà talvolta con compiacenza e che gli
avversari gli rimprovereranno: sì che il giudizio positivo sugli editti del
1763-64 si configura come un’occasionale convergenza con i fisiocrati su
provvedimenti particolari, e non è in alcun modo interpretabile come il segno
di una più impegnativa adesione alla dottrina dei seguaci di Quesnay. Se ci si
pone da siffatta angolatura, risulterà meno clamorosa ed imprevista la conversiuone
economica di GALIANI , che, com’è noto, nei Dialogues prese aperta posizione
contro la libertà di esportazione dei grani e contro i fisiocrati. Restano
certamente da individuare con chiarezza le esperienze e le valutazioni che
orientarono GALIANI verso una così dura polemica antiliberistica[90], ma il problems del passaggioda un
atteggiamento all’altro non è problema di mutamento radicale di convinzioni
filosofiche e morali, oltre che economiche e politiche; non di revisione delle
proprie convinzioni fondamentali si tratta, ma di semplice adozione di una
diversa soluzione a problemi pratici e circoscritti che si erano già posti
precedentemente. Dopo il forzato ritorno a Napoli nel 1769, con cui amaramente
si chiudeva il periodo più fervido e ricco della sua vita, GALIANI mantenne un
fitto carteggio con la d’Épinay, il cui salotto, centro di raccolta dei philosophes, egli aveva assiduamente
frequentato, e nelle cui mani aveva lasciato, perché lo rivedesse e lo
pubblicasse, il manoscritto dei Dialogues
sur le commerce des bleds. Proprio alle vicende della revisione e della
stampa dei Dialogues, vicende che
GALIANI seguì con grande trepidazione, sono dedicate le lettere fino ai primi
mesi del 1770; poi, pubblicata l’opera e scatenatisi gli attacchi degli économistes,
GALIANI s’impegnerà a ribattere non soltanto nelle lettere alla d’Épinay, ma
anche in quelle ad altri amici francesi, come Boudouin e il Suard, le
obbiezioni dei suoi critici, precisando, integrando, ampliando. E se egli non
scrisse mai quel nono dialogo che avrebbe potuto spiegare compiutamente ciò
che, per ragioni obiettive[91], era rimasto implicito o soltanto accennato, i
numerosi interventi sul problema dei grani nelle lettere post reditum potrebbero fornire i materiali sufficienti per la
ricostruzione ideale di tale dialogo. È vero che, dal punto di vista della
discussione economica, GALIANI non reca sostanziali modifiche al quadro da lui
delineato nei Dialogues[92], ma un elemento emerge con una chiarezza ed
un’evidenza che tali non erano nei Dialogues:
si tratta della preoccupazione, più volte ribadita, che l’applicazione delle
teorie fisiocratiche conduca al disordine ed al passaggio violento dalla
monarchia alla repubblica, sconvolgendo quell’assetto politico sociale cui
GALIANI si sente attaccato: Tout pays qui établira et soutiendra la liberté
indéfinie des blés scrive alla d’Épinay il 22 gennaio 1774 riproponendo
sinteticamente opinioni espresse a più riprese sera bouleversé. Sa forme deviendra
entièrement républicaine, démocratique, et la classe des paysans deviendra la
première et la plus puissante. Nous qui ne bechons pas la terre, nous serions
donc bien fous de la laisser établir pour devenir les derniers; il 2 gennaio
1773, dopo aver osservato che il paisan riche…amène…la forme républicaine,
et enfin l’egalité des conditions, qui nous a couté six mille ans à détruire,
GALIANI aveva scritto: J’aime la monarchie, parce que je me sens bien plus
proche du gouvernement que de la charrue. J’ai quinze mille livres de revenu
que je perdrais en enrichissant des paysans. Egli indica negli économistes dei perturbatori della pubblica
quiete, rivelando un astio ed una chiusura conservatrice che sono a loro volta
i sintomi di un atteggiamento di fondo da un sempre più accentuato scetticismo,
dalla diffidenza e dalla irrisione per chi non lascia che il mondo vada come
va.
Le lettere agli amici francesi che vanno dal ritorno a Napoli alla morte ci mostrano un GALIANI sempre più misantropo, sempre più disincantato, sempre più sordo alle istanze di profonda trasformazione. Lontano da Parigi, l’abate sembra aver perso quel tanto di tensione spirituale che l’ambiente dei philosophique di quegli anni memorabili[93] aveva contribuito ad infondergli. Egli non ha perso la verve ed il gusto della battuta spiritosa; anzi, questi tratti si accentuano al punto che essi, in non poche lettere, si accampano in primo piano, senza essere più sorretti da un nucleo di validi interessi. Si veda la lettera del 30 maggio 1772 alla viscontessa di Belsunce, figlia della d’Épinay, nella quale l’abate s’intrattiene sulla Hisoire des chats, a laquelle à présent; si vedano le lettere in cui egli, ostentando la sua bizzarria, parla dei suoi gatti e delle osservazioni che va compiendo su di essi[94]. Sembra quasi che GALIANI senza l’obbligo di rimanere all’altezza della fama di causeur acquistata a Parigi, senza che si possano escludere la volontà e la vanità di superare contantemente la d’Épinay in arguzia, brio, ingegnosità paradossale. Non si sottrae all’impressione che, partendo da una condizione reale[95], GALIANI si sia egli stesso costruito un personaggio con cui giocare, ai confini tra realtà e finzione: il personaggio di chi dalla vita ha tratto una sconsolante lezione, del giudice smagato di cose e di uomini, dell’eterno enfant terrible che non rinuncia a dire amare verità sotto lo scintillio del paradosso; ed è con una punta di compiacenza, così almeno pare, che GALIANI si presenta come il machiavellino assertore di una morale che è agli antipodi di quella dei philosophes. Si veda come risponde alla d’Épinay, che aveva lodato [96] l’Histoire philosophique et politique des Européens dans les deux Indes del Raynal: c’est le livre d’un homme de bien, très instruit, très vertueux, mais ce n’est pas mpn libre. En politique je n’admets que le machiavélisme pur, sans mélange, cru, vert, dans toute sa force, dans toute son apreté. Il gusto di stupire per mezzo della genialità della trovata è rintracciabile più volte: valga come esempio la lettera del 25 maggio 1771, in cui GALIANI illustra spiritosamente les principes fondamentaux de la liberté. Un’altra volta, informato dell’ancienne amitié tra l’attore Carlino[97] e Clemente XIV, progetta di scrivere un romanzo epistolare costituito dall’immaginaria corrispondenza tra i due personaggi[98]. Sparsi in tutte le lettere, poi, sono le sentenze, gli aforismi, le osservazioni moraleggianti[99], pronunciate col tono di chi ha intensamente vissuto e molto imparato: Vous attribuez la perte de la gaieté à la corruption des moeurs; j’aimerais mieux l’attribuer à l’augmentation prodigieuse de nos connaissances; à force de nous éclairer, nous avons trouvé plus de vide que de plein, et au fond, nous savons qu’une infinité de choses, regardées comme vraies par nos pères, sont fausses, et nous en savons très peu de vraies qu’ils ignorassent. Ce vide, resté dans notre ame et dans notre imagination, est, à mon avis, la véritable cause de notre tristesse: Le raisonneur tristement s’accrédite: ah! Croyez-moi, l’erreur à sons mérite. Ce sont les plusbeaux vers et la pensèe la plus sublime enfantés par l’immortel Voltaire[100]. Ed è sempre il richiamo, implicito od esplicito, ad un’esperienza accumulata negli anni che offre all’abate la giustificazione del suo atteggiarsi a profeta o, quanto meno, ad interprete del presente alla luce degli sviluppi futuri. Le riflessioni sul vide dans notre ame et dans notre imagination riportate sopra ci riconducono al senso di una vita opprimente, trascinata nella stanchezza e nell’isolamento, chiusa in un’amarezza che si eleva talvolta ad una sconsolata visione dell’umana vicenda: On a beau faire le reveche contre notre destinée et la loi commune des etres scrive alla d’Épinay il 19 giugno 1773, prendendo spunto dal ritratto del marchese di Croismere, morto qualche mese prima. Nous mourons, nous et nos phisionomies, et nos saillies, et nos portraits, et notre souvenir, et tout doit s’en aller. Quel délire que celui des Romains et des Grecs, que de faire tout pour l’immortalité n’est qu’un terrain disputé à