X.
Già a principio del 1734 il bisogno di far ratificare a suo tempo la
divisata riconquista del Regno e indurre la Sede apostolica a concederne
l'investitura al futuro re autonomo Carlo aveva consigliato alla corte di
Madrid, allora anch'essa in lotta diplomatica con la curia pontificia, di
nominare un suo plenipotenziario a Roma nella persona del ricordato cardinal
Belluga, a cui, a riconquista già accaduta[1], tenne dietro
monsignor Tommaso Rato y Ottonelli[2], vescovo di Cordova.
Non è qui il luogo d'indugiarsi su quelle prime e poco concludenti trattative,
bastando rimandare a quanto ne scrivono storici antichi e recenti, e in
particolar modo a una pagina appassionata di Pietro Giannone, al quale,
precisamente durante quei negoziati, il nuovo governo napoletano, per
propiziarsi Roma, inibì il ritorno nel Regno; primo anello della fatale
concatenazione di eventi che poco di poi doveva trascinare il vecchio esule
all'agguato di Vesnà (1736), alla dodicenne prigionia (1736-48) e alla forzata
abiura (1738). Giova piuttosto ricordare che nel giugno del 1734 la corte di
Roma, a cui nominalmente spettava sempre il supremo dominio feudale del Regno,
aveva accettato ancora l'omaggio della chinea dal re spodestato Carlo VI
d'Austria; che nel giugno del 1735[3] essa s'era
barcamenata, non ricevendolo né dal re spodestato né da quello assiso sul trono[4]; e che alla fine del
1736, malgrado il fiero movimento antispagnolo e antinapoletano scoppiato poco
prima a Roma, le ritorsioni ispano-napoletane e le parole grosse corse da una
parte e dall'altra, le cancellerie rispettive manifestavano il proposito di
trattare un duplice concordato. In conseguenza di che, le corti di Madrid e di
Napoli nominavano solidalmente due plenipotenziari: il cardinal Troiano
d'Acquaviva[5], ambasciatore di
Spagna presso la Santa Sede[6] e - sola persona
capace di dipanare quella matassa arruffata e, per saggezza, prudenza e
moderazione, graddita, o meno sgradita di altre, a tutte le parti contraenti -
il nostro Celestino. Il quale - affidata per interim la cappellania maggiore a monsignor Nicola de Rosa vescovo
di Pozzuoli[7] e pregato il suo
correligionario Giuseppe Orlando[8] di sorvegliare
l'educazione dei nipotini - fin dall'11 marzo partiva per Roma, ove, salvo le
interruzioni napoletane che si vedranno e qualche breve villeggiatura abruzzese
a Capestrano e Collemaggio, rivisse per quattro anni la vita d'altri tempi nel
suo antico quartierino all'Orso. Anche questa volta, come dieci anni addietro
durante le dispute sull'Apostolica Legazia, le opinioni dei tanti che, a Roma,
a Napoli e a Madrid, s'interessavano o ebbero a occuparsi variamente della
schermaglia diplomatica che ora s'iniziava, oscillavano fra i tre punti di
vista anticurialistico o giannoniano, curialistico o papalino, moderato o
indipendente. E, per cominciare dagli anticurialisti, il Giannone, come s’è
veduto, era ormai fuori combattimento; ma l’aureola di martirio, di cui la
prigionia in terra straniera gli cingeva il capo, faceva alitare più che mai
possente il suo spirito sulla casta di cui egli s'era fatto portatore, e ch'era
composta dalla parte più eletta dei magistrati, avvocati e giureconsulti
napoletani. Meri legali o, dispregiativamente, paglietti li
chiamavano, non tanto forse il GALIANI, quanto i suoi amici moderati[9]; e, in un certo
senso, non a torto, data la scarsa attitudine di quegli "avvocati” a
trasportare le questioni giurisdizionali dal terreno giuridico e legalitario a
quello della politica militante, che, se vuole essere tale, deve pure, a tempo
e a luogo, materiarsi di accomodarnenti, transazioni, compromessi e utili
rinunzie. A ogni modo, il loro programma massimo, formolato esplicitamente dal
Giannone nella pagina a cui s'è alluso pocanzi, era quello, parzialmente attuato
soltanto mezzo secolo dopo, di vivere tamquam
Roma non esset, e cioè di non avere con lei rapporti diplomatici di sorta,
di non riconoscerle quel supremo dominio feudale sul Regno che il mutato
diritto pubblico aveva vuotato d'ogni contenuto, d'abolire l'umiliante omaggio
della chinea, d'incamerare senz'altro i beni ecclesiastici, salvo a
corrispondere ai proprietari o usufruttuari stipendi o altri assegni fissi[10], e, generalmente, di
laicizzare all'interno la legislazione ecclesiastica in virtù, non già d'un
patto bilaterale con una potenza straniera, ossia un concordato, ma d'un
unilaterale atto di sovranità. Programma massimo, per altro, della cui
immediata messa in opera gli anticurialisti medesimi vedevano i pericoli, tra
cui quello, evidente, che Roma, esasperata, si gettasse nelle braccia di casa
d'Austria, aiutandola con tutte le sue armi in quella non difficile riconquista
dell'ancora debole e poco vitale Regno autonomo, che gli Absburgo del resto,
pur senza riuscirvi, tentarono effettivamente nella poco posteriore guerra di
successione austriaca. Donde la formolazione d'un programma minore, i cui
capisaldi erano che il nuovo re di Napoli ricevesse pure l'investitura e
prestasse la chinea e, per raggiungere lo scopo, trattasse un concordato; ma
che questo si convertisse in una sorta di patto leonino, nel quale Roma, senza
alcun corripettivo, cedesse su tutti gli oggetti di disputa, riconoscendo, in
deroga alla bolla In Coena Domini, il
più ampio regio exequatur;
riconoscendo, del pari,di collazione regia molti benefici maggiori e minori,
che un'apposita ricerca archivistica[11] avrebbe mostrato
originariamente tali; inibendosi di conferire i benefici d'indubitata
collazione pontificia a non regnicoli; e[12] acconsentendo alla
totale abolizione dei tribunali del Sant'Ufficio e della Nunziatura, a una
fortissima riduzione del foro ecclesiastico, all'accrescimento delle
attribuzioni spirituali e temporali del cappellano maggiore, alla quasi totale
soppressione del diritto d'asilo e infine alla sottoposizione di tutti i beni
ecclesistici ai tributi e alla loro conseguente inclusione in un catasto
onciario[13]. Programma,
quest'altro, che ripeteva quasi punto per punto le teorie dell’Istoria civile e dell’Apologia dell'Istoria civile del Giannone[14], e dal quale,
teoricamente, non erano troppo lontani nemmeno il cappellano maggiore e i suoi
amici moderati. Salvo che gli anticurialisti avrebbero voluto vederlo
attuato tutto in una volta, e proprio in sede di concordato; laddove, secondo i
moderati, sarebbe stato bene per allora scivolare su talune questioni troppo
aggrovigliate e scottanti, risolvibili meno con trattative diplomatiche che con
un ponderato atto di forza, quando si fosse potuto farlo, e, anche tra quelle
utilmente trattabili, cedere qualcosa dove non riuscisse di troppo danno[15] per potere essere
fruttuosamente intransigenti dove fossero in gioco vitali interessi politici ed
economici[16]. Diversamente dagli
anticurialisti, nulla era tanto caro ai curialisti, cioè alla curia pontificia
e ai parecchi regnicoli che, battendosi per lei, facevano gl'interessi propri,
quanto un accordo col re Carlo Borbone. Per non dire altro, malgrado la loro
perenne minaccia di aderire alle pretensioni di casa d'Austria, un re di Napoli
autonomo, e quindi piccolo, appariva ad essi sempre meno pericoloso, e più
consono alla secolare politica pontificia, d'un re grande e potente, cioè
signore, al tempo stesso, della Lombardia e dell'Impero. Ma, salvo che in
codesto punto di partenza, quanto poi i curialisti erano lontani dai moderati!
Alla fine dei conti, costoro, pur rimproverando agli anticurialisti di voler
troppo e ricevendone il rimbrotto di contentarsi di troppo poco, ponevano
anch'essi come scopo precipuo del concordato non solo il consolidamento delle
posizioni conquistate dal Regno negli ultimi cinquantanni di rinnovata lotta
con Roma, ma altresì il far progredire la laicizzazione dello Stato, sia pure
entro certi limiti, oltre i quali il GALIANI, frate e arcivescovo, non poteva e
non voleva andare, di quanti più passi fosse possibile. Per contrario,
programma massimo dei curialisti era un ritorno puro e semplice allo stato di
fatto anteriore al 1692, cioè all'anno in cui l'atteggiamento, intollerabile
per l'autorità laica, del Sant'Ufficio, della Nunziatura e della curia
arcivescovile nel l'imprigionare, processare e condannare i così detti ateisti[17], aveva primamente
determinato, per reazione, l'impetuoso risorgere, nel Regno, della lotta,
alquanto assopita, tra Stato e Chiesa. E poiché ai loro occhi medesimi quel
ritorno al passato appariva, qual era, utopistico, anch'essi avevano formolato
un programma minore, che, tenuto presente da coloro che trattarono via via il
concordato in nome di Roma, consisteva, com'è ovvio, non solo nel non fare
alcuna concessione nuova, ma altrsì nel tentare di riguadagnare una parte delle
posizioni perdute. Donde, così nella prima (1737-8) come sopra tutto nella
seconda lunghissima fase dei negoziati (1738-40), l'attuazione in grande stile
della secolare tattica diplomatica di Roma, ch’era quella di blandire, circuire
e, segnatamente, stancare con temporeggiamenti i negoziatori dell'altra parte[18]. Tattica
temporeggiatrice[19], nella quale i
diplomatici romani - che trovarono sempre un avversario irremovibile nel moderato
GALIANI, in cui la piena conoscenza di quegli artifici era congiunta con la
tenacia più ferma e la pazienza più inalterabile - ebbero invece talvolta
alleati insperati gli stessi anticurialisti napoletani, e, più particolarmente,
una parte dei consiglieri della Real Camera di Santa Chiara[20] e, più
particolarmente ancora, il marchese Orazio Rocca[21], delegato della Real
Giurisdizione dal 1735 ai principî del 1740: magistrato integerrimo, ma appunto
mero legale e professante un anticurialismo che gli amici del GALIANI
qualificavano fanatico; onde, abbrancato con tutte le forze al minore
programma anticurialistico, fissato in gran parte da lui medesimo, sottoponeva
ad interminabili discussioni della Camera di Santa Chiara, e faceva talora
respingere, qualunque attenuazione a quel programma fosse proposta via via dal
GALIANI, venendo per tal modo a fare inconsciamente il giuoco degli avversari.
Dopo il quale sguardo d'insieme nell'ambiente in cui si svolsero le trattative,
è facile immaginare che, giunto appena a Roma, già la via lunga apparisse al nostro
Celestino seminata di triboli, spine e insidie. Anche perché nella delegazione
ispano-napoletana, alla quale per qualche tempo fu aggregato il cardinale
arcivescovo di Napoli Spinelli, regnava tutt'altro che accordo. Non che con
l'Acquaviva ed esso Spinelli i rapporti personali del GALIANI non fossero
quanto mai amichevoli. Del secondo, che, sebbene salito ora così in alto,
continuava, almeno estrinsecamente, a mostrare per lui rispetto e venerazione,
egli, come s'è visto, era stato maestro; e anche il primo, che, malgrado gravi
torti quale prelato e uomo politico, possedeva parecchie buone qualità del gran
signore napoletano, non tardò ad ammetterlo nella sua intimità, ben lieto
quando, posta da parte la politica, potesse passeggiare con lui nei giardini di
Palazzo di Spagna, conversando di studi e particolarmente dell'Accademia
istituita a Napoli dal GALIANI e che, visitata nel 1736 dall'Acquaviva,
riceveva da lui un assegno annuo di cento ducati[22]. Ma, appunto perciò,
riusciva duro al nostro Celestino dovere assumere difronte ai colleghi di
delegazione atteggiamento di oppositore cortese ma reciso e, peggio,
sorvegliarli nascostamente con occhio sospettoso: cosa tanto più necessaria in
quanto lo Spinelli, che, pur di partecipare ai negoziati, aveva fatto pompa a
Napoli di massime moderate, s'era rivelato a Roma curialista d'estrema destra[23]; e l'Acquaviva, dal
canto suo, né curialista né anticurialista né moderato, ma intento soltanto
agi'interessi propri e della propria casa, non avrebbe avuto , e talora non
ebbe, tino scrupolo al mondo a sacrificare il paese natale al consolidamento
della sua posizione personale così nel Sacro Collegio come presso la Corte di
Madrid. Naturale, pertanto, che il GALIANI, solo patrocinatore effettivo della
causa del Regno, dovesse, dopo un sic
volo sic iubeo dell'Acquaviva e inutili appelli a Napoli, inghiottire il
boccone amaro che il più facile concordato con la Spagna avesse la precedenza
sull'altro, tanto più complicato, con Napoli. Costretto, anzi, nell'interesse
medesimo del Regno, a lavorare con tutto l'impegno a sgombrare il terreno da
quello che sarebbe divenuto un perpetuo peso morto, si dové proprio al suo zelo
se il concordato spagnuolo fosse firmato fin dal 26 settembre 1737: così come,
del resto[24], opera precipuamente
sua fu non tanto forse il breve pontificio del 1° decembre concedente a Maria
Amalia di Valburga, scelta sposa da Carlo Borbone, di passare a nozze sebbene
tredicenne, quanto la bolla, definitiva già nell'aprile del 1738, ma pubblicata
soltanto il 10 maggio successivo, con cui lo stesso Carlo, investito
formalmente del Regno, era ammesso alla prestazione della chinea[25]. Ma, circa poi le
questioni grosse che avrebbero dovuto materiare il concordato napoletano,
perfino l'instancabile attività del Cappellano Maggiore s'infranse contro la
pigrizia, la lentezza, l'oscitanza e il malvolere generali. A furia d'insistere
presso il cardinal-nipote Neri-Corsini[26], ottenne che
nell'agosto del 1737 fosse nominato, nella persona dell'ultracurialista
monsignor Giuseppe Maria Feroni[27], allora assessore del
Sant'Ufficio, poi cardinale (1753), il tecnico pontificio che avrebbe dovuto
contradirlo, e che una congregazione di cardinali, appositamente nominata,
tenesse dall'agosto del 1737 all'aprile del 1738 diciotto sedute[28]. Senonché, salvo per
l’anzidetta questione dell'investitura, tutto si ridusse a logomachie
protocollari e a verba generalia, e
di cose utili al concordato propriamente detto egli non poté farne se non due.
L'una fu d'aver presentato un suo memorando circa il diritto d'asilo quale era
stato praticato nel Regno prima che la grande estensione di quel privilegio
sancita nella famosa bolla gregoriana del 1591 e i conseguenti abusi
seicenteschi non lo rendessero intollerabile. L'altra, d'essere riuscito a
liberarsi dello Spinelli, mostrando in pari tempo che monsignor Giannandrea
Tria[29], allora vescovo di
Larino - che lo Spinelli appunto, consenziente l'Acquaviva, aveva fatto
intervenire ai negoziati, assicurandolo ben disposto verso gl’interessi regi -
era per contrario fin da allora il curialista acceso che doveva palesemente
mostrarsi poi nel pubblicare a Roma (1752) quel l'intollerante confutazione
delle teorie giannoniane, che gli piacque intitolare Osservazioni critiche intorno alla polizia della Chiesa. D'altra
parte, il GALIANI s'accingeva appena a fare qualche altro passo, quando dal re
Carlo, che pare non potesse festeggiare le proprie nozze senza avere accanto il
suo Cappellano Maggiore, gli giungeva un categorico ordine di richiamo. Dové
quindi partire per Napoli[30], ripartire con il re
per Gaeta[31], accompagnarlo a
Portella a ricevere la sposa[32], partecipare poi a
Napoli[33] a banchetti e feste
d'ogni sorta, collaborare, agli statuti degli ordini cavallereschi di San
Gennaro e San Carlo, del quale ultimo fu anche nominato cancelliere; e
soltanto il 20 luglio - provveduto meglio all'educazione dei nipoti
rinchiudendoli nel convento celestino di San Pietro a Maiella, ove insegnava
allora il suo correliggionario e futuro biografo Appiano Buonafede[34] - gli fu consentito di
riavviarsi a Roma. Trovò che il cardinale Acquaviva, tornato nell'Urbe subito
dopo d'avere accompagnato la reale sposa da Roma a Portella, aveva approfittato
traditorescamente della breve assenza del suo vigile collaboratore per
interpretare in senso latissimo talune concessioni al punto di vista moderato,
strappate forse dallo stesso GALIANI alla Camera di Santa Chiara, e cedere
quasi del tutto sull’exequatur,
sull'Inquisizione e sui benefici di collazione papale. Senonché il dover
riparare alla malefatta del suo superiore non fu al certo il maggior tribolo
del nostro Celestino duarante questa seconda fase dei negoziati. Una fatica
molesta è sempre un fare, e il fare, appunto, è condizione di vita per l'uomo
in cui l'operosità ininterrotta sia divenuta seconda natura. Per contrario,
senza la compagnia dei libri e di amici vecchi e nuovi - il Leprotti; il
Bottari; il duca Filippo Corsini, figlio del principe Bartolomeo, e sua moglie
Maria Vittoria; monsignor Cerati, che di quando in quando veniva a Roma da
Pisa; l'ormai ottantenne cardinal Davia, divenuto cieco e molto vicino a
passare in un mondo migliore; l'erudito e futuro cardinale Nicola Antonelli[35], allora semplice
segretario nella Dateria e che, divenuto grande ammiratore del GALIANI, si fece
ben presto suo alleato; e anche e particolarmente il neo-carinale
Valenti-Gonzaga, che volle continuata la dolce consuetudine di dare e ricevere
dall'antico maestro il confidenziale voi;
- senza, dunque, i libri e codesti amici, un tormento intollerabile sarebbe stato
pel nostro Celestino l'ozio prolungato, a cui lo costrinse un nuovo aspetto
assunto, segnatamente dalla metà del 1739 in poi, dalla tattica
temporeggiatrice romana. Ufficialmente, le trattative erano sempre in corso, e,
quantunque più rari e meno concludenti, non furono interrotti mai i contatti
col cardinal Neri-Corsini e lo stesso papa, che, personalmente ben disposto
verso i Borboni, avrebbe voluto, prima di morire, aver la gioia di veder
firmato un accordo ragionevole. Senonché, quasi novantenne sempre più ammalato
e un paio di volte detto prematurarnente morto, Clemente XII non aveva più
alcuna autorità sui cardinali di curia, per i quali, naturalmente, il desiderio
di lasciare mani libere al futuro pontefice, era un maggiore stimolo a menare
il can per l'aia. Senza dubbio, nulla avrebbe impedito al GALIANI di tornare
fin da allora a Napoli, ove[36], per l'indisciplina,
in cui la debolezza del suo sostituto stava facendo ricadere l'Università, era
invocata continuamente la presenza del Cappellano Maggiore titolare. Ma se
l'Acquaviva gli avesse giocato qualche altro e peggiore tiro mancino? E se la
sua assenza fosse stata pretesto per trasferire, come a Roma si diceva e si
voleva da parecchi, i negoziati a Madrid? La morte di Clernente XII (6 febbraio
1740) e l'ínterruzíone ufficiale dei negoziati lo liberarono da quelle
perplessità. E, tornato a Napoli[37], poté anche
concorrere[38] al conferirnento
della Delegazione della Real Giurisdizione, in sostituzione del Rocca,
gravernente ammalato, al marchese Niccolò Fraggianni[39], che aveva cominciato
a stimare su quanto gliene scriveva da Palermo, ov'era stato consultore,
il principe Corsini, e col quale, pur trovandosi talora agli antipodi, non
tardò a stringersi in salda amicizia, quando vide personalmente che quel magistrato,
anticurialista quanto il Rocca e forse più del Rocca, possedeva in misura molto
maggiore ingegno, dottrina, pratica di mondo e di studi[40] e senso politico. Per
una felice ripresa delle trattative era già un bel passo avanti. Ma, com'è
ovvio, tutto dipendeva dall'esito del conclave, che ancora nel luglio del 1740,
dopo tanti mesi, sembrava assai lontano dalla conclusione. Gotti, Aldrovandi,
Lambertini, Corradini, Quirini, Lercari, Gentili: fra tutti codesti cardinali
più o meno papabili, e dei cui alterni successi e insuccessi gli giungevano di
continuo notizie, su chi mai si sarebbe fermato il Paracleto? Ah! Se fosse
stato il suo amico Lambertini! Quante belle probabilità per una pronta
stipulazione del concordato! E, come si sa, papa fu proprio il Lambertiní[41]; e suo segretario di
Stato proprio il Valenti-Gonzaga, più che mai premuroso e affettuoso verso il
GALIANI; e alle sue congratulazioni l'uno e l'altro risposero con lettere
personali che facevano sperare bene; e, qualche mese dopo, lo stesso Benedetto
XIV invitava il re Carlo a riprendere i negoziati e a inviare a Roma il suo
Cappellano Maggiore; e, quando questi vi giunse[42], gli si fecero tante
feste che si cominciò già con la fantasia a vederlo ammantato dalla porpora. A
voler malignare, anzi, si potrebbe anche concepire il sospetto che quelle
accoglienze, oltreché effusione sincera d'un'antica amicizia, fossero altresì
una captatio benevolentiae per
trovare alquanto più arrendevole chi fin allora s'era mostrato, da buon appulo,
caput durum, come nei suoi
quattrocenteschi Annales Bononienses,
pubblicati circa quel tempo dal Muratori, il bolognese Geronimo de Bursellis
diceva di Niccolò da Bari[43]. Ma, ammesso che
codesta o altre speranze del genere fossero concepite, l'evento non tardò a
mostrarle fallaci. A quattro cardinali - il Corradini e il Valenti-Gonzaga, che
si sono già incontrati, più i due bolognesi Vincenzo Gotti[44] e Pompeo Aldrovandi[45] - e anche talora a se
medesimo, più ancora forse dei quattro esperto nelle questioni giurisdizionali,
Benedetto XIV affidò la causa della Sede Apostolica nei nuovi congressi, che
ebbero luogo quasi tutti alla sua presenza. Tuttavìa, quantunque solo contro