l’oubli, mais bien faiblement disputé. GALIANI dice di voler mettere da parte questa reverie sombre et désespérante, ma un sottofondo di tristezza, di rimpianto per anni irrimediabilmente trascorsi, si manifesta spesso. C’è anche qui la volontà di tener fede all’immagine del GALIANI esiliato a Napoli, la volontà di sdoppiarsi maliziosamente in un alter Ego non del tutto rispondente al GALIANI di quel periopdo? Certamente, c’è anche questo; ma la tetraggine scontrosa e la sensazione di sentirsi uno straniero in patria sono una realtà che non si può ignorare[101]. Esse tornano con insistenza nelle lettere a Lorenzo Mehus, un personaggio nei confronti del quale GALIANI non si sentiva certo impegnato a far uso di filtri letterari. Il 7 dicembre 1773 scrive: In verità, la società di Cannibali, di Antropofagi, di Ciclopi, che mi circonda, mi svoglia affatto dalle lettere. La denuncia dell’atmosfera stagnante della capitale torna nella lettera del 6 dicembre 1774: Per ora ogni letteratura in Napoli resta schiacciata sotto il peso dell’artefatto ozio, e d’un forzato letargo; il 28 novembre 1775 insiste: è immensa la distanza che è tra me e il grosso de’miei concittadini … goderò del loro inefficace odio, che pago con altrettanto disprezzo tranquillissimo. Una stanchezza al limite della disperazione affiora nella lettera del 14 luglio 1778: Io tiro innanzi una noiosa, ed infruttifera vegetazione. Ogni giorno più concerto le mie idee al fisico della vita animale, et cupio dissolvi. Gli anni napoletani non furono soltanto spesi nel vagheggiamento del soggiorno parigino, come talvolta le lettere della d’Épinay potrebbero far pensare, ma furono anche densi di un’attività svolta con scrupolo ed intelligenza. Sono di questi anni le consulte su vari problemi del Regno, scritture tra le più belle di GALIANI, anche se l’orizzonte politico appare piuttosto angusto ed egli si limita a suggerire rimedi parziali; nel 1782 esce il già ricordato De doveri de’Principi neutrali, mentre le lettere di Celesia aprono spiragli sui persistenti interessi politici ed economici dell’abate. Inltre le lettere a Mehus ci mostrano un GALIANI attento a vari problemi, primo fra tutti quello della bonifica della maremma toscana, ed il carteggio con la d’Épinay e gli altri francesi provano come l’abate GALIANI si tenesse costantemente informato dell’opera di Turgot e di Necker. Occorrerà dunque non insistere troppo nell’accentuare unilateralmente un aspetto della personalità di GALIANI, ma, piuttosto, aver cura di cogliere tale personalità nelle sue sfaccettature e sfumature. Pertanto, sarà da tener presente il complesso intrecciarsi di interessi significativi e di senso di vuoto e di noia, di attività e di inerzia, di vaniloquio e di meticoloso lavoro intorno a problemi concreti. Non par dubbio, tuttavia, che effettivamente l’abate GALIANI sia rimasto come sequestrato dal ribollire di propositi riformatori e di generose speranze della nuova generazione di illuministi. L’addormentato paese di cui si lagna in una lettera al Mehus del 26 febbraio 1771 era il paese dei Longano, dei Filangieri, dei Galanti, dei Pagano, che proprio in quegli anni si affacciavano sulla scena della vita politica e culturale. GALIANI non sembra nemmeno accorgersi di questi giovani d’eccezione. Soltanto in una lettera al Mehus del 25 giugno 1782 si trova un accenno a Filangeri ed a Galanti: La libertà è qui generale. Naturalmente porta seco frutti buoni, e cattivi; ma la raccolta de’buoni supera quella de’cattivi; e in tutto noi dobbiamo benedire il governo dello stato di libertà che godiamo, poco gustato altrove. Sicuramente quella stessa impunità che fa vomitar libelli ad un Sarcone, incoraggisce un Filangeri, un avvocato Galanti a produrre buoni libri. Il suo isolamentoè reale, anche se non mancano i contatti con il Wilczeck, con gli ambasciatori francesi[102], con gli amici di passaggio[103]; freddi, invece, erano i rapporti con il Tanucci dopo il richiamo del 1769. Chiuso in un mondo tutto suo di ricordi, di interessi, di simpatie ed antipatie, egli non è certo uomo capace di comprendere i fermenti e le aspirazioni che si manifestano intorno a lui, di stabilire rapporti con i giovani che si vanno mettendo in luce, di spronarli e di incoraggiarli. Né i giovani lo cercano: egli, l’illustre autore del Della moneta e dei Dialogues, non costituisce né una guida né un punto di riferimento. Anzi, quando Giuseppe Maria Galanti ne fa menzione, è per sottolineare la gretta aciditò di censore. Il GALIANI che invecchia non potrebbe essere più diverso da un Bartolomeo Intieri, imparegiabile stimolatore di ingegni e di energie intellettuali fresche, pronto ad entusiasmarsi, a più di settant’anni, per il Della moneta ed il suo autore, inesausto vagheggiatore - e preparatore, per quanto gli fu possibile - di un mondo trasformato dal progresso dei lumi. Morta la d’Épinay nel 1783, venne meno a GALIANI la corrispondenza abituale, che rappresentava per lui il concreto legame con la Francia. Già negli ultimi anni di vita della d’Épinay il carteggio si era molto diradato, a causa soprattutto delle cattive condizioni di salute della signora. Di coloro che, senza poter essere definiti corrispondenti fissi di GALIANI, avevano scambiato con lui delle lettere, il d’Alembert morì nel 1783, il Diderot nel 1784; l’abate rimase in contatto con il Grimm, che sopravvisse fino al 1807[104]. I legami con la Francia andavano attenuandosi. Date anche le scarse lettere degli ultimi anni, si potrebbe pensare ad una chiusura ancora maggiore, ad una solitaria e sconsolata attesa della morte; ma a metterci in guardia sino alla fine da ogni schematismo e da ogni caratterizzazione rigida ed univoca sta il viaggio a Venezia intrapreso pochi mesi prima di morire, viaggio durante il quale rivide vecchi amici come Andrea Memmo, di cui fu ospite, e fece nuove conoscenze, come Tiraboschi. L’ultima lettera di GALIANI è una dignitosa risposta inviata dal letto di morte alla regina Maria Carolina, che lo invitava, con tono di bigotta devozione, a pentirsi dei suoi peccati. Ferdinando GALIANI fu sepolto nella chiesa dell’Ascensione a Chiaia piazza dell’Ascenzione sez. Chiaia (Napoli) come riporta il Diodati.
CITAZIONI RIGUARDANTI L’ABATE GALIANI TRATTE DA PIU’ FONTI
Nella pubblicazione Della moneta e scritti inediti dell’abate Ferdinando GALIANI edizione dell’11 febbraio 1963, Giacomo Feltrinelli Editore, con introduzione di Alberto Caracciolo ed a cura di Alberto Merola, nell’introduzione a pag. XV si legge: …tanto è risultato moderno e privo di oscurità il vocabolario di GALIANI in confronto a quello di altri autori. Già Ugo Foscolo aveva aditato i pregi dell’elegante trattato, e Alessandro Manzoni si era esercitato con ammirazione a chiosare quelle pagine, alcune delle quali oggi trovano posto a buon titolo in antologie della letteratura italiana….
A pag. XVII: «… A ragione osserva il Presidente della Repubblica Italiana[105], il cui saggio resta la migliore guida allo studio del pensiero economico galianeo, che …se il GALIANI metodologo è sorprendente, non lo è meno il GALIANI teorico puro (pag. 282).…
A pag. XXIII: «…Graziani per esempio ascrive a merito di GALIANI ed a sua originalità rispetto a Locke ed a Cantillon proprio il fatto di aver dato nella sua costruzione poco posto al lavoro, che sarebbe considerato solo come uno fra i vari elementi che tutti si rifanno al concetto di utilità largamente inteso (pag.105)… . Maggiore interesse mostreranno invece gli economisti marxiani e ricardiani, a cominciare da Marx stesso; il quale anche nel Capitale (vol. 1, 11, P.10), oltre che nella Theorien uber den Mehewert (vol. 3, p. 289), fa alcuni riferimenti a GALIANI, e non esita a servirsi di un esempio tratto dal Della moneta per sostenere la sua teoria del plusvalore relativo. …».
A pag. XXV: …Sostiene Einaudi che spetti anzi allo scrittore napoletano (Ferdinando GALIANI) il merito di aver anticipato le teorie della scuola austriaca, che considerando l’interesse come uno strumento atto ad eguagliare beni presenti e beni futuri (pag. 289).
A pag.XXVII: «…la moneta di conto ritorna ad essere oggetto di analisi economica[106]. Secondo Einaudi (pp. 247-48), su questo terreno Ferdinando GALIANI riesce a vedere sostanzialmente chiaro: egli avverte cioè che si tratta di un rapporto fra tre variabili, l’unità monetaria immaginaria, l’unità monetaria corrente e l’unità del bene economico. Ciò facendo, procede nello stesso modo in cui l’economista d’oggi si orienta nella relazione fra due sole unità di misura quali il dollaro ed il quintale di grano od anche, fra queste due unità ed un’altra che è l’oro…».
In ossevazioni sulla scienza ed i suoi limiti, così si esprimeva l’abate GALIANI nel 1778: « grazie al nostro illuminismo abbiamo trovato più vuoto che pienezza, e in sostanza sappiamo che è falso un numero infinito di cose che i nostri padri ritenevano per vere, mentre ne conosciamo poche di vere che erano loro ignote».
LUIGI VANVITELLI
In Le
lettere di Luigi Vanvitelli della biblioteca Palatina di Caserta[107] nella lettera n°611 datata Caserta 10 febbraio
1759 si legge: « le bolle dell’abate
GALIANI io stesso gli le mandai con biglietto a casa sua…», ed ancora nella
stessa lettera: « le carte del
Cappellano Maggiore[108], ancora sono in casa, perché niuno è venuto a
prenderle…».
Nella lettera 1249 vol.III Caserta 30 aprile 1766: « ho trattato qua in casa mia, per due giorni l’abbate D. Ferdinando GALIANI, segretario regio del ministro ambasciatore del Re di Napoli in Parigi, il quale è amico molto di Tanucci, e ritornerà quanto prima in Francia.
IL MINISTRO ACTON
La libertà politica veniva, nel 1782, difesa dall’abate GALIANI coraggiosamente contro il ministro Acton, che non voleva riconoscerla[30].
PRELIMINARI ALL’EPISTOLARIO
Quando, sulla Critica del 1903-1904, Fausto Nicolini diede notizia dell’esistenza, tra i numerosi inediti galianei in suo possesso, di un vasto carteggio, pubblicando lettere di d’Holbach, Diderot, Grimm ed altri noti personaggi del secolo dei lumi, la fama di Ferdinando GALIANI era legata, oltre al Della moneta ed ai Dialogues sur le commerce des bleds, alle lettere indirizzate alla d’Epinay ed agli amici francesi. Soprattutto per tale corrispondenza, il Sainte-Beuve, nelle sue Causeries du Lundi, aveva rivendicato GALIANI alla letteratura francese; ed era stata proprio quella corrispondenza, così vivace, arguta e paradossale, a convalidare l’immagine del petit abbé brioso e moqueur, apprezzato più per lo stile brillante che per la solidità e profondità di pensiero: immagine che, rintracciabile in parte presso contemporanei come Marmontel, Morellet e Diderot[31], si ritroverà esemplarmente schematizzata nelle poche righe che all’abate napoletano dedicava Gustave Lanson nella sua Histoire de la littérature francaise: GALIANI a plus de fond et une forme plus¨“réveillante” [rispetto al principe di Ligne, di cui il Lanson aveva precedentemente parlato]. Il est érudit, liseur, penseur, paradoxal avec délices, prophète tour lucide et saugrenu: esprit fin, plaisant, bouffon, ayant gardé dans son style un peu de cet accent napolitain, de cette gesticulation affrénée, qui rendaient sa conversation si amusante. Una caratterizzazione, questa, che il Lanson faceva avendo presente proprio la Correspondance di GALIANI, espressamente citata in nota insieme con i Dialogues. Per molto tempo non furono conosciute di GALIANI che le lettere scambiate con la d’Épinay ed i corrispondenti francesi, lettere pubblicate in due approssimative edizione nel 1818 e, successivamente nel 1881, in altre edizioni assai rigorose: una a cura di Eugène Asse, l’altra a cura di Lucien Perey[32] e di Gastone Maugras, quest’ultima arricchita di numerose lettere e tutt’ora da considerarsi come la migliore edizione del carteggio francese di GALIANI. Tra il 1869 ed il 1880 Augusto Bazzoni pubblicò sull’Archivio storico italiano una scelta della corrispondenza diplomatica tra GALIANI e Tanucci degli anni 1759-69, mettendo così a disposizione degli studiosi nuovi preziosi materiali riguardanti non soltanto GALIANI, ma la Francia ed il Regno di Napoli della seconda metà del settecento. Si tratta, purtroppo, di un’edizione assai difettosa, senza note e con numerosi errori di trascrizione. Fu solo con i citati articoli del Nicolini che agli studiosi vennero segnalate lettere copiose e di grande importanza, tali da gettare nuova luce sull’attività e personalità di GALIANI. Per tutta la vita il Nicolini, infaticabile editore di inediti galianei, vagheggiò il progetto di una grandiosa edizione di tutta la corrispondenza dell’abate, chiudendo la sua operosa vita di ricercatore proprio mentre stava lavorando ad una nuova edizione della corrispondenza francese di GALIANI. C’è veramente da rammaricarsi che il Nicolini non sia mai riuscito a concretare il suo progetto, e che la morte abbia interrotto un lavoro che, sebbene non prevedesse la pubblicazione di tutte le lettere di ed a GALIANI, avrebbe messo a disposizione fonti di notevole interesse. Certo, riunendo i molti saggi in cui il Nicolini è venuto pubblicando, nell’arco di più di un cinquantennio, il carteggio galianeo in suo possesso, si otterrebbe una parte non trascurabile del carteggio medesimo: tuttavia, dalle edizioni nicoliniane sono rimaste escluse lettere meritevoli della massima attenzione[33], si che sarebbe opportuno procedere ad un’edizione integrale della corrispondenza di GALIANI, utilizzando sia le carte della Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria[34] sia le carte di altri archivi e biblioteche. Il fondo più cospicuo di lettere scritte da GALIANI o a lui dirette è alla Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria. Pur così vasto, il carteggio costituisce certamente soltanto una parte della corrispondenza che GALIANI intratteneva con i personaggi più diversi. Perché il nostro abate, senza dubbio poco perseverante nelle sue fatiche letterarie[35], fu un instancabile scrittore di lettere. Il GALIANI, che dopo l’exploit giovanile Della moneta non diede più opere di vasto respiro[36], per le quali gli mancavano la costanza dell’applicazione e dalle quali era distratto da un’inquieta curiosità, che lo induceva a saggiare il terreno in varie direzioni, sembra eccellere proprio in quei componimenti che richiedono ed impongono una trattazione stringata, da concludersi nell’ambito di poche pagine: le lettere e le consulte. Non a caso alcune delle cose migliori di GALIANI vanno ricercate proprio nei pareri scritti come consigliere e segretario del Supremo Magistrato del Commercio, dove l’impegno a concentrarsi su un problema preciso e circoscritto escludeva programmaticamente lo sforzo di una meditazione prolungata ed articolata; e, ex contrario, non a caso egli troncherà bruscamente il Trattato sui doveri de’Principi neutrali del 1782, l’unica opera di una certa ampiezza che scriverà dopo il ritorno a Napoli e alla quale,significativamente, confesserà di essersi accinto di malavoglia e solo a causa di un irresistibile comando in alto loco. Come il talento e l’inteligenza di GALIANI hanno modo di manifestarsi delle lucidissime consulte, così essi sembrano sollecitati dal genere stesso della lettera: il componimento breve veniva evidentemente incontro al temperamento dell’abate, facendo scattare la sua disposizione alla battuta arguta, all’ammiccamento ironico, alla notazione penetrante lasciata all’elaborazione del lettore. Assai indicativo è anche il fatto che talvolta avviene una sorta di simbiosi tra lettera e consulta: talune lettere a Tanucci[37] assumono l’aspetto di veri e propri trattati, dove il GALIANI inquadra felicemente il problema, analizzando poi, con minuziosa precisione, nei suoi elementi caratterizzanti. Anche prescindendo dalle lettere alla d’Épinay, che GALIANI, destinandole, tra il serio ed il faceto, alla pubblicazione, curò con particolare attenzione[38], va notato che molte delle lettere scritte senza la preoccupazione di avere altri lettori che non fossero i singoli destinatari sono spesso costruite con una finezza per mezzo della quale il complimento diventa l’occasione per una