quei cinque[46], il GALIANI era
troppo padrone della materia e dei propri nervi perché, pur senza farlo sapere,
assumesse di fatto la direzione della disputa. Cosa difficile, anche perché più
volte dové resistere con rispettosa fermezza allo stesso papa, il quale, pur
nella grande bontà d'animo, era divenuto con gli anni[47] alquanto collerico e
insofferente di contradizione, specie se fattagli da amici e devoti alla sua
persona, contro i quali non esitava a sfogare anche pubblicamente la sua
irritazione. Una partaccia tremenda ebbe, per esempio, nel 1742 monsignor
Giuseppe Simone Assemani[48] - anch'egli buon
amico del GALIANI e poi (1752) cicerone di suo nipote Ferdinando a Rorna - per
aver sostenuto a torto, contro l'esatto ricordo del pontefice, che San Dìego
fosse stato canonizzato da Sisto V nella chiesa dei Santi Apostoli e non,
com'era effettivamente, a San Pietro; e, sebbene in tono minore , sgridate,
durante quelle discussioni concordatarie, non mancarono nemmeno al nostro
Celestino, d'una delle quali, più forte delle altre, giunse un'eco all'orecchio
di Carlo di Borbone, che, per mezzo di monsignor Giuseppe Alfonso Melendez,
vescovo di Potenza, volle far pervenire una parola di conforto ed elogio a chi
(diceva) lavora e soffre tanto per me. Ma, punto
sbigottito, anzi, comprendendo, da buon diplomatico, che quelle sfuriate erano
indizio di prossima resa, il GALIANI,
lasciatele svaporare, tornava sempre più agguerrito all'assalto,
rinnovato nel febbraio del 1741 con tanto impeto che la vittoria cominciò a
delinearsi sicura. Pur con qualche restrizione nell'esecuzione immediata, il
principio della sottoposizione dei
beni ecclesiastici ai tributi - vitale per l'esausto bilancio del Regno, che
tutto faceva prevedere sarebbe stato coinvolto nell'imminente nuova guerra
europea - fu finalmente ammesso. Si convenne che il diritto d'asilo, esteso
nella pratica perfino ai giardini, alle cucine e alle cantine dei monasteri e
luoghi pii, fosse ristretto alle sole chiese parrocchiali, e a quelle in cui si
venerava il Santissimo e, anche per queste, limitato ai soli rei di eresia,
poligamia e di pochi altri delitti minori. Non mai come in questo caso
riluttante, Benedetto XIV[49] - stabilito il
principio che vi dovessero essere un concordato pubblico e taluni
articoli segreti - consentì che in quello non si dicesse una
parola sola né dell'Inquisizione[50], né dell’exequatur[51], né dei poteri del
delegato della Real Giurisdizione, accontentandosi del l'assicurazione
generica, da sancire semplicemente in un articolo segreto, che il re avrebbe
dato gli ordini opportuni per la pronta esecuzione delle bolle e altri atti
pontifici. Ma, in cambio, lo stesso papa dové
obbligarsi a far consacrare, non solo negli articoli segreti ma anche nel
concordato pubblico , il suo impegno solenne a non conferire i benefici
regnicoli di collazione apostolica se non appunto a regnicoli,salvo che per una
somma di 40.000 ducati annui[52]. Analogamente, il GALIANI fece qualche altra non pericolosa
concessione, consentendo a sua volta che i vescovi continuassero ad avere il
diritto[53] di visita e di
verifica di conti anche nei riguardi delle chiese estaurite, delle confraternite, degli ospedali e
di simili luoghi pii fondati da laici; che i giudici ecclesiastici
continuassero a poter procedere contro i laici pei
reati di poligamia, sacrilegio e scandalo e a conoscere civilmente di talune cause beneficiarie e matrimoniali[54]; e che la stampa
fosse sottoposta alla censura preventiva non già soltanto del magistrato regio[55], ma anche del vescovo
competente[56]. In compenso, per
altro, tra parecchie riduzioni del foro ecclesiastico, ottenne che
l'ecclesiastico reo d'assassinio fosse quindi innanzi giudicato dal magistrato
laico, e che si desse vita a un tribunale misto, vagheggiato, come s'è veduto,
fin dal 1729 dall'Argento, e che - composto, di triennio in triennio, da un
presidente da nominarsi dal papa fra una terna
di prelati proposti dal re, da un segretario e da quattro deputati del Regno,
due ecclesiastici e due magistrati togati, scelti, fra un maggior numero di
designati per elezione, per metà dal papa, per l'altra metà dal re - avrebbe
dovuto, fra le sue molteplici attribuzioni, giudicare delle
cause d'immunità locale e vigilare così all'amministrazione dei luoghi pii
laicali e all'esecuzione dei legati pii, come, particolarmente,
all'applicazione del concordato. Singolarmente e sopra tutto nell'insieme,
patti così insperatamente
vantaggiosi pel Regno nessun altro diplomatico era
stato e sarebbe stato mai capace d'ottenere. Il programma
moderato[57] aveva così pieno
trionfo e, conseguentemente, la sconfitta curialistica appariva così palmare, che, quando, in uno degli
ultimi congressi, dalla discussione dei singoli punti si passò alla lettura
complessiva d'un primo abbozzo del concordato, il papa e i suoi cardinali, e in
particolar modo il vecchio Corradini, quasi meravigliati d'avere
a poco a poco ceduto tanto, furono sul punto di rimettere tutto in discussione.
Alieno dallo stravincere, il GALIANI
propose egli stesso qualche abile ritocco di forma che, salvando l'amor proprio degli sconfitti, lasciava immutata la
sostanza: dopo di che, preannunziata alla corte napoletana la felice
conclusione dei negoziati[58], redigeva con
l'approvazione papale e mandava a Napoli[59] la minuta definitiva
così dei dieci capi del concordato pubblico[60] e dei sei articoli
segreti, come ancora di due bolle separate, l'una sulla facoltà e giurisdizione
del cappellano maggiore, specie in quanto vescovo
castrense, l'altra concedente all'ordine
di San Gennaro le stesse prerogative ecclesiastiche
del Toson d’oro. Salvo qualche lieve critica a punti
secondari, anche il Fraggianni e la Camera di Santa
Chiara riconoscevano la vantaggiosità dell'accomodamento[61]: onde fin dal 26
maggio partivano le plenipotenze regie per l'Aquaviva e il GALIANI; il 2 giugno il papa nominava a sua volta plenipotenziario il
Valenti-Gonzaga; lo stesso giorno, nel Quirinale,
i tre firmavano il concordato pubblico e gli articoli segreti; l'8 e il 13 Carlo di Borbone
e Benedetto XIV li ratificavano; il 30 il cardinal prodatario
Aldrovandi firmava le due bolle complementari[62]; e l'11 luglio il nostro Celestino,
lasciava Roma (9 luglio), tornava a Napoli. Ove,
senza riposare sugli allori, provvedeva alla stampa della parte non segreta del
concordato, pubblicata a Napoli il 3 agosto e nel resto del Regno a principio
del settembre; faceva convocare immediatamente una particolare commissione che,
secondo il concordato, avrebbe dovuto fare proposte concrete per la riduzione degl'innumeri vescovati
minori - commissione composta dal cardinale Spinelli,
da lui, dal nunzio pontificio e futuro cardinale Ranieri
Simonetti[63], dal presidente del
Supremo Tribunale di Commercio[64] Francesco Ventura[65] e dal Fraggianni; - e fin dal 22 settembre otteneva che codesta commissione fissasse in seimila ducati
annui[66] il fabbisogno
per gli stipendi e altre spese del Tribunale misto. Le proteste dei curialisti, a cominciare dal cardinale Spinelli, che faceva sempre il doppio
giuoco, e dal suo canonico Torno[67] furono più alte di
quanto si fosse previsto. E proruppero ancora più concitate e veementi quando
il nostro Celestino, posto primo in terna da Carlo Borbone
e scelto da Benedetto XIV[68], pur restando sempre cappellano maggiore, divenne
presidente del tribunale misto, che fin dal settembre del 1741 inaugurò nel
monastero di Monteoliveto,
mostrando dal primo momento, senza possibilità di equivoci, che, fintanto lo avesse presieduto lui e
fosse riuscito[69] a comporlo di persone
sue, non lo avrebbe convertito mai in un docile strumento di Roma. Spaventata,
la curia pontificia, procurò di correre ai ripari. Il vecchio Corradini, a cui si rivolgeva l'accusa
che, sebbene sempre strenuo difensore della giurisdizione ecclesiastica, si
fosse fatto infinocchiare quella volta dalle parole melate
e dalle bugiarde promesse del GALIANI,
gli scrisse una lettera semifuribonda[70]. Una lunghissima, e
tanto amichevole nella forma quanto deploratrice nella
sostanza, gl'inviò l'anno appresso[71] lo stesso Benedetto XIV, anch'egli fatto segno,
come scriveva, a taciti ed anche aperti rimproveri dei cardinali di
curia, e che non esitava a dire che il Tribunale Misto, così come lo guidava il
GALIANI, s'era ridotto, nei riguardi
della Sede apostolica, a una cosa più mostruosa del Tribunale della
Monarchia di Sicilia. Consigli d'annacquare più che potesse il suo vino acurialistico gli faceva
giungere spesso il Valenti-Gonzaga, che nel maggio del 1743 procurò anche, senza
riuscirvi, di farlo venire a Roma per un intesa verbale col papa. E poiché
queste ed altre pressioni e blandizie non ismossero il GALIANI
dal convincimento che venir meno, sia pure soltanto per mancato zelo, al suo
dovere di suddito e magistrato di Carlo di Borbone
sarebbe stato un peccato di cui nemmeno il suo amico Benedetto XIV
avrebbe potuto assolverlo, il risultato di codesta
battaglia postconcordataria[72] fu ch'egli si giuocò per sempre il cappello rosso. E si
che quel cappello sembrava sicuro! Non sarà mai - gli aveva scritto nel
1728 l'allora semplice cardinal
Lambertini - ch'io
possa scordarmi di lei, e sempre mi ricorderò della sua persona e delle sue
belle virtù intellettuali e morali; e, se stesse a me a comandare, io non la
lascerei girare, generale, per i monasteri del suo ordine, ma la vorrei
cardinale in Palazzo alla testa dell'affari dottrinali della Chiesa. Nel settembre del 1741,
non più il cardinal
Lambertini ma proprio Benedetto XIV, nel conferirgli, per impulso proprio dell'animo
e non a richiesta o sollecitazione estranea, due piccoli benefici[73], faceva aggiungere
senza veli dal suo segretario di Stato che quel segno d'affetto era soltanto mostra
e preludio di altre beneficenze. Durante la primavera del 1743, quand'era in laboriosa gestazione la prima e pletorica
promozione di ben ventisei cardinali fatta dal nuovo
pontefice, non ci fu corrispondente, romano e non romano, del GALIANI che non gli ripetesse in altra
forma ciò che gli scriveva dal suo arcivescovato di Benevento l'antico amico Francesco Landi[74], compreso anch'egli tra i ventisei: Chiunque
consiglierà bene Nostro Signore non potrà a meno di rappresentare a Sua Santità
che, fra quanti soggetti egli possa promovere,
non ve n'è alcuno che possa fare più onore alla sua promozione e al Sacro
Collegio che lei che, senza adulazione, toto
vertice è sopra a tutti. E ancora il 27 agosto 1743, quando l'elenco dei promovendi era ormai definitivo, il bene informato monsignor Bottari
parlava dell'inclusione in esso di due regolari, che sono per anco
secreti[75], uno dei quali
sarebbe stato molto probabilmente il GALIANI.
Che cosa avvenisse all'ultimo momento non si sa.
L'abate Ferdinando GALIANI
parlava di una levata di scudi dei gesuiti. Il Tanucci,
invece, in una lettera allo stesso Ferdinando[76], spiegava la cosa da
un punto di vista più generale, osservando che 1a storia
ecclesiastica, concepita alla guisa del nostro Celestino,
non ha fatto cardinali Bossuet, Fleury,
Arnaldo(Arnaud),
Bottari, GALIANI,
Sarpi, Muratori, bensì, concepita
in tutt'altro modo, ha fatto Baronio, Bellarmino,
Pallavicino, Orsi, e soggiungendo
che "Noris fu un miracolo di un papa
napoletano, che fu più cavaliere che papa[77], e Lambertini lo fu di un altro buon napoletano, che fu più
vescovo che papa[78]. Certo è che, subito dopo la pubblicazione di quell'elenco, nel quale fu cercato invano da parecchi
il nome del GALIANI, il Valenti-Gonzaga
sentì il bisogno di scrivere al suo antico maestro due lettere[79], nelle quali, tra
altri dicorsi parimente
misteriosi, parlava da un lato, e proprio a proposito di quel mancato cappello,
di fatali contingenze, le quali troncarono i fili più forti delle amicizie
e che, determinate da cieca passione, sono di una natura così maligna
che non si possono dissimulare da chi vuol soddisfare ai propri doveri; e,
d'altro canto, rimproverava al GALIANI
di esibire, a proposito di quello ch'egli credeva a
sua volta adempimento al proprio dovere, una filosofia seria e grave oltre i
limiti, aspra e dura, irragionevole, cioè
inflessibile alla ragione[80], e, insomma, uno stoicismo
da fare adirare una statua. Dal che è tanto più legittimo
concludere che ci furono effettivamente segrete pressioni sul papa contro il GALIANI, e che esse trovarono un aiuto
nel l'intransigenza del GALIANI
medesimo, in quanto il Valenti-Gonzaga non manca di
soggiungere di non avere mutata idea e di non averla mutata in fondo
nemmeno (diceva) chi può tanto più di me[81]: onde alla presente omissione si sarebbe potuto pur rimediare nell'avvenire, sempre che quella
parte che ha ecceduto [82] si rimetta alla
ragione[83], e l'altra [84] riceva per buono il
ravvedimento e dia man facile perché succeda. Comunque, anche quell’"infortunio di
carriera", che, pel suo contegno immutato,
si ripeté nella promozione cardinalizia del 1747, lasciò sereno il nostro Celestino, felice in cuor
suo di restare a Napoli cappellano maggiore, anziché tornare a Roma per fare,
contro voglia e contro vocazione, il cardinale di
curia. E, più di lui, forse dové
soffrirne Benedetto XIV, al quale, costretto
sovente, durante il suo pontificato, a fare ciò che non voleva e a non fare ciò
che voleva, la coscienza, quella volta, non poteva non rimproverare d'aver
peccato non solo di lesa amicizia, ma altresì di lesa giustizia. Donde un accrescimento di cordialità
nei suoi rapporti personali col vecchio amico, del quale poi fu ben lieto
d'aiutare e proteggere il nipote Ferdinando, primo,
più intelligente e più riconoscente dei suoi biografi
(1758).
XI.
Fra
tante cose che il nostro Celestino aveva fatte fino
al sessantesimoterzo anno era mancata la guerra; ma
la morte di Carlo VI d'Austria (1740) e la conflagrazione europea, che ne fu la
conseguenza, gli porsero occasione di conoscere da vicino anche quella.
Veramente, poco prima di marciare alla frontiera con un esercito semimprovvisato
per difendere il Regno, minacciato dalle truppe del Lobkowitz, Carlo Borbone aveva manifestato il desiderio
di non esporre il suo vecchio e fedele Cappellano Maggiore ai disagi e pericoli
di quella campagna. Senonché, convinto, per contrario,
che, appunto perché c'erano da affrontare disagi e pericoli, il posto del
cappellano maggiore, ossia, come s'è visto, dell'elemosiniere
regio e del vescovo castrense,
fosse accanto al re e in mezzo ai soldati, il GALIANI
chiese egli stesso e ottenne dal segretario di Stato Montealegre
l'ordine di partire: onde, apparecchiato sollecitamente il suo equipaggio[85], mosse da Napoli,
accompagnato dal suo segretario Domenico
Squeglia e alcuni domestici, lo stesso giorno del re[86]. I disagi e i pericoli, per altro, e più ancora i patemi
d'animo, furono superiori al previsto. Infame quella strada di Montevallone che, per una mossa sbagliata del comando,
gli convenne percorrere da giù in sù e da su in giù a pochi giorni di
distanza[87], e, tutt'e due le volte, sotto una pioggia torrenziale, accompagnata
da frequenti grandinate, e con una fanghiglia cretosa e
attaccaticcia che giungeva al petto dei cavalli: donde,
per essere restati impantanati tutti i calessi, la necessità - anche per lui, cavallerizzo e podista non troppo valente - di percorrere quelle sette
miglia eterne la prima volta a cavallo, e la seconda, per essergli mancato il
cavallo sotto, a piedi. E quanto tristi poi i venti giorni[88] di sosta forzata a Venafro! Indisciplinato e quasi privo non solo di
servizi di sussistenza ma anche del denaro per improvvisarli, l'esercito
napoletano trattò quella grossa terra peggio del paese nemico: da che riduzione
di quelle campagne fiorenti quasi a deserto sabbioso; urli, pianti e alti guai
dei contadini pagati a bastonate del bestiame che si toglieva loro per forza;
e, proprio sotto gli occhi esterefatti del
cappellano maggiore, assassinî di pacifici borghesi ammazzati a legnate sulla testa sol perché privi del denaro che si chiedeva
loro dagli "svizzeri" a semplice titolo di estorsione. Ne più liete,
dopo le tappe di San Germano
(7 maggio), Alvito
(16), Arpino (17), Veroli
(20), Ferentino (21) e Valmontone
(25), le sessantatré giornate[89], durante le quali,
accampato a Velletri, di fronte al nemico occupante le alture circostanti, e
particolarmente quella della Faiola,
altresì il nostro Celestino attese con ansia
angosciosa una battaglia che tutti dicevano decisiva per le sorti del giovane
Regno, al tempo stesso che la crescente indisciplina e le continue diserzioni
dei soldati mostravano sempre meno probabile la vittoria. S'aggiunga, dopo che
gli austriaci ebbero tagliato l'acquedotto del Faiola,
il tormento, col caldo incalzante, della scarsezza d'acqua, a cui si congiunse
talora anche quella del cibo e d'indumenti, come, per esempio, quando, per ignavia
di capi, che avevano fatto accompagnare il convoglio da due dragoni soli, il nemico catturò a Piperno[90], circa cinquecento
muli carichi di viveri e di bagagli, tra cui i tre recanti i vestiti, le
biancherie e le argenterie del GALIANI,
che, per essergli stato fatto allora prigioniero, perdé
il suo segretario. Anch'egli, pertanto, accolse come
una liberazione la sorpresa notturna austriaca dell'11
agosto, allargatasi poi a vera e propria battaglia, che, delineatasi pei napoletani primamente come sconfitta, durante la
quale mancò poco fosse catturato lo stesso re, finì, quando tutto pareva
perduto, col convertirsi in vittoria. Se si fosse saputo sfruttarla, la
campagna sarebbe finita fin da allora. Si tornò invece alle antiche posizioni:
gli austriaci sulle alture, i napoletani a Velletri,
ove
soltanto dopo altri ottantatré giorni l'improvvisa
ritirata del nemico consentì al nostro Celestino,
in mitria, piviale
e pastorale, d'intonare con la sua voce sonora il Te Deum di
grazie[91]. Ormai dell'opera sua non c'era più bisogno: onde, concessosi,
dopo quella bella prova di resistenza fisica e morale, qualche giorno di riposo
a Roma nel convento dell'Orso, e rivisti Benedetto XIV, il Valenti-Gonzaga, il Leprotti, il Bottari
e qualche altro amico, tornò a Napoli[92], riprendendo, senza
interromperla più fino alla morte, la vita ordinaria, consacrata agli studi,
alle corrispondenze scientifiche, alla cappellania maggiore, all'Università,
al Tribunale misto e anche a dare l'ultimo tocco all'educazione dei nipoti. Di loro, quanto ad ingegno e
cultura, sarebbe stato difficile non essere contenti. A vent'anni, Berardo cominciava a dare saggi di
quella provetta competenza nell'archeologia e nella teoria,
critica e storica delle arti figurative[93], che doveva renderlo
un giorno socio dell'Accademia Ercolanense
(1755), lodato traduttore e commentatore di Vitruvio (1758) e anche autore d'una
voluminosa opera sul bello, che
si serba ancora inedita tra le sue carte. E Ferdinando,
oggetto pel passato di stupita ammirazione dei
precettori, e già ora, a sedici anni, autore di buoni versi e migliori
dissertazioni filosofiche, economiche ed erudite, era vantato da tutta Napoli
quale miracolo di precocità,
versatilità, acume e spirito. D'altra parte, la cura vigile e l'esempio
quotidiano dello zio erano pur valsi a sviluppare in
tutt'e due la più rigida probità non soltanto privata ma - cosa non frequente nella Napoli di quei tempi - altresì
pubblica, che per citare un esempio solo, indusse Ferdinando,
nel 1769 a giuocarsi il soggiorno parigino, al quale teneva quanto alla vita,
per non piegarsi al duca di Choiseul, che lo avrebbe
bramato meno zelante nel curare gl'interessi napoletani, allora in contrasto con quelli
della Francia. Tuttavia, tre cose, malgrado i suoi sforzi, monsignor
Celestino non era riuscito e non riuscì a
trasfondere in quei più che figli: la sua concezione religiosa della vita, la
sua febbre di operosità, il suo perfetto equilibrio. Il gaudentismo e la
pigrizia di Ferdinando sono passati in proverbio, né
per questo verso il fratello era troppo migliore di lui. E, circa l'equilibrio,
come in Berardo la serietà dello zio degenerava talvolta in
sussiego e pedanteria, così la festosa argutezza di Monsignor Celestino
era spinta sovente in Ferdinando a vera e propria buffoneria; come Berardo mancava affatto d'accorgimento pratico, così Ferdinando, per averne o volerne avere troppo, finì
qualche volta col commettere, anche nella vita pubblica, errori da cui il suo
secondo padre si sarebbe guardato; come in Berardo il sentimento diveniva spesso contemplativo
sentimentalismo, così Ferdinando
peccava per crudismo e aridità di cuore. Da che
non poco cruccio pel nostro Celestino,
che, cupido di plasmare l'uno e l'altro a sua perfetta immagine e somiglianza,
dimenticava che rare volte discende per
li rami l'umana probitate, e, anche quando discenda e nella
misura che discende, assume atteggiamenti sempre diversi. Cruccio divenuto più
vivo quando per quei ragazzi fu giunto il momento di scegliere uno stato.
Monaco e Arcivescovo, nulla egli avrebbe amato più quanto il vederli
incamminati per la sua stessa strada, lungo la quale gli sarebbe riuscito più
agevole guidarli e aiutarli. Ma, come accade sovente a chi sia educato in
ambiente pretesco, se c'era cosa aborrita da loro era precisamente
la vita ecclesiastica. Prendere gli ordini minori e godere i frutti magari di
molte badie, sì; ma tonsurarsi e, ch'è più, essere preti sul serio com'era lui, votandosi, come lui, a
perpetua castità, non mai. Povero Celestino!