gustosa divagazione, e la notizia si alleggerisce in una considerazione talvolta sorridente, talvolta ironica, talvolta amara delle proprie ed altrui vicende: si veda ad esempio la lettera all’arcivescovo di Palermo Francesco Sanseverino del 12 aprile 1777, con quella prima parte giocata sul dialogo tra il cuore, il ventricolo e la bocca a proposito dei dolci siciliani, o la lettera del 12 luglio 1774 a Lorenzo Mehus su Troiano Odazi, che ci dà un undimenticabile ritratto psicologico del bizzarro allievo di Genovesi, o, ancora, la lettera del 28 aprile 1772, dove la risposta al Menafoglio, che chiede al GALIANI quali cariche egli abbia, appare risolta sui toni ironici, ed intrisa di una segreta, sofferta stanchezza. La stragrande maggioranza delle lettere conservate tra le carte GALIANI della Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria non sono dell’abate, ma dei suoi corrispondenti, si che, a volerci servire di tali lettere, si potrebbe arrivare alla delineazione soltanto indiretta dell’immagine dello stesso GALIANI. Quasi sempre, purtroppo, manca proprio la voce di quest’ultimo in carteggi che, se fosse possibile ricostruire nella loro articolazione dialogica, sarebbero anche più interessanti di quanto siano così come ora li abbiamo. Pensiamo a quali preziose notizie potremmo avere sui dubbi, gli interrogativi, i problemi che accompagnarono la nascita del Della moneta , ed in genere sui progetti e gli interessi del GALIANI giovane, se potessimo disporre delle lettere al conte di Punghino, quel degnissimo, e virtuosissimo cavaliere, che fu paggio del nostro Re, ed ora da molti anni si trova casato in Messina, per il quale GALIANI chiedeva a Bottari, il 20 gennaio 1759 la dispensa necessaria per poter leggere i libri all’Indice. Con il Punghino l’abate intrecciò, tra il 1748 ed il 1753, una fitta discussione sull’amore naturale e l’amore soprannaturale, sull’Anticristo e sull’amore platonico, su questioni metafisiche centrate sull’affermazione di GALIANI - riferita dal suo interlocutore - che la nature est uniforme. Su tale affermazione il Punghino, il 13 ottobre 1748, chiedeva spiegazioni, così come sui due princìpi della solidité e dell’ attraction sottolineati da GALIANI: princìpi che, secondo il Punghino, difficilmente potevano valere per les etres supérieurs, les esprits purs, les Anges, Dieu, et tout enfin ce qui est au dessus de la nature humaine. Il 25 novembre dello stesso anno il Punghino riprendeva questi argomenti, alludendo a significative osservazioni che GALIANI aveva fatte nella lettera del 31 ottobre: Pource qui regarde Dieu et les Anges, scriveva il corrispondente messinese laissons, j’y consens, cette matière à la souveraineté de la théologie. Un frammento di dissertazione di GALIANI sull’Anticristo - in copia di mano del Punghino - è rimasto tra le lettere di questi. È una dissertazione in cui, tra osservazioni erudite ed apparenti dichiarazioni devote, si fa strada una critica mordace ed irriverente; come quando, discorrendo degli Errori commessi sull’opinione del Messia, si afferma che se Gesù Nazzareno non fu né conquistatore né un re, come si aspettavano gli Ebrei, pure le conquiste ci furono, un regno ci fu: Questo regno io lo definisco l’imperio delle idee; battuta da cui GALIANI prende le mosse per una dura polemica contro la Chiesa. La tesi è ardita, che l’imperio delle idee, che ha portato con sé la violenza e l’ignoranza, viene presentato non come un tralignamento dell’autentico spirito della predicazione di Cristo, ma addirittura come il compiersi delle profezie bibliche. I temi discussi con il Punghino[39] non rimangono dunque confinati nell’ambito di una dotta ed un po’oziosa disputa teologica e morale, ma si colorano di vivaci tratti illuministici, con un gusto tutto galianeo per la battuta maliziosa e per il ragionamento ingegnoso condotto sul filo del paradosso. Anche di altri personaggi si è costretti ad ascoltare un monologo, sebbene nelle loro lettere si possono cogliere accenni a idee e posizioni dell’abate. Tali lettere - ed è questo un altro motivo dell’interesse che presentano i documenti della B.S.N.S.P. - costituiscono fonti di primaria importanza per la migliore conoscenza di figure di primo piano della cultura e della politica italiana del settecento. Una di tali figure è certamente quella di Gaspare Cerati, il dotto provveditore dell'università di Pisa, che GALIANI conobbe a Napoli nell’aprile del 1749 e con il quale mantenne per anni una corrispondenza di eccezionale interesse giuntaci purtroppo soltanto parzialmente. Il Cerati, amico e corrispondente di Celestino GALIANI, discute con il giovane Ferdinando di problemi economici, delle opere del Genovesi e di Intieri, del Della moneta; parla con ammirazione di Montesquieu, suo incomparalile amico; accenna ad un’opera De re tributaria che GALIANI aveva progettato di scrivere; dà notizia di libri di Uztàriz, Ulloa, Forbonnais. Temi siffatti rendono tanto più incresciosa l’assenza degli interventi galianei. Di tale assenza ci si rammarica anche nel leggere le numerose lettere di Pietro Paolo Celesia, il diplomatico genovese del cui carteggio con GALIANI è stato recentemente pubblicato il primo volume. Mancano pure le lettere di GALIANI a Filippo Argelati, l’erudito editore milanese del De monetis Italiae, che l’11 luglio 1753 invitava GALIANI ad inviargli il materiale da inserire nel quinto tomo della sua raccolta, così come mancano quelle ad Antonio Menafoglio, l’inquieto patrizio lombardo che fu membro dell’Accademia dei Pugni. Sono lettere, queste che sono state citate, che oltre ad essere di per se notevoli rivelan, o talvolta tratti del carattere di GALIANI, gettano luce sui suoi interessi, ci informano dei suoi progetti non realizzati. Già si è accennato a quel De re tributaria che rimase tra le tante velleità dell’abate; ed ecco in una lettera di Celesia - già segnalata dal Fausto Nicolini e dal Rotta - aprirsi uno spiraglio su una valutazione non benevola di GALIANI nei confronti del Beccaria[40] testimonianza[41] di un involuzione conservatrice del GALIANI post reditum[42]. Nella lettera del 20 settembre 1754 lo stesso Celesia accusa il GALIANI di irresolutezza criminosa; il libraio ed editore romano Niccolò Pagliarini ed il dotto etruscologo Anton Francesco Gori sollecitano invano scritti di GALIANI, rispettivamente per il Giornale de’letterati e per la Colombaria, mentre la fastidiosa insistenza con cui GALIANI richiede benefici presso la curia romana è documentata dalle lettere del cardinale Silvio Valenti-Gonzaga e da quelle di Antonio Niccolini. Di grande dovevano essere le lettere di GALIANI al vecchio Intieri. Nelle lettere intieriane si discute del palorcio, una macchina inventata dall'Intieri, si accenna a temi come quello dell’annona di Napoli[43], che GALIANI riprenderà anni dopo, si menzionano libri sulle monete, tra cui un «noioso librettucciaccio intitolato Delle monete in senso pratico e morale, ragionamento[44] diviso in sette capitoli», aspramente criticato[45]. Le lettere, importanti anche per le vicende esterne della pubblicazione del Della moneta, esprimono più volte l’entusiasmo, tipicamente intieriano, per progressi, che fanno sperare in ulteriori passi in avanti, dei tempi in cui si vive, e traboccano di lodi sperticate a GALIANI, il quale dovette alla fine stancarsi di tanti elogi e farlo capire ad Intieri, se questi, nella già citata lettera del 4 marzo 1752, scriveva: Sento rimproverarmi da voi come noiosamente unisono, ma io disprezzo simili rimproveri, e bado con attenzione al bene vostro, e della vostra Patria e della Cristianità. Non è possibile qui indicare tutti i corrispondenti di Ferdinando GALIANI: oltre ai già menzionati, basti ricordare, tra gli italiani, Appiano Buonafede, Giuseppe Simonio Assemani, Andrea Memmo, Iacopo Facciolati, Pompeo Neri, Celestino Orlandi; tra gli stranieri - oltre a quelli più famosi, come il Diderot, il Grimm, il d’Holbach, il Suard, - Ernesto Luigi ed Augusto di Sassonia-Ghota, il marchese di Mora, il Bourlet de Vauxcelles, il Pellerin, il Sartine.