Quale delusione quando, pur nella sua totale inesperienza di
certe cose, ebbe prove irrefragabili che Ferdinando, il quale nei suoi amori partenopei
e parigini non diè mai saggio di gusto, finezza e
cautela eccessivi, era uno dei più intraprendenti insectatores puellularum dell'amatoria Partenope! E come restò male quando,
nel 1748, da Sant'Agata di Sessa,
Berardo gli mandò a dire d'avere
sposato colà alla chetichella una fanciulla senza (quasi) un soldo e di fare
affidamento sulla generosità dello zio! Minacciò, tempestò:
poi, naturalmente, perdonò, togliendosi in casa il figliuol
prodigo con la moglie, e gioiendo come un vecchio nonno sempre
che costei gli regalasse qualcuna
di quelle pronipoti[94] che Ferdinando un giorno avrebbe rese celebri. Chi glielo avesse detto, quando viveva solitario a Sant'Eusebio o all'Orso, che un giorno il suo palazzone napoletano sarebbe divenuto
teatro non solo di geste
di levatrici e nutrici, ma anche di concitati certami
oratori tra ben cinque figlie femmine di suo fratello Matteo,
che, alla morte del padre[95] - trasferito fin dal
1738 a Napoli alla Gran Corte della Vicaria
e, pei meriti del fratello, com'è detto nel preambolo del
diploma, nominato marchese, - vennero anch'esse a bussare alla porta
ospitale di zio monsignore? Pure, quella vita familiare, turbolenta che
fosse, finì con l'attirarlo, occuparlo e naturalmente preoccuparlo. Per tutta
quella gente[96] la sua morte sarebbe
significata miseria, se, non senza prestare il fianco a una livida calunnia,
per altro di breve durata, egli non si fosse imposto, negli ultimi anni, una
rigida economia, e, in deroga al diritto canonico, che devolveva alla Camera
degli spogli i beni dei regolari viventi fuori monastero, non avesse ottenuto
da Benedetto XIV[97] di disporre dei suoi
risparmi per testamento. E d'altra parte sentiva troppo i suoi doveri paterni
da non trovare il tempo di godere delle gioie, trepidare
delle ansie, soffrire dei dolori di tante persone care. Come rise nel 1749
quando Ferdinando fu scoperto principale autore
della graziosa beffa letteraria[98] che gli aprì le porte
della celebrità! Con quale occhio vigile prima, e quanta trepidazione poi,
seguì dal 1749 al 1751 la lunga composizione e il successo del giovanile
trattato dello stesso Ferdinando sulla moneta! E con
quanto amore, pur da lontano, lo seguì a tappa a
tappa nel lungo viaggio d'istruzione (1751-2) che, in premio di quella fatica,
gli fece compiere per l'Italia. Vi è un
proverbio - gli scriveva a Roma il 14 settembre 1751[99], - vi è un proverbio volgare che dice:
"Dum fueris Romae,
romano vivito more". Quando costà tutti portano perrucca, anche i prelati più seri, e
dà agli occhi il non portarla, io stimerei che doveste portarla ancor voi. Tanto più che i vostri capelli non sono la
cosa più bella del mondo, e, oltre a ciò, la perrucca
innalzerebbe la vostra piccolezza.
E poco più tardi:
“Con sommo mio piacere ho finora buone notizie di lei. Solamente procuri
di andarsi uniformando alle civiltà e belle maniere romane. Sopra
tutto poi le raccomando e prego di essere anche più del dovere circospetto in
parlar delle cose di qua: anzi, per quanto può, sfugga di parlarne. "Mors
et vita in manu linguae", se ne ricordi spesso. E di più: "Stultus,
etiam si tacuerit, sapiens reputabit, et,
si compresserit labia sua, intelligens". Sono insegnamenti dati dallo Spirito Santo
per bocca di Salomone”.
Uno de’
maggiori vantaggi del viaggiare dee essere l'osservare le maniere di trattare
della gente più culta de’ paesi, per ripulirsi ed
imparar a vivere. Così spero che voi farete. Sopra tutto
vi raccomando che nel parlare non vi riscaldiate, acciocché
possiate parlar sempre con riflessione, per non dir cosa che non convenga ad un
giovane savio e ben educato. E ricordatevi di parlar sempre con lode delle cose
del paese dove si sta. Se ciò dee praticarsi in tutti i luoghi, specialmente
dee osservarsi costì. I romani, e non senza ragione, hanno altissima idea delle
cose loro: onde non soffrono volentieri che un forestiere, arrivatovi di
fresco, ne parli con poca stima.... Ma finora, grazie a Dio, io di voi ricevo
buone notizie da tutte le parti, e da tutti, con molta vostra lode, anche
da’cardinali, ne ricevo congratulazioni: il che se mi piace e rallegri, potete
voi immaginarvelo, che sapete quanto sempre io vi ho amato e vi amo, e quante
cure mi son preso per l'educazione vostra e di
vostro fratello, fin a perdervi talvolta la mia quiete ed essere da voi due
stimato per molesto ed incontentabile, quando dovevate riflettere che tutto era
per vostro bene e che le cose che io da voi pretendeva erano ragionevolissime, attesoché, in genere di educazione,
debba particolarmente badarsi che non si contraggano che buone abitudini, dalle
quali unicamente dipende la condotta nostra in questo mondo
A quest'ora voi averete cominciato a conoscere quanto in cotesta corte per un uomo di spirito vi sia da imparare in
ogni genere, ma specialmente, che è quello che più importa, intorno alla civil prudenza, cioè di saper vivere, per conciliarsi
l'amore e la stima de’ grandi, donde
in gran parte dipende la fortuna che può farsi in questo mondo. Post multa, conoscerete che la strada
sicura, che mai non isbaglia, sono virtù vera, soda e non
apparente, cioè di cose buone che possano conferire alla pubblica felicità.
Desidero che questa strada voi battiate, che è la via che tutt'il
corso della mia vita ho sempre avuta innanzi agli occhi, con replicar continovamente a me stesso: Iustitia et veritas. Quest'unica strada, senza averne mai
tentata altra, mi ha condotto dove, con somma misericordia di Dio, mi ritrovo.
Ciò sia detto di passaggio e solamente per vostro bene, acciocché
procuriate sempre più, con una lodevole e prudente condotta e con una non
interrotta applicazione agli studi, meritarvi quelle lodi che con infinito mio
piacere mi vengon date da tutte le parti.
E finalmente (saltando
parecchie lettere) il 9 maggio 1752 a Firenze:
La vita frugale de’ signori fiorentini merita essere
diligentemente osservata, specialmente da’napoletani, che tanto inclinano all'eccesso
opposto, con ridursi poi quasi alla mendicità o
almeno a rubare e fare altre azioni turpi, come purtroppo fa qui il pagliettismo e il baronaggio.
L'aurea strada è quella di mezzo.... A Bologna trattenetevi qualche settimana
ed osservate bene la specola astronomica e la preziosa
abbondante suppellettile astronomica che vi è. Andate a vedere la chiaia di Casalecchio,
per poter formar idea del modo col quale da’fiumi si deriva acqua per formar
canali navigabili, acciocché, se mai qui avessero
tanto giudizio di pensare a farne uno per comodo di questa città col deviar
l'acqua del Volturno, voi possiate parlare e dirne
ancora il parer vostro.
Per altro, chi legga
intere negli originali codeste e altre lettere al nipote, che, sempre più rare,
giungono fino al settembre del 1752, non solo nota un forte distacco tra quelle
anteriori e quelle posteriori al gennaio 1752, ma avverte in queste ultime una
decadenza così precipite
da correre subito col pensiero a qualche grave novità. La scrittura del nostro Celestino, brutta sempre, ma chiara e ferma, si fa
aggrovigliata, confusa, tremolante; i periodi talora non corrono; il tono, qua
e la, se non proprio aspro, diventa insofferente e nervoso. Purtroppo, il 1°
gennaio di quell'anno c'era stato un colpo apoplettico, sopraggiuntogli a Torre del Greco, e
rinnovatosi più forte a Napoli nel febbraio. Un cangiamento
d'aria a Pozzuoli[100] e, più ancora, una
cura di bagni caldi e stufe a Ischia[101], gli ridiedero l'uso
del braccio destro, che era parso quasi totalmente perduto; ma, d'altra parte,
gli furono fatali, giacché, credendosi guarito, si riattaccò
con tanto accanimento al lavoro da ridursi una larva. Nel maggio del 1753 era
così giù che Carlo di Borbone,
di sua iniziativa, gli fece ordinare dal primo ministro Giovanni Fogliani[102] di sgravarsi intieramente
per due o tre mesi dal peso de’gravi affari del suo impiego e badare
unicamente a’bisogni della sua salute. Era un atto d'affetto, a cui si
congiunse anche altro[103] di disporre che, in
quel periodo di forzato riposo, quale ne fosse stata la durata, venissero
corrisposti interi al GALIANI i suoi emolumenti,
che dal 1741 erano stati accresciuti di altri 1200 ducati
annui[104] per la presidenza del
Tribunale misto. Senonché al nostro Celestino parve invece una condanna a morte, della
quale sarebbe giunto a procrastinare l'esecuzione, se il re non avesse risposto
con un diniego, affettuoso ma fermo[105], a una supplica[106], nella quale afferma
che per altri due mesi ancora, fintanto
non fosse giunto il tempo di recarsi a Ischia,
avrebbe potuto (scriveva), senza verun mio incomodo né pregiudizio di salute, maggiormente
per esservi abituato da tanti anni, adempiere a tutti i doveri della mia carica
meglio anche di quello che ho fatto per tutto il passato inverno, in cui ho
sempre assistito a’concorsi nell'Università degli
Studi, al Tribunale misto ed a tutto ciò che ha bisognato pel
disimpegno della mia carica, nella quale (soggiungeva)
spero di continovare
a servire Sua Maestà fin all'ultimo momento di mia
vita, Momento che un terzo attacco, contro cui non poterono né bagni né
stufe, fece avvicinare a grandi passi fra l'ansia degli amici d'ogni parte
d'Italia, di cui restano parecchie lettere trepidanti
scritte in quei giorni all'abate Ferdinando; e, tra le altre, del cardinal
Valenti-Gonzaga, che volle affermare di dovere al caro monsignore molto
più di quanto il mondo credesse; di monsignor Cerati, che nel 1749 s'era recato
apposta a Napoli per vederlo; e dell'abate Antonio Niccolini, che, venuto anch'egli
a visitarlo nel giugno del 1753, era ripartito per Roma col presentimento d'una
catastrofe imminente: Con pensiero delicato, che voleva essere un augurio,
Benedetto XIV gli fece pervenire fin dal 14 luglio,
cioè con tre mesi di anticipo, la conferma nella presidenza del Tribunale misto
pel triennio 1753-56. Ma appena
dodici giorni dopo[107] l'abate Ferdinando comunicava al papa e al cardinal Valenti-Gonzaga
la morte dello zio, al tempo stesso che ne faceva prendere la maschera e
tumulare la salma nella chiesa celestina dell'ascensione,
ove anch'egli nel 1787 voll'essere
sepolto. Si conosce di sicuro che sulla tomba fu apposta un'iscrizione,
che tutto fa supporre composta da un altro grande amico e beneficato dello
scomparso, Alessio Simmaco Mazzocchi[108]. Pure, chi si rechi
oggi in quella chiesa, rifatta lungo l'ottocento, cercherebbe invano un segno
ricordante il sapere e le virtù di monsignor Celestino
GALIANI.


NOTA BIBLIOGRAFICA
I.
Ordinato e medodico, il GALIANI
ebbe l'abitudine, almeno nelle circostanze più notevoli della sua vita, di
compilare diari, tra i quali i suoi manoscritti, posseduti oggi dalla Società
Napoletana di Storia Patria, serbano questi di cui segue l'elenco:
I. Diario del viaggio fatto da don Celestino GALIANO in compagnia dell’ill.mo monsignor
Domenico Riviera da Urbino
per la visita delle acque delle tre province di Bologna,
Romagna e Ferrara[109].
II. Diario del viaggio fatto dal padre lettore
don Celestino GALIANO in Città della Pieve
in compagnia di monsignor Domenico
Riviera nel maggio del 1718 per trattare l'aggiustamento co’ministri
del granduca di Toscana intorno alle acque della Chiana[110].
III. Memorie del
viaggio fatto in Bologna il mese di ottobre dell'anno
1719[111]. Comincia l’11
ottobre 1719, finisce il 6 giugno 1720, e comprende il racconto giornaliero non
solo del viaggio a Bologna ma anche dell'insieme
delle operazioni di misurazione e scandaglio del Po.
IV.
Frammenti vari d'un giornale senza titolo, indicante minutamente, con gran
copia di cifre e calcoli matematici, i particolari dell'anzidetta
misurazione. Disseminati nel
maggior disordine nel codice sopra citato (numerato e rilegato in epoca
recente), essi sono da ordinare così:
4. Dal 24 al 29 febbraio 1720[115].
V. Breve diario, senza
titolo, della visita al Po
compiuta nel 1721[118]. Comincia il 22
febbraio, finisce l’11 maggio.
VI. Memorie istoriche per gli
anni 1733 e 1734[119]. Cominciate a
scrivere nel marzo del 1734 a Napoli, hanno a principio (novembre 1733-marzo 1734) forma di narrazione continua, salvo dal 9 aprile
1734 al 3 novembre 1736 (giorno in cui restano interrotte) ad assumere quella
di diario. La loro importanza storica, oltre che autobiografica, si può vedere
dal lavoro Sulla riconquista
ispano-borbonica del Regno di Napoli di Nicola Nicolini (Firenze, Olschki, 1930,
estratto dall'Archivio storico italiano), che le ha messe
largamente a profitto.
VII. Diario del viaggio fatto in Apruzzo mentre son ito
servendo Sua Maestà, che partì da Napoli la Mattina del 25 marzo 1744[120]. Fonte di prim'ordine
per la campagna velletrana, e che, pubblicata
integralmente dal De Blasiis[121], è stata largamente sfruttata dallo Schipa[122]. Oltre codesti
diari[123], il GALIANI, circa la metà del 1734,
cominciò a scrivere una vera e propria autobiografia, della quale, col titolo Alcune memorie della vita di don Celestino GALIANO[124], abbozzò primamente una breve trama cronologica
aggiornata via via fino al settembre del 1750, salvo ad andarla sviluppando,
lungo un ventennio circa[125], in un molto più ampio Ristretto della vita di Celestino GALIANO[126], la cui parte scritta
consta di sette capitoli. Il primo[127], senza numero
d'ordine e anepigrafo, comincia così:
Accostandomi
ormai all'età senile, avendo già compiuto[128] l'anno cinquantesimo secondo dell'età
mia, per aver sotto gli occhi della mente tutte le mie passate azioni, ho
risoluto registrarle in questi fogli, cominciando dal giorno in cui nacqui. Il
frutto, che desidero ricavar da tale storia, è di confondermi al cospetto delle
mie molte mancanze e di chiedere al Signor Iddio umilmente perdono, e di
rendere ancora umilissime grazie alla Maestà Sua divina per li moltissimi
benefici da me non meritati, e de’quali purtroppo non ho fatto il miglior uso
che doveva e poteva.
Al quale brano giova altresì aggiungere quest'altro[129], che mostra il punto di vista da cui è condotta la
narrazione, e che potrebbe anche sembrare il vichiano
principio della provvidenzialità
della storia, applicato con tanto vigore nella stessa Autobiografia del Vico[130], se le ultime parole (quello che è destinato sarà) non mostrassero che dal GALIANI la provvidenza
era concepita nella stessa guisa trascendente di sant'Agostino
e del Bossuet, e quindi in modo toto caelo diverso dall'immanente
logica interna della storia, professata dall'autore
della Scienza nuova.
E qui giova ammirare le occulte disposizioni
della divina Provvidenza, che per istrade a noi
ignote, ci conduce dov'ella
ci ha destinato. Quanto poi il GALIANO ha ottenuto in questo mondo, e la lettura in Sant'Eusebio, e la cattedra di mattematica,
ch'egli non volle mai esercitare, e poi di storia
ecclesiastica nella Sapienza romana ...(e
continua in codesto
sguardo d'insieme alla sua vita), tutto è derivato dalla resistenza che egli
trovò nel suo padre abate Giucciardini a non volerlo
far partire da Roma, nonostanti gl'infiniti sforzi fatti da esso GALIANO per ottenere tal soddisfazione. Sicché con raggione vi è qui tutt'il
luogo di ammirare le occulte esterne disposizioni della Provvidenza; e quindi ancor
può impararsi che l'uomo, dal canto suo, dee oprar
bene e con indefessa fatica rendersi abile a rendere qualche servizio al
pubblico, riposandosi poi, in quanto al di più, su le disposizioni della
Provvidenza, perché quello che è
destinato sarà, e riescon vani i nostri sforzi,
quando l'ordine eterno delle cose è contrario a’ nostri desideri.
Il capitolo secondo[131] s'intitola Continovazione della vita di don Celestino
GALIANO dall'anno
1713 all'anno 1719, che egli fu fatto abate del
monastero d'Aversa de’celestini. Il ricordo del Landi,
ora degnissimo cardinal
arcivescovo di Benevento, lo mostra lavorato non prima
del 1743, anno dell'elevazione del Landi alla porpora. Notevole poi il
brano che segue[132]:
Il sacerdote
Luigi Maille... fu uno di quei che si
opposero alle pretensioni della corte di Francia pel noto
affare della regalia: perciò, con parecchi altri
ecclesiastici, gli convenne uscire da quel regno. Egli ebbe la disgrazia, nel
pontificato di Clemente XI, di essere carcerato dal Sant'Officio
come preteso giansenista; ma in realtà la sua
carcerazione fu effetto dell'odio de’gesuiti verso di lui, a’quali si era renduto assai molesto, perché
intendendosela cò nemici della Compagnia di Francia e
di Fiandra, faceva a’padri della Compagnia
aspra guerra su le materie dottrinali. Il Maille stette anni cinque insieme coll'abate
Torelli, francese ancor egli, carcerato in Firenze per l'istessa causa e di là passato in
Roma, ne’carceri dell'ìnquisizione romana. Liberato
poi specialmente per la difesa che ne prese monsignor Lambertini, oggi Benedetto XIV, egli se ne andò in Parigi
appresso il cardinal
Noailles.
Del
capitolo terzo[133], intitolato Continovazione della vita di don Celestino GALIANO dall'anno
1719, che egli fu fatto abate, fin all'anno
1731 che, fatto arcivescovo di Taranto, lasciò Roma, ma che effettivamente
giunge soltanto fino alla sua nomina a generale dei Celestini (1728), Giova
ricordare due brani: l'uno d'interesse soltanto cronologico[134]; l'altro, che suona
così:
Quando noi siamo veramente innocenti e la
ragione è dalla parte nostra, le calunnie e le persecuzioni de’malevoli il più
delle volte invece di nuocere ci giovano.
Il che dee sempre più animarci a fare il dovere nostro, con ferma speranza che,
così facendo, i malevoli colle loro calunnie e raggiri non saranno per nuocerci.
Importante nel capitolo quarto[135], intitolato Continovazione
della vita di don Celestino GALIANO
dal maggio dell'anno 1728, in cui egli fu fatto
generale della congregazione celestina,
fino al giugno del 1731 che, fatto arcivescovo di Taranto, lasciò Roma, quest’altro brano:
In questa
nuova carica[136] egli impiegò tutto il
suo zelo in far fiorire l'osservanza ed i buoni studi nella medesima
congregazione. Lontano da qualunque spirito di partito o di fazioni, che fin a
quel tempo avean cagionato gravissime scissure nella medesima congregazione, riguardò tutti egualmente, secondo il lor merito, con amor
paterno, col non aver altro innanzi agli occhi, rimosso qualunque privato fine,
che
'1 solo ed unico vero bene della medesima congregazione. Quindi nelle proviste delle dignità e degl'impieghi
con iscrupolosa diligenza egli s’informava
del merito delle persone, e quelli, che dopo diligente esame trovava più
meritevoli, venivano promossi, passando appresso di lui per demerito il farsi raccomandare e '1
procurar offici di persone potenti per ottener
cariche e dignità, massimamente nelle famiglie religiose, dove, professandosi
umiltà, dee essere bandito ogni spirito di ambizione. E su tal punto fu egli sì
dilicato che nelle proviste, in eguaglianza di merito e
di requisiti, preferiva sempre coloro che né pure con semplice lettera a lui
scritta gli avevano rappresentati i loro requisiti per fargli conoscere che,
secondo le leggi della loro congregazione, erano in istato
di poter ottenere quella tal carica o dignità che doveva provvedersi. E tutto
ciò, perché esso GALIANO ebbe per massima
costantemente osservata in tutto il corso di sua vita che le cariche e dignità
non dovessero dimandarsi, ma che dovere fusse di ciascun privato di rendersi
abile colle proprie fatiche a conseguirle, e che chi presiede alla repubblica
debba andar cercando le persone di maggior merito per impiegarle secondo
richiede il ben pubblico, giacché le dignità e gli offici nella società non sono già istituiti per
accomodar un privato, ma unicamente pel
bene pubblico della società. Quod christiani
sumus, propter nos est - dice Sant'Agostino; - et quod episcopi,
propter vos. E secondo tal massima
il GALIANO in tutti gli stati, ne’quali
per infinita misericordia del Signor Iddio appresso si ritrovò, e di
arcivescovo di Taranto e di cappellano maggiore, egli nelle proviste o fatte da lui o nel
proporre i soggetti al re per li vescovati e per
altre dignità ed offici, non ebbe altro mai motivo che
'1 movesse se non quello del ben pubblico, e che i soggetti fussero i più abili e meritevoli per quel tale impiego
che proveder si dovesse. La qual sua retta
intenzione fu per lo più secondata dal Signor Iddio, coll’aver fatto cadere le proviste, nelle quali egli ebbe
qualche parte, in persone che fecero tutte o quasi tutte un'ottima
riuscita, con vantaggio delle diocesi e benedizione de’popoli.
Per contrario, dei capitoli successivi basta
dire che il quinto[137] s'intitola Continovazione della vita dell'arcivescovo don
Celestino GALIANO
dal giorno 24 giugno 1731, che egli lasciò Roma, fin al maggio dell'anno 1734, in cui le armi spagnuole riacquistarono il Regno di Napoli; il sesto[138]: Continovazione della vita
di don Celestino GALIANO
arcivescovo di Tessalonica,
cappellano maggiore, dall'anno 1734, in cui il Regno passò
sotto il dominio di S. M. Carlo Borbone,
fin al 1737, che egli fu mandato in Roma per trattar l'aggiustamento delle
controversie giurisdizionali; e che del settimo, intitolato Continovazione della vita di don Celestino GALIANO dalla sua spedizion
in Roma per comporre le controversie giurisdizionali
fin al suo ritorno in Napoli, ch'è
a quanto dire dagli 11 di marzo 1737 fin agli 11 luglio 1741, sono scritte
soltanto quattro pagine[139], che non contengono
nulla di autobiografico, bensì soltanto il principio d'uno schizzo storico
sulle controversie giurisdizionali nel Regno di Napoli
dal concilio di Trento in poi.
II.