Gli amici francesi dell'abate Galiani
Le lettere agli amici francesi che vanno dal ritorno a Napoli alla morte ci mostrano un GALIANI sempre più misantropo, sempre più disincantato, sempre più sordo alle istanze di profonda trasformazione. Lontano da Parigi, l’abate sembra aver perso quel tanto di tensione spirituale che l’ambiente dei philosophique di quegli anni memorabili[93] aveva contribuito ad infondergli. Egli non ha perso la verve ed il gusto della battuta spiritosa; anzi, questi tratti si accentuano al punto che essi, in non poche lettere, si accampano in primo piano, senza essere più sorretti da un nucleo di validi interessi. Si veda la lettera del 30 maggio 1772 alla viscontessa di Belsunce, figlia della d’Épinay, nella quale l’abate s’intrattiene sulla Hisoire des chats, a laquelle à présent; si vedano le lettere in cui egli, ostentando la sua bizzarria, parla dei suoi gatti e delle osservazioni che va compiendo su di essi[94]. Sembra quasi che GALIANI senza l’obbligo di rimanere all’altezza della fama di causeur acquistata a Parigi, senza che si possano escludere la volontà e la vanità di superare contantemente la d’Épinay in arguzia, brio, ingegnosità paradossale. Non si sottrae all’impressione che, partendo da una condizione reale[95], GALIANI si sia egli stesso costruito un personaggio con cui giocare, ai confini tra realtà e finzione: il personaggio di chi dalla vita ha tratto una sconsolante lezione, del giudice smagato di cose e di uomini, dell’eterno enfant terrible che non rinuncia a dire amare verità sotto lo scintillio del paradosso; ed è con una punta di compiacenza, così almeno pare, che GALIANI si presenta come il machiavellino assertore di una morale che è agli antipodi di quella dei philosophes. Si veda come risponde alla d’Épinay, che aveva lodato [96] l’Histoire philosophique et politique des Européens dans les deux Indes del Raynal: c’est le livre d’un homme de bien, très instruit, très vertueux, mais ce n’est pas mpn libre. En politique je n’admets que le machiavélisme pur, sans mélange, cru, vert, dans toute sa force, dans toute son apreté. Il gusto di stupire per mezzo della genialità della trovata è rintracciabile più volte: valga come esempio la lettera del 25 maggio 1771, in cui GALIANI illustra spiritosamente les principes fondamentaux de la liberté. Un’altra volta, informato dell’ancienne amitié tra l’attore Carlino[97] e Clemente XIV, progetta di scrivere un romanzo epistolare costituito dall’immaginaria corrispondenza tra i due personaggi[98]. Sparsi in tutte le lettere, poi, sono le sentenze, gli aforismi, le osservazioni moraleggianti[99], pronunciate col tono di chi ha intensamente vissuto e molto imparato: Vous attribuez la perte de la gaieté à la corruption des moeurs; j’aimerais mieux l’attribuer à l’augmentation prodigieuse de nos connaissances; à force de nous éclairer, nous avons trouvé plus de vide que de plein, et au fond, nous savons qu’une infinité de choses, regardées comme vraies par nos pères, sont fausses, et nous en savons très peu de vraies qu’ils ignorassent. Ce vide, resté dans notre ame et dans notre imagination, est, à mon avis, la véritable cause de notre tristesse: Le raisonneur tristement s’accrédite: ah! Croyez-moi, l’erreur à sons mérite. Ce sont les plusbeaux vers et la pensèe la plus sublime enfantés par l’immortel Voltaire[100]. Ed è sempre il richiamo, implicito od esplicito, ad un’esperienza accumulata negli anni che offre all’abate la giustificazione del suo atteggiarsi a profeta o, quanto meno, ad interprete del presente alla luce degli sviluppi futuri. Le riflessioni sul vide dans notre ame et dans notre imagination riportate sopra ci riconducono al senso di una vita opprimente, trascinata nella stanchezza e nell’isolamento, chiusa in un’amarezza che si eleva talvolta ad una sconsolata visione dell’umana vicenda: On a beau faire le reveche contre notre destinée et la loi commune des etres scrive alla d’Épinay il 19 giugno 1773, prendendo spunto dal ritratto del marchese di Croismere, morto qualche mese prima. Nous mourons, nous et nos phisionomies, et nos saillies, et nos portraits, et notre souvenir, et tout doit s’en aller. Quel délire que celui des Romains et des Grecs, que de faire tout pour l’immortalité n’est qu’un terrain disputé à l’oubli, mais bien faiblement disputé. GALIANI dice di voler mettere da parte questa reverie sombre et désespérante, ma un sottofondo di tristezza, di rimpianto per anni irrimediabilmente trascorsi, si manifesta spesso. C’è anche qui la volontà di tener fede all’immagine del GALIANI esiliato a Napoli, la volontà di sdoppiarsi maliziosamente in un alter Ego non del tutto rispondente al GALIANI di quel periopdo? Certamente, c’è anche questo; ma la tetraggine scontrosa e la sensazione di sentirsi uno straniero in patria sono una realtà che non si può ignorare[101]. Esse tornano con insistenza nelle lettere a Lorenzo Mehus, un personaggio nei confronti del quale GALIANI non si sentiva certo impegnato a far uso di filtri letterari. Il 7 dicembre 1773 scrive: In verità, la società di Cannibali, di Antropofagi, di Ciclopi, che mi circonda, mi svoglia affatto dalle lettere. La denuncia dell’atmosfera stagnante della capitale torna nella lettera del 6 dicembre 1774: Per ora ogni letteratura in Napoli resta schiacciata sotto il peso dell’artefatto ozio, e d’un forzato letargo; il 28 novembre 1775 insiste: è immensa la distanza che è tra me e il grosso de’miei concittadini … goderò del loro inefficace odio, che pago con altrettanto disprezzo tranquillissimo. Una stanchezza al limite della disperazione affiora nella lettera del 14 luglio 1778: Io tiro innanzi una noiosa, ed infruttifera vegetazione. Ogni giorno più concerto le mie idee al fisico della vita animale, et cupio dissolvi. Gli anni napoletani non furono soltanto spesi nel vagheggiamento del soggiorno parigino, come talvolta le lettere della d’Épinay potrebbero far pensare, ma furono anche densi di un’attività svolta con scrupolo ed intelligenza. Sono di questi anni le consulte su vari problemi del Regno, scritture tra le più belle di GALIANI, anche se l’orizzonte politico appare piuttosto angusto ed egli si limita a suggerire rimedi parziali; nel 1782 esce il già ricordato De doveri de’Principi neutrali, mentre le lettere di Celesia aprono spiragli sui persistenti interessi politici ed economici dell’abate. Inltre le lettere a Mehus ci mostrano un GALIANI attento a vari problemi, primo fra tutti quello della bonifica della maremma toscana, ed il carteggio con la d’Épinay e gli altri francesi provano come l’abate GALIANI si tenesse costantemente informato dell’opera di Turgot e di Necker. Occorrerà dunque non insistere troppo nell’accentuare unilateralmente un aspetto della personalità di GALIANI, ma, piuttosto, aver cura di cogliere tale personalità nelle sue sfaccettature e sfumature. Pertanto, sarà da tener presente il complesso intrecciarsi di interessi significativi e di senso di vuoto e di noia, di attività e di inerzia, di vaniloquio e di meticoloso lavoro intorno a problemi concreti. Non par dubbio, tuttavia, che effettivamente l’abate GALIANI sia rimasto come sequestrato dal ribollire di propositi riformatori e di generose speranze della nuova generazione di illuministi. L’addormentato paese di cui si lagna in una lettera al Mehus del 26 febbraio 1771 era il paese dei Longano, dei Filangieri, dei Galanti, dei Pagano, che proprio in quegli anni si affacciavano sulla scena della vita politica e culturale. GALIANI non sembra nemmeno accorgersi di questi giovani d’eccezione. Soltanto in una lettera al Mehus del 25 giugno 1782 si trova un accenno a Filangeri ed a Galanti: La libertà è qui generale. Naturalmente porta seco frutti buoni, e cattivi; ma la raccolta de’buoni supera quella de’cattivi; e in tutto noi dobbiamo benedire il governo dello stato di libertà che godiamo, poco gustato altrove. Sicuramente quella stessa impunità che fa vomitar libelli ad un Sarcone, incoraggisce un Filangeri, un avvocato Galanti a produrre buoni libri. Il suo isolamentoè reale, anche se non mancano i contatti con il Wilczeck, con gli ambasciatori francesi[102], con gli amici di passaggio[103]; freddi, invece, erano i rapporti con il Tanucci dopo il richiamo del 1769. Chiuso in un mondo tutto suo di ricordi, di interessi, di simpatie ed antipatie, egli non è certo uomo capace di comprendere i fermenti e le aspirazioni che si manifestano intorno a lui, di stabilire rapporti con i giovani che si vanno mettendo in luce, di spronarli e di incoraggiarli. Né i giovani lo cercano: egli, l’illustre autore del Della moneta e dei Dialogues, non costituisce né una guida né un punto di riferimento. Anzi, quando Giuseppe Maria Galanti ne fa menzione, è per sottolineare la gretta aciditò di censore. Il GALIANI che invecchia non potrebbe essere più diverso da un Bartolomeo Intieri, imparegiabile stimolatore di ingegni e di energie intellettuali fresche, pronto ad entusiasmarsi, a più di settant’anni, per il Della moneta ed il suo autore, inesausto vagheggiatore - e preparatore, per quanto gli fu possibile - di un mondo trasformato dal progresso dei lumi. Morta la d’Épinay nel 1783, venne meno a GALIANI la corrispondenza abituale, che rappresentava per lui il concreto legame con la Francia. Già negli ultimi anni di vita della d’Épinay il carteggio si era molto diradato, a causa soprattutto delle cattive condizioni di salute della signora. Di coloro che, senza poter essere definiti corrispondenti fissi di GALIANI, avevano scambiato con lui delle lettere, il d’Alembert morì nel 1783, il Diderot nel 1784; l’abate rimase in contatto con il Grimm, che sopravvisse fino al 1807[104]. I legami con la Francia andavano attenuandosi. Date anche le scarse lettere degli ultimi anni, si potrebbe pensare ad una chiusura ancora maggiore, ad una solitaria e sconsolata attesa della morte; ma a metterci in guardia sino alla fine da ogni schematismo e da ogni caratterizzazione rigida ed univoca sta il viaggio a Venezia intrapreso pochi mesi prima di morire, viaggio durante il quale rivide vecchi amici come Andrea Memmo, di cui fu ospite, e fece nuove conoscenze, come Tiraboschi. L’ultima lettera di GALIANI è una dignitosa risposta inviata dal letto di morte alla regina Maria Carolina, che lo invitava, con tono di bigotta devozione, a pentirsi dei suoi peccati. Ferdinando GALIANI fu sepolto nella chiesa dell’Ascensione a Chiaia piazza dell’Ascenzione sez. Chiaia (Napoli) come riporta il Diodati.