Oltre
tutti codesti documenti autobiografici,
altra fonte capitale del presente saggio è il carteggio del GALIANI. Purtroppo delle tante lettere scritte da lui ne
restano relativamente molto poche: trentotto,
ufficiali, al Montealegre inviate da Roma durante
le trattative del concordato del 1741[140], che si serbano tutte
nell'archivio
di Stato di Napoli[141]; tre del 1751 al Girolamo Sersale(1690-1770) duca di Cerisano, ambasciatore napoletano a
Roma[142]; una cinquantina e forse meno a diversi, di cui tra le
sue carte personali[143] resta ancora la
minuta; quasi altrettante a don Guido Grandi, esistenti nei carteggi di quest'ultimo,
che, ordinati per corrispondenti, sono custoditi nella biblioteca Universitaria
di Pisa. Contavamo proprio di trovare
quelle a Eustacchio e
Gabriele Manfredi e al cardinal
Davia[144] nella Biblioteca
Comunale di Bologna, ricchissima di carteggi manfrediani,
zanottiani
e di altri illustri bolognesi del secolo XVIII; ma,
per questa parte, abbiamo provato una delusione. È probabile, per altro, che
molte lettere del GALIANI, specie relative al
concordato del 1741, si trovino disseminate nei vari fondi dell'Archivio del Vaticano: senonché
finora c'è mancato il tempo e l'agio di compiere un'apposita
ricerca, che, d'altronde, ai fini del presente saggio sarebbe superflua. Per
contrario, malgrado molte dispersioni, restano ancora un paio di migliaia di
lettere scritte al GALIANI da più centinaia di
corrispondenti italiani e stranieri. La maggior parte degli originali, ordinata
per corrispondenti, fu rilegata intorno al 1840 in sette grossi volumi, serbati
anch'essi nella Biblioteca della Società napoletana
di storia patria[145],, e consacrati il
primo ai cardinali, dal secondo alla prima parte del settimo agli altri
corrispondenti susseguentisi alfabeticamente,
l'ultima parte del settimo agli anonimi. Ma non mancano errori e duplicazioni:
onde, p. e., di più lettere d'un unico cardinale, arcivescovo o vescovo talune si trovano sotto il cognome, altre sotto il titolo
cardinalizio, arcivescovili o vescovile;
e, ancora, di altri corrispondenti[146], alcune, firmate,
sono poste sotto i cognomi, le altre prive di firma, tra cui gli anonimi.
Inoltre non sono poche le lettere lasciate fuori da codesti
sette volumi, e sparse, nel maggior disordine, in parecchie miscellanee galianee custodite negli scaffali[147] della medesima
biblioteca, e in particolar modo nei codici[148]. Vero è anche che, per un primo sommario orientamento,
può giovare fin da ora il catalogo generale dei manoscritti della Società
storica napoletana, compilato dal sempre compianto Giuseppe de Blasiis,
in attesa che sia terminato l'ampio regesto
che di codesto
materiale epistolografico ha redatto già per circa due terzi chi
scrive e che, giunto a compimento, sarà posto nell'anzidetta
Società storica a disposizione degli studiosi. Altri particolari sarebbero qui
tanto più superflui , in quanto sul carteggio galianeo l'autore del presente saggio
ha iniziato altresi una serie di particolari studi,
pubblicandone finora due: dei quali l'uno, col titolo Su taluni rapporti di cultura tra
l'Italia, l'Inghilterra e l'Olanda[149], mette a profitto le lettere di Guglielmo
Burnet,
del 's Gravesande,
di Tommaso Johnson e di
altri; e il secondo, intitolato Tre amici
bolognesi di monsignor Celestino
GALIANI[150], reca i brani salienti di quelle di Benedetto XIV, del cardinal
Davia
e del Leprotti[151]. D'altronde, anche
prima di chi scrive , il carteggio galianeo aveva richiamato
l'attenzione di alcuni studiosi, tra i quali vanno ricordati Placido Troyli[152], che nella sua Istoria generale del reame
di Napoli[153] inserì una lettera
latina di Michele Larionovitch conte di Woronzow[154], gran cancelliere dell'impero russo, al GALIANI
(24 giugno 1739) e la risposta di questo ultimo (18 settembre 1739), l'una e
l'altra già edite in un opuscolo senza frontespizio, di cui i manoscritti galianei serbano un esemplare; Benedetto Croce, che ne
pubblicò una di Giambattista Vico[155] nella Bibliografia Vichiana[156], ristampata poi in G. B. Vico, Autobiografia, carteggio e poesie varie, ediz. Croce-Nicolini[157], pp. 185-6; Giovanni
Gentile, che ne dié una di Matteo
Egizio[158], in Pietro Giannone
plagiario e grand'uomo per equivoco[159]; lo stesso Croce, che ne pubblicò due di Antonio Conti
e parzialmente una del matematico tedesco Giacomo Hermann[160] in un particolar opuscolo Per la storia delle matematiche ai principî
del secolo XVIll,
estratto dalla Raccolta di scritti
storici in onore del prof. Giacinto Romano[161]; e finalmente Mario Mandalari,
che ne stampò dieci del De Aguirre
in Quindici lettere del conte F. de
Aguirre[162], estratto dall’Archivio storico per la Sicilia orientale.
Pertanto, qui non è da aggiungere altro se non che per la chiamata del GALIANI all'Università di
Torino abbiamo tenuto presenti le lettere del De Aguirre
e di Bernardo Lama; per le varie visite al Po quelle del GALIANI
al Grandi e del Grandi al GALIANI, più le altre del De Cristofaro, del
Marinoni[163], e particolarmente di Eustacchio Manfredi;
per i rapporti del GALIANI col Cerati,
con l'abate Antonio Niccolini, col cardinal
di Polignac, con Gianluca
Pallavicino e, con quasi tutte le
persone, alte o umili, ricordate nel testo, le molte e poche lettere
appartenenti a ciascuna; per le trattative precedenti la bolla Fideli, taluni biglietti del futuro
Benedetto XIV; pel mancato conferimento
dell'arcivescovato
di Salerno e quello effettivo dell'arcivescovato di Taranto e della cappellania maggiore, le altre lettere dei tre D'Harrach[164]; Per la riconferma dell'Università
di Napoli quelle viennesi di Pio Niccolò Garelli,
del Lama e di altri; per l'ambiente napoletano-romano in cui si svolsero le
trattative del concordato del 1741, quelle di Bartolomeo Corsini, di Troiano
d'Acquaviva, di Ferdinando Porcinari,
di Nicola Antonelli, di Pietro Contegna, di Bernardo
Tanucci, di Bartolomeo
Intieri, di Alessandro Rinuccini e di altri; per la levata di scudi contro il
GALIANI a causa dell'introduzione del Saggio sull'intelletto umano del Locke nel Regno di Napoli, le lettere
del cardinal Davia.
E via continuando.
III.
Se
invece del presente breve saggio biografico, avessimo voluto scrivere su Celestino
GALIANI una compiuta monografia,
avremmo dovuto studiare a fondo, ed elencare qui, i suoi innumeri
manoscritti non autobiografici ed epistolografici[165] serbati non solo tra
le sue carte personali[166], ma anche e sopra
tutto nell'Archivio Vaticano e, per quanto è a nostra
conoscenza, negli archivi statali di Napoli, Bologna e Firenze[167]. E certamente sarebbe bene che altri studiosi,
specializzati nelle singole questioni, li ponessero a profitto per approfondire
quanto è stato detto da noi per semplici accenni intorno alla partecipazione
del GALIANI ai lavori di misurazione del Po,
alle discussioni sulla Piana, alle trattative precedenti la bolla Fideli, a
quelle, ancora più importanti, relative al concordato del 1741[168], e così via.
Renderebbe anzi un buon servigio alla storia della cultura italiana chi avesse
il coraggio di spogliare sistematicamente l'immane
congerie di atti distribuiti tra le varie rubriche della serie Cappellano maggiore dell'Archivio di Stato di Napoli, per cavarne un particolare studio su Celestino GALIANI cappellano
maggiore del Regno di Napoli[169]. Noi ci siamo dovuti
contentare di spigolare qualche notizia sussidiaria tra le sue carte personali,
e in particolar modo nel cod. XXXI.
B. 1, contenente appunti relativi
alla questione delle tesi romane; nel cod. XXX.
A. 13, ove si trovano talune
sue relazioni sull'introduzione del gioco del lotto a Roma; nel cod. XXX. D. 2, serbate prolusioni,
abbozzi di lezioni e appunti dei suoi vari corsi di Storia della Chiesa alla
Sapienza[170]; nei codd. XXX. A. 11, 12 e 13, ove
sono raccolti parecchi documenti relativi alla cappellania
maggiore, al concordato del 1741 e al Tribunale misto; e nel cod. XXIX.
C. 8, ove a parecchie lettere s'alternano documenti
personali e non personali d'ogni sorta. Aggiungiamo per ultimo che nel cod. XX. B.
22, f. 295 sgg., è un esemplare del rarissimo
opuscolo: Conclusiones
/ selectae /ex historia veteris testamenti / Ab Urbe
condito ad
Abrahae in Chananaeam / profectionem, / Quas sub auspiciis / eminentiss. et
reverendiss, principis / Josephi Renati / Imperialis /
S. R. E. Cardinalis
Diaconi Sancli Georgii / publico examini exponet / In Monasterio Sancti Eusebii
Congregationis
Coelestinorum / Ordinis Santi Benedicti / D. Bonifacius Pepe /
Eiusdem Congregationis Alumnus
/ praeside
/
D. Coelestino GALIANO
/ In praefato
Monasterio sacrae Scripturae Interprete / Anno 1708 mense Januaii // Romae Apud
Franciscum
Gonzagam.MDCCVIII. / Superiorum permissu; - e che nel cod. XXX. A. 16, f. 109,
è un foglio volante, parimente a stampa, intitolato : Album professorum
Regii Gymnasii
Neapolitani, in quo exhibentur materiae
tractandae ex die
XX
octobris MDCCXXXIII ad extremum aprilis MDCCXXXIV, praefecto
illustrissimo et reverendissimo
antistite d.
Coelestino GALIANO,
archiepiscopo Thessalonicensi et Carolo
VI imp. Regique Catholico a Sacris,
a Consiliis,
etc.
IV
Resta ad accennare a quanto abbiamo trattato
da testimonianze dirette o indirette di contemporanei, da documenti ufficiali e
da lavori di studiosi moderni intorno al tempo in cui il GALIANI
visse e agli avvenimenti ai quali partecipò. Circa codesto terzo punto (ci si consenta
l'inversione cronologica), l'amico lettore non
pretenderà una compiuta e perciò lunga biografia, che la modestia del presente
lavoro renderebbe alquanto ridicola, e si contenterà dei soli rimandi che
seguono:
1. Sulla Congregazione delle acque in Roma,
sugli antecedenti e susseguenti delle varie visite al Po compiute
dalle commissioni a cui partecipò il GALIANI[171] e sulla secolare
questione della Chiana:
Eugenio Casanova, I precedenti storici della bonifica integrale[172], passim, spec. p. 54 sgg.
2.Sulla questione dell'Apostolica
Legatia, sulla bolla Fideli ecc.: Michele Amari, L'Apostolica Legazia in Sicilia, in Nuova Antologia, novembre 1867, pp. 435-55[173]; Francesco Brandileone, Diritto bizantino nell'Italia
meridionale dall'VIII al XII secolo[174]; Francesco Scaduto, Stato
e Chiesa nelle Due Sicilie dai Normanni ai
giorni nostri[175], il quale appunto (p. 37) presenta la bolla Fideli come una vera e propria vittoria dell'Impero; Francesco Ruffini,
Perché il cardinal
Baronio
non fu papa?, in Per Cesare Baronio, scritti vari nel III centenario della morte[176]; G. F. Savagnone, Contributo alla storia dell'Apostolica Legatia, negli Annali del Seminario giuridico dell'Università
di Palermo, VI (1919).
3.Sull'Università di
Napoli dalla fine del Seicento alla metà del Settecento, sugli statuti del
conte di Lemos, sulla prima riforma del Vidania, su quella del GALIANI, ecc.: Nino
Cortese , L’età
spagnuola, e M. Schipa,
Il secolo decimottavo, nella collettiva Storia dell'Università
di Napoli[177]; e, per parecchie e importanti notizie complementari,
relative anche a quanto il GALIANI
fece o tentò di fare per le scuole private, Gennaro Maria
Monti, Per la storia dell'Universilà
di Napoli[178], capp.
IV e V.
4.Sul salotto
napoletano del GALIANI: F. Nicolini, La puerizia e
l'adolescenza dell'abate Ferdinando
GALIANI, Napoli, 1919, estratto dall'Archivio
storico per le province napoletane.
5.Sulle
trattative del concordato del 1741: Schipa,
Carlo Borbone
cit., I, 172-200; e cfr. G. M. Monti, Dal
Duecento al Settecento[179], pp.147-51 e 187-90; nonché, per la
questione dell'Inquisizione, pel
processo del 1692-3 contro gli ateisti
napoletani, ecc.: Luigi Amabile, Il Santo
Officio dell'Inquisizione in Napoli[180], passim;
F. Nicolini, Nuove ricerche sulla vita del Vico[181], pp. 12-6; e La giovinezza di G.B. Vico[182], pp.77-8.
Analogamente, tra i documenti ufficiali di cui ci siamo avvalsi, non ne citeremo più di sette:
2. Fondacion y
estatutos
de la real
orden de
s.Genaro[185], stampati più volte in opuscoli e inseriti
nelle Pragmaticae Regni Neapolitani, ediz. Domenico Alfeno Vario[186], IV, 355-65.
3.Il rescritto di fondazione[187] dell'altro ordine equestre di
San Carlo[188]: cfr., quanto al GALIANI,
la seconda alinea dell'articolo
decimo.
4.Il concordato del 1741, inserito anch'esso nelle
citate Pragmaticae,
II, 238-54, le quali dànno altresì le plenipotenze e le ratifiche.
Finalmente, quanto a testimonianze dirette o indirette di
contemporanei, un ricordo, sia pure
generico, meritano, prima di tutto, i frequenti accenni al GALIANI che si trovano nelle lettere inedite del cardinal Davia
a Eustacchio Manfredi,
serbate nella Biblioteca Comunale di Bologna[192]; e nelle altre, parimente
inedite, così del Manfredi a don Guido Grandi,
custodite nella Biblioteca Universitaria di Pisa[193], come di Salvino Salvini
e Anton
Francesco Marmi a Uberto Benvoglienti,
tra i carteggi
Benvoglienti della Biblioteca Comunale di Siena[194]. Vedere inoltre l'anonimo Racconto di varie notizie accadute nella città
di Napoli, pubblicato dal De
Blasiis nell’Archivio storico per le province napoletane, XXXII (1907), p.
608[195]; gli avvisi e i dispacci degli agenti
fiorentini a Napoli, serbati nelle filze 4139-4141 del Mediceo dell'Archivio di
Stato di Firenze, e particolarmente alle date dell'11
e 18 decembre 1731, 20 maggio 1738, 8 settembre 1739, 23 febbraio 1740, 10
aprile 1742[196]; e, passim, i 42
dispacci inviati da Napoli nel 1738 da Alvise
Mocenigo IV,
ambasciatore straordinario della Serenissima, e posseduti dall'Archivio
di Stato di Venezia, Ministri a Napoli,
vol. 69[197]. Notizie del genere si potrebbero rinvenire in un'altra
serie archivistica, che non abbiamo avuto agio di
spogliare, ossia nei dispacci dei nunzi pontifici, serbati nell'Archivio
Vaticano, e dei quali sarebbe bene vedere non solo quelli del ricordato Ranieri Simonetti
(1734-6, 1738-44) e del suo successore nella nunziatura
di Napoli monsignor Gualtieri, col
quale il GALIANI medesimo, nel diario velletrano, narra d'avere avuto rapporti; ma altresì
gli altri inviati nel 1718 da Firenze dall'allora nunzio, poi (1738) cardinale,Gaetano Stampa[198], che da una lettera del Marmi al Benvoglienti [199] appare aver partecipato anch'egli a qualcuna delle conferenze sull'affare della Chiana.
Né poi è inutile ricordare che fra le carte della Giunta
d'inconfidenza contro gli austriacanti[200] c'è una denunzia del 12 decembre
1736 contro il GALIANI, accusato di aver promosso
alla carica di lettori cattedratici nei Regi Studi persone
di genio alemanno, sue dipendenti, e, fra
queste, Marcello Papiniano[201], già professore nell'Università
di Torino, e nel 1754 elevato all'arcivescovato di
Palermo, suo confidentissimo amico, tornato
ultimamente dalla corte di Vienna, conosciuto da tutti per un
geniale tedesco[202]. Discorso alquanto più lungo è necessario intorno
alle cinque serie di testimonianze che seguono:
1. Giambattista Vico.
- S'è già ricordata la lettera scritta da lui al GALIANI. Qui si aggiunge che gli
esemplari della prima e seconda Scienza
nuova donati con dediche autografe al nostro Celestino
si serbano rispettivamente a Roma dal signor Angelo Marzorati
e a Napoli nella collectio viciana di Benedetto Croce. -Vedere inoltre
l'epistola dedicatoria a Giovanni Ernesto d'Harrach
del 19 ottobre 1731, firmata da Pietro Belli, ma scritta effettivamente dal Vico, in Opere, ediz.Ferrari, VI, 141 sgg.:"Ella.... per molti anni in Roma con la
direzione del dottissimo abate don Celestino GALIANI,
ora ben degno arcivescovo di Taranto,.... è stata istruita, dopo le cognizioni
delle lingue, delle leggi civili e delle storie profane, a meraviglia bene
nelle mattematiche, nelle filosofie, nelle storie ecclesiastiche e ne’sagri canoni e, sopra tutt'altre,
nell'ampia scienza sublime del diritto naturale delle genti", ecc. E ancora: "Con augusti auspici partiste (col GALIANI) per lo vostro letterario viaggio da Roma, e, giunti qui in Napoli, vi
conciliaste la venerazione di tutti i dotti uomini, cò
quali entraste in letterari ragionamenti:
de’quali sopra tutt'altri mostraste di dilettarvi di
quelli che si facessero dintorno a materie
di diritto naturale delle nazioni: con l'occasione d'uno de’quali essendosene l’Eccellenza Vostra reverendissima
ricordata, Ella al lettore di eloquenza di questi Regi Studi,
signor Giambattista Vico,
che è il primo il quale in Italia n'ha scritto,
gentilmente disse di averne in Roma veduto un di lui libro che ne trattava, e
si gli diede l'ardire di presentarglielo il giorno appresso, ed Ella con
grandezza d'animo
gradinne il presente ed onoronne l’autore". -Tener presente ancora le
prime righe del De mente
heroica (ivi,
p.125): Quum
in hac regia Academia utilissimum
institutum
quotannis
litterarum studia
solemni ad vos,
optimae spei adolescentes,
oratione habita,
rite et
ordine auspicandi satis
diu siluisset; et huic nuper
creato illustri praefecto (il GALIANI), viro usquequaque
doctissimo et in
vestra re literaria
augenda, quam qui maxime, effuso,
id de more hac
stata recurrenle die
in primis usurpari
placuerit:
me sane, qui tres super triginta perpetuos annos eloquentiae professoris
munere in hac ipsa
fungor, et
severis meditationibus literariis
sum pene absumtus, novum
aliquod ad vos afferre argumentum omnino decet, non sententiarum calamistris verborumque cincinnis iuveniliter exornatum, sed
quam maxime fieri potest,
et ipsarum rerum pondere grave et vestro uberrimo fructu refertum. -Che il
Vico fosse tra i frequentatori più
assidui del salotto napoletano di monsìgnor
Celestino, è asserito da Luigi Diodati, Vita dell'Abate Ferdinando
GALIANI[203], p. 4, che, naturalmente, teneva la notizia dal
suo biografato. -Per ultimo, i documenti relativi
ai benefici resi dal GALIANI al Vico,
a suo figlio Gennaro e anche all'altro
figlio Filippo sono raccolti nella citata edizione dell’Autobiografia, carteggio
e poesie, pp. 304-9[204].
![]() |
Giovan Battista Vico |
2.Pietro Giannone. - Circa il suo
atteggiamento ultracombattivo durante e dopo le
trattative per ]'Apostolica Legazia vedere Vita scritta da lui medesimo, ediz. Nicolini[205], pp. 155-69, e il Trattato de’veri e legittimi
titoli delle regali preminenze che i re di
Sicilia hanno sempre conservato in quel Regno ed esercitato per mezzo del
Tribunale della Monarchia, al quale si è aggiunta la prammatica
sanzione del re Fìlippo III di Spagna, con l'istoria degli ultimi trattali avuti
in Roma colla corte di Vienna e la bolla di Benedetto XIII
ultimamente emanata, colle riflessioni sopra la medesima, pubblicato
postumo da Augusto Pierantoni
col titolo Il Tribunale della Monarchia
di Sicilia[206]. -Il parere, ancora inedito, sulla riforma
universitaria proposta dal GALIANI nel 1732 s'intitola: Parere intorno alla riforma de’Regi Studi di
Napoli disteso dal signor dottore Pietro Giannone
sopra le sue memorie, da lui prese in una consulta
tenuta in Vienna lì 20 febbraio 1733, coll'infervento del presidente marchese di Villasor,
reggente duca Positano, conte di Sintzendorf,
reggente conte Perlongo,
reggente marchese Alvarez, conte Perlas, reggente marchese Esmandia,
reggente don Giuseppe Rifo[207]. Nell'Archivio di Stato di Torino se ne serba la minuta autografa[208] e una copia[209]: un riassunto in Nicolini, op. cit.,
pp. 73-5. - La pagina giannoniana, a cui s'allude a
principio del capitolo X, è un brano aggiunto all'ultimo capitolo del XL
libro dell’Istoria civile nell'edizione dell'Aia,
1753, e soppresso dalla censura borbonica nelle
ristampe napoletane settecentesche: vedilo in Nicolini,
op.cit., pp. 127-30. - Per le teorie sostenute dal Giannone nell'Istoria e nella relativa Apologia
cfr., tra gli altri, Fausto Nicolini, Le teorie politiche di Pietro Giannone[210]. - Da notare per ultimo che accenni
al GALIANI s'incontrano dal 1732 in poi
nelle inedite lettere viennesi scritte dal Giannone
al fratello Carlo[211], tra cui è da vedere
specialmente quella del 7 luglio 1732, dalla quale appare quanto il Giannone
tenesse che fosse offerto anche al GALIANI
un esemplare della sua Risposta alle Annotazioni critiche sopra il nono libro della Storia civile del padre Paoli (1732), e quanto il GALIANI gradisse quell'omaggio.
3.Antonio
Genovesi.
- Sui rapporti tra lui e il GALIANI e anche su taluni
amici napoletani di quest'ultimo[212] sono fondamentali così la breve
autobiografia scritta dal Genovese nel decembre
1755, come un’anonima biografia di lui compilata intorno al 1748, e l'una
pubblicata integralmente, l'altra convenienteniente
sfruttata ne Le meniorie
di Antonio Genovese edite e illustrate da Alessandro Cutolo[213]. Da esse veniamo a
conoscere che fin dal 1738 il Genovese, presentato al GALIANI
dal Cusano, gli divenne intimo amico (p.
240); che nel 1741 il GALIANI
gli fece avere la cattedra universitaria di metafisica, non senza andare, con
altri lettori amici, ad ascoltare una sua lezione, e, pur
congratulandosi fervorosamente con lui, ribattere
una sua confutazione del Locke (pp.268-9); che
nel 1743 proprio il GALIANI
stornò dal capo di lui una gran tempesta ch'era
per iscoppiare a proposito della prima parte della
Metafisica, presentandolo e raccomandandolo al cardinale Spinelli
(p. 242); che nel 1744 gli fece
conferire dal Montealegre l'incarico di
riordinargli la biblioteca e dal re Carlo Borbone,
per real dispaccio, ossia senza
concorso, la cattedra