CITAZIONI RIGUARDANTI L’ABATE GALIANI TRATTE DA PIU’ FONTI
Nella pubblicazione Della moneta e scritti inediti dell’abate Ferdinando GALIANI edizione dell’11 febbraio 1963, Giacomo Feltrinelli Editore, con introduzione di Alberto Caracciolo ed a cura di Alberto Merola, nell’introduzione a pag. XV si legge: …tanto è risultato moderno e privo di oscurità il vocabolario di GALIANI in confronto a quello di altri autori. Già Ugo Foscolo aveva aditato i pregi dell’elegante trattato, e Alessandro Manzoni si era esercitato con ammirazione a chiosare quelle pagine, alcune delle quali oggi trovano posto a buon titolo in antologie della letteratura italiana….
A pag. XVII: «… A ragione osserva il Presidente della Repubblica Italiana[105], il cui saggio resta la migliore guida allo studio del pensiero economico galianeo, che …se il GALIANI metodologo è sorprendente, non lo è meno il GALIANI teorico puro (pag. 282).…
A pag. XXIII: «…Graziani per esempio ascrive a merito di GALIANI ed a sua originalità rispetto a Locke ed a Cantillon proprio il fatto di aver dato nella sua costruzione poco posto al lavoro, che sarebbe considerato solo come uno fra i vari elementi che tutti si rifanno al concetto di utilità largamente inteso (pag.105)… . Maggiore interesse mostreranno invece gli economisti marxiani e ricardiani, a cominciare da Marx stesso; il quale anche nel Capitale (vol. 1, 11, P.10), oltre che nella Theorien uber den Mehewert (vol. 3, p. 289), fa alcuni riferimenti a GALIANI, e non esita a servirsi di un esempio tratto dal Della moneta per sostenere la sua teoria del plusvalore relativo. …».
A pag. XXV: …Sostiene Einaudi che spetti anzi allo scrittore napoletano (Ferdinando GALIANI) il merito di aver anticipato le teorie della scuola austriaca, che considerando l’interesse come uno strumento atto ad eguagliare beni presenti e beni futuri (pag. 289).
A pag.XXVII: «…la moneta di conto ritorna ad essere oggetto di analisi economica[106]. Secondo Einaudi (pp. 247-48), su questo terreno Ferdinando GALIANI riesce a vedere sostanzialmente chiaro: egli avverte cioè che si tratta di un rapporto fra tre variabili, l’unità monetaria immaginaria, l’unità monetaria corrente e l’unità del bene economico. Ciò facendo, procede nello stesso modo in cui l’economista d’oggi si orienta nella relazione fra due sole unità di misura quali il dollaro ed il quintale di grano od anche, fra queste due unità ed un’altra che è l’oro…».
In ossevazioni sulla scienza ed i suoi limiti, così si esprimeva l’abate GALIANI nel 1778: « grazie al nostro illuminismo abbiamo trovato più vuoto che pienezza, e in sostanza sappiamo che è falso un numero infinito di cose che i nostri padri ritenevano per vere, mentre ne conosciamo poche di vere che erano loro ignote».
LUIGI VANVITELLI
Nella lettera 1249 vol.III Caserta 30 aprile 1766: « ho trattato qua in casa mia, per due giorni l’abbate D. Ferdinando GALIANI, segretario regio del ministro ambasciatore del Re di Napoli in Parigi, il quale è amico molto di Tanucci, e ritornerà quanto prima in Francia.
GIACOMO CASANOVA
MEMORIE
Capitolo III:
A tavola feci conoscenza dell’abate GALIANI, segretario d’ambasciata a
Napoli fratello del marchese GALIANI[109] di cui parlerò a suo tempo. L’abate GALIANI era
un uomo di molto spirito: aveva un talento superiore per dare a tutto ciò che
si spacciava per più serio, una tinta comica; e parlando bene e sempre senza
ridere, dando al suo accento francese l’invincibile accento napoletano era
festeggiato a tutte le adunanze di cui voleva essere ammesso, formandone la
letizia. L’abate De la Ville gli disse che Voltaire si lagnava che fosse stata
tradotta in versi napoletani la sua Herriade, rendendola ridicola. Voltaire a
torto - rispose GALIANI - perché è tale l’indole del dialetto napoletano, che è
impossibile volgerlo in versi senza che il risultato non ne sia comico. D’altra
parte, perché prendersela se fs ridere? Il riso non è già sinonimo di
derisione; e poi colui che fa ridere con questo è sempre sicuro di essere
amato. Immaginatevi la grazia singolare del dialetto napoletano: abbiamo una
traduzione della Bibbia, ed un’altra dell’Iliade e tutte e due fanno ridere!
Lasciamo andare la Bibbia …, ma l’Iliade! Mi sorprende. Eppure è così.
Dal giornale "Il MATTINO ILLUSTRATO"
inserto del "MATTINO" di Napoli: LA MOSTRA DEL '700 A NAPOLI, omaggio
dell'Azienda Soggiorno, cura e Turismo di Napoli; anno 4° n° 14 del 05 aprile
1980;
a pag. 40 si legge:
……il solo pittore che riesca a trasferire sulla
tela il tono di sottile ironia, la satira senza acredine e l'appasionata
esigenza di «Verità» di certi illuministi meridionali sul tipo di Ferdinando
Galiani, sono derivati dal fatto che i dipinti maggiori consentirono al Longhi
di recuperare e ricostruire questa superba figura di «naturalista» formato di
sensibilità settecentesca….
Dal giornale “IL TEMPO” di sabato 12 gennaio 1980
pag.3 anno XXXVII n° 11
…..ed a Vico[110], mettono capo, scolari diretti ed indiretti,
Gaetano Filangeri, Ferdinando GALIANI, Francesco Maria Pagano… . Del GALIANI
che svolse a Napoli ed a Parigi un’attività fruttuosa di scrittore e
diplomatico, ricorderemo, col lodatissimo Della
moneta e con gli otto Dialogues sur
le commerce des Bleds, rispettivamente nel 1751 e 1755, il saggio De doveri dei principi guerreggianti e di
questi verso i neutrali (1787) dove si legge che il diritto del più forte è
un’espressione impropria, potendo essere una risoluzione imposta dalla
Sopravvivenza non però mai un diritto: ..La forza non è un diritto, non ne
dà non ne aumenta. Il diritto viene dalla necessità dell’adempimento de’doveri
verso se stesso o verso gli altri uomini, e non mai da diversa fonte; ne,
perché uno abbia minore forza ha men diritto.
Dal giornale “IL CORRIERE DELLA SERA” di martedì 2
giugno 1981 pag.5 si legge a firma di Ernesto Zerenghi:
Riguardo all’inflazione monetaria, come si fa a
spiegare a certa gente che i prezzi risultano dal perfetto equilibrio tra i
mezzi monetari presenti sul mercato e le merci disponibili? Questa è una legge matematica che nessun
governante è riuscito o riuscirà mai a modificare. Faremo allora come l’abate
GALIANi…. . Egli paragonava il mercato ad una bilancia da speziale in perfetto
equilibrio: da una parte tutti i mezzi monetari disponibili, sull’altro piatto
tutte le merci. Era sufficiente perciò soltanto soffiare su di un piatto della
bilancia perché l’altro andasse in alto. Quindi bastava un pur minimo aumento
della moneta in circolazione perché ineluttabilmente i prezzi salissero. Il
riequilibrio della bilancia avveniva solo mettendo altra merce nell’altro
piatto della bilancia[111].
Dal giornale “IL CORRIERE DELLA SERA” dell’8 agosto 1993 a pag 13 si
legge:
…la relazione tra quantità di moneta e prezzi dei beni riceve una
sistemazione teorica definitiva per quanto riguarda la moneta, specie nel
trattato di Ferdinando GALIANI . La teoria viene estesa, all’inizio di questo
secolo (1900), in una formulazione tutt’ora ritenuta un riferimento essenziale,
da Irving Fisher, alla moneta intesa in senso più ampio, come comprendente cioè
le emissioni degli istituti all’uopo deputati (Fisher pubblica la sua opera a
Yale nel 1911, la creazione della Riserva Federale è del 1913).
A questo punto riprendo la
GENEALOGIA
de NATALE SIFOLA GALIANI
Gli stemmi dei SIFOLA e dei GALIANI incorporati in quello dei de NATALE sono armi di sostituzione in quanto dette armi sono assunte per
l'estinzione delle famiglie delle quali si è preso pure il cognome.
Al marchese don dott. Marcello Maria de NATALE SIFOLA che sposò
la m.sa donna Anna Maria GALIANI[112] succedettero:
|
Altri figli del marchese Marcello Maria de NATALE
SIFOLA ed Anna Maria GALIANI
furono:
furono:
Ferdinando nato il 27 luglio 1777 in Casapulla.
don Michele Maria Ferdinando nato il 9 dicembre 1782 e deceduto il 7
ottobre 1783.
Il marchese dott. Bernardo
Maria NATALI SIFOLA GALIANI[125] di don Marcello Maria[126] e della marchesa Anna Maria GALIANI, fu Cavaliere di Divozione del Sacro Militare Ordine
Gerosolimitano. Si trasferì a Napoli nel 1785 dove sposò[127] il 25 marzo 1797 in San Marco di Palazzo
(Napoli) donna Maria Candida
COLONNA-ROMANO[128], figlia di don Giuseppe, marchese di Altavilla,[129] e di
Marianna GAGLIANO[130].
Stemma
GAGLIANO
[1] Sebbene intelligentemente e nobilmente avvocatesco.
[2] Il Grimm, in quel momento, era in giro per l’Europa.
[3] Delle quali è peccato siano andate disperse quelle del gennaio-febbraio
1770.
[4] Che della parte avuta da lui nella revisione dei Dialogues discorse altresì un paio di volte nelle lettere alla sua
Sophie Volland.
[5] Celata sotto lo pseudonimo di Lucien Perey.
[6] 1694-1772.
[7] 1737-1817.
[8] Allusivo, come quelli di Painmollet e Painbis, alla materia trattata nei
Dialogues.
[9] Quello stesso che il Nostro, nelle sue lettere, chiamerà burlescamente l’abbé
Jésus-Christ.
[10] Giacché doveron pure interromperla, se non altro per far colazione e
pranzare.
[11] Marito e moglie.
[12] Delle quali quelle del secondo inedite.
[13] Io, Ferdinando de NATALE SIFOLA GALIANI, a pagina 144 di «Vecchie e
nuove teorie cconomiche» di Gustavo del Vecchio seconda edizione anno 1956
collezione sociologi ed economisti, leggo: «Quanto al sottile ingegno del
GALIANI, ci sembra specialmente degna di nota l’anticipazione non della
scienza, ma di quella scienza economica, che è la scuola storica dell’economia
politica, contenuta nel Dialogo sui grani. In ogni caso meriterebbe il nostro
esame se fossimo a trattare le ragioni nostre di priorità non in confronto
degli inglesi ma dei tedeschi, nel campo dei nostri studi. Perché l’opera sulla
Moneta, con tutti i suoi pregi grandissimi, non ci sembra tale da poter essere
condiderata più che un presentimento di quello che sarà la scienza dello Smith,
del Ricardo e del Jevons»
[14] Col quale ha in comune lo spirito irreligioso, il materialismo e
l’edonismo.
[15] E, col Morellet, i fisiocrati.
[16] 1739-1794.
[17] 1732-1804.
[18] 1766-1817.
[19] Quando, nel 1769, richiamato a Napoli, il GALIANI lasciò per sempre
Parigi.
[20] (1732-1776)
[21] (13 marzo 1770)
[22] (7 aprile 1770)
[23] Il Diderot, che effettivamente nel 1773 si risolse a raggiungere il
Grimm a Pietroburgo, non senza incitare il GALIANI a fare il medesimo.
[24] Il Diderot e la signora d’Épinay.
[25] Per tutto ciò vedere le eccelenti note di Eugène Asse alla
Correspondance del GALIANI indice dei nomi, sub «Catherine II»
[26] Secrétaire des Conférence de l’Accadémie
Impériale des Sciences.
[27] Projet che si serba ancora inedito
tra le sue carte e che per molto tempo è rimasto ignorato
[28] Cfr., Benedetto Croce, Il
duca di Serracapriola e giuseppe de Maistre, in Uomini e cose della vecchia
Italia (Bari, 1927, II, 192-195.
[29] E nel 1792 comamdante in capo
delle milizie alleate contro la
Francia.
[30] Cfr. al riguardo Fausto Nicolini, L’ABATE GALIANI ED IL MINISTRO
ACTON (Napoli, Ricciardi, 1931).
[31] Ma lo stesso GALIANI, da parte sua, non sarà alieno dal contribuire a
fissarne i tratti.
[32] Pseudonimo di Luce Herpin.
[33] Quelle di Gaspare Cerati, ad esempio, o quelle di Pietro Paolo Celesta.
[34] Sulle quali ha lavorato il Nicolini.
[35] Ma esagerato definirlo pigerrimo, come fa il Nicolini.
[36] Ove si eccettuino i Dialogues sur
le commerce des bleds, scritti però in circostanze particolari ed opera di
battaglia politica più che di riposata meditazione.
[37] Si vedano, ad esempio, quella sulla caisse
d’escompte del 2 marzo 1767 sul commercio, quelle del 22 giugno e del 3
agosto 1767 sulla controversia con il principe di Monaco, quelle, più note, del
1764, relative alla carestia del Regno di Napoli, quelle del 21 settembre e del
2 novembre 1767 sul commercio dei grani e la legislazione granaria in Francia e
nel Regno di Napoli.
[38] Non senza una compiacenza da letterato sulla quale si ritornerà.
[39] E di tali temi è traccia in altri scritti galianei di quegli anni.
[40] Il passo riguardante Beccaria si legge nell’edizione Nicolini dei Dialogues, pag. 425; cfr. anche S.
Rotta, Documenti per la storia
dell’illuminismo ecc., in miscellanea di storia ligure, 1, Università di
Genova, Ist.di storia medievale e moderna, 1958, pp.278-9.
[41] La lettera è del 7 luglio 1770.
[42] Si ricordi che egli aveva lodato il libro di Beccaria ed il gruppo dei
philosophes milanesi nella lettera a Tanucci del 25 ottobre 1766.
[43] 11 gennaio del 1752.
[44] Di: Girolamo Costantini.
[45] Lettera del 4 marzo 1752.
[46] B.S.N.S.P., XXI, B, 17.
[47] Lettera a Sgueglia del 10 dicembre 1751.
[48] Lettera del 19 luglio 1752.
[49] Lettera a Squeglia del 3 dicembre 1751.
[50] Lettera del 17 dicembre 1751.
[51] Lettera del 12 agosto 1752.
[52] I versi per Iannaccone.
[53] Il Della moneta
[54] Carteggio di Pietro ed Alessandro Verri, lettera del 29 agosto 1769.
[55] 1751-59.
[56] Il discorso non vale, o non vale solo parzialmente, per Antonio Cocchi,
che coltivò soprattutto l’erudizione e la filologia classica – a voler tacere,
naturalmente, della sua attività principale, quella di medico e di scienziato.
[57] Diverso era l’atteggiamento di Cerati.
[58] La più disprezzata razza di pazzi che io abbia mai conosciuta».
[59] Il quale fu uno dei più eruditi del suo tempo.
[60] Lettera del 15 aprile 1755.
[61] 13 marzo 1753.
[62] 10 aprile 1753.
[63] 7 maggio 1753.
[64] 28 maggio 1754.
[65] B.S.N.S.P., XXXI, C.9, f. 310v.
[66] B.S.N.S.P., XXXI, C.9, f.298v.
[67] B.S.N.S.P., XXI, B. 17.
[68] Cioè i gesuiti.
[69] 4 agosto 1759.
[70] 29 settembre e 27 ottobre 1759.
[71] 26 gennaio 1760.
[72] Lettera di GALIANI a Tanucci del 14 settembre 1767.
[73] E' noto che Tanucci vietò a Napoli tutte le opere di Voltaire.
[74] Ed alla d’Épinay.
[75] Cfr. ad esempio la consulta sulla marineria, degli anni
dell’abate.
[77] 25 giugno 1764.
[78] lettere del 19 marzo e del 30 aprile 1764.
[79] 7 maggio, 24 settembre, 8 e 22 ottobre, 5 novembre 1764, ecc.
[80] Si tratta dell’editto, che sottoponeva i regolari a pesanti restrizioni
[81] Lettera a d’Alembert del 24 settembre 1773.
[82] Novembre 1767.
[83] 4 gennaio 1768.
[84] Ed è, s’intende, tutto negativo per Napoli.
[85] Come la chiamavano gli avversari.
[86] La terra come unica fonte di ricchezza, la proprietà privata come
diritto di natura, il dispotismo legale, ecc.
[87] La totale libertà d’importazione e d’esportazione va applicata sempre e
dovunque, gli ostacoli che si oppongono a tale libertà ed al pieno esercizio
del diritto di proprietà vanno abbattuti, ecc.
[88] Si tratterebbe di un’operazione tendente a proiettare indebitamente sul prima l’ombra del poi.
[89] Sgravi daziari per i manufatti che vengono esportati, divieto di
esportare generi che non abbiano materia e «forma» nel paese
d’origine, incremento degli scambi commerciali, miglioramento nella confezione
dei prodotti)
[90] Incise , comunque, la carestia francese del '68.
[91] Il richiamo da Parigi ed il ritorno in patria.
[92] Si tratta soprattutto di approfondimenti tecnici che costituiscono un
notevole documento dell’interesse che l’abate continuò ad avere per le
questioni granarie.
[93] Gli anni dell’Enciclopédie.
[94] 21 marzo 1772, 29 luglio 1775, 11 maggio e 12 ottobre 1776.
[95] Dolore per aver lasciato Parigi, isolamento a Napoli.
[96] Lettera del 26 luglio 1772.
[97] Il famoso arlecchino Carlo
Antonio Bertinazzi.
[98] Lettera del 15 febbraio 1774; risposta della d’Épinay del 27 febbraio
1774.
[99] Se ne trova un’ampia scelta Il
pensiero dell’abate GALIANI.
[100] Lettera del 7 novembre 1778.
[101] Lettera del 5 settembre 1772
a Diderot e lettera del 21 settembre 1776 alla d’Épinay.
[102] Prima il Breteuil, poi il Clermont d’Amboise.
[103] Gleichen, Grimm, Pignatelli ed altri.
[104] Grimm, che finì per diventare agente e factotum dell’imperatrice di
Russia, costituì per GALIANI anche il tramite per il quale l’abate entrò in
contatto con l’imperatrice Caterina II.
[105] Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica Italiana.
[106] Dopo molti secoli.
[107] Vol.II di Franco Strazzullo Editore Congedo (Lecce) 1976.
[108] Celestino GALIANI.
[109] Berardo.
[110] Giovan Battista.
[111] Aumento della produzione.
[112] Ad essa pervenne il titolo di marchese
che ereditò per diritto siculo in feudalibus dal padre Berardo. Titolo
che trasmise al figlio Bernardo. La marchesa deceduta in Casapulla il 17
Dicembre 1783 fu sepolta nella chiesa della Santissima Concezione di Nostra
Donna di proprietà della famiglia de NATALE SIFOLA e de NATALE
discendenti di Marco Aurelio, La m.sa Anna Maria, Camilla, Donata, Lelia nacque
a Sessa Aurunca il 26 ottobre 1751, registrata nel libro dei battesimi al
foglio 62 a
8 della chiesa di Santa Maria a Castellone. Aveva una sorella nata a Napoli il
18 novembre 1753, battezzata in Sant'Anna di Palazzo. Andò in sposa in prime
nozze al Marchese Andrea di Sarno il 177? deceduto il 4 ottobre 1785 ed in
seconde nozze a Giulio Venuti, il 5 giugno 1788. MARIA Gaetana morì jl 24
gennaio 1804
[113] Presso il Grande Archivio di Stato di Napoli nel fondo Regia Camera
Sommaria-Cedolari vol. II fol. 482r, stesso fondo, refute dei Regi Quinternioni
Vol.234 pag 194-196v-197v il cognome de NATALE SIFOLA cambia in NATALI
SIFOLA con Marcello Maria, con Bernardo cambia in NATALI SIFOLA GALIANI
ed ancora in NATALI GALIANI e successivamente in NATALE GALIANI
nella vita quotidiana; poi di nuovo in NATALE. Giovanni(19/3/1910) per decreto
del Ministro di Grazia e Giustizia del 5 giugno 1997, ed il figlio
Ferdinando(9/3/1940) per decreto del Presidente della Repubblica Italiana del 2
giugno 1987, riprendono il cognome de NATALE SIFOLA GALIANI.
[114] 1775 Libro 7° dei battezzati p.264 a tergo.
[115] E' registrato nel libro dei battesimi al n° 2444 bis.
[116] Il marchese don Bernardo a Napoli apparteneva alla
parrocchia di Santa Maria di tutti i Santi.
[117] Regia Camera della Sommaria Refute dei Regi Quinternioni vol.234 pag.
194, 196v e 197v: vol. II pag.482.
[118] Ossia: de NATALE SIFOLA GALIANI.
[119] Secondo don Felice Provvisto il 5 settembre 1783.
[120] Libro 7° dei battezzati p.313 a tergo.
[121] Forse in Caserta.
[122] Nata nel 1789 e deceduta il 4 novembre 1828 Secondo don Felice Provvisto
nacque nel 1798.
[123] Deceduta il 14 gennaio 1880.
[124] Libro 9° dei defunti della parrocchia di Sant'Elpidio pag. 242.
[125] Titolo riconosciutogli il 17 ottobre 1783 come registrato nei regi
cedolari a pag. 196 del 28 gennaio 1785 e 10 aprile 1785. Egli insieme al padre
Marcello viene riconosciuto nel Real Palazzo e nelle Reali funzioni da don
Giuseppe Grimaldi maestro di cerimonie per Sua Maestà.
[126] NATALI SIFOLA, ossia de NATALE SIFOLA.
[127] Bernardo all'epoca abitava nel distretto di San Tommaso a Capuana dove
furono fatte le pubblicazioni, quelle della moglie furono fatte in San Marco di
Palazzo nel cui distretto abitava.
[128] Battezzata in San Marco di Palazzo, libro XVII fol. 87 il 30 luglio 1769
con i nomi: Maria Candida, Marta, Raimonda, Vincenza, Pascala; Archivio storico
diocesano di Napoli; Curia Arcivescovile di Napoli sez. 1797 lettera B Bernardo
de NATALE SIFOLA GALIANI e Maria Candida COLONNA-ROMANO. Morì il 4 luglio 1837 in Casapulla e sepolta
nella chiesa dei de NATALE SIFOLA GALIANI, la Santissima Concezione
di Nostra Donna.
[129] Oggi Altavilla Silentina (Salerno).
[130] Il fratello di Maria Candida, Luigi fu cavaliere costantiniano di
giustizia. Candida Maria COLONNA-ROMANO fu sepolta nella chiesa della
Santissima Concezione di Nostra Donna in Casapulla; chiesa che era di proprietà
della famiglia de NATALE SIFOLA GALIANI e che veniva utilizzata quale luogo di
sepoltura.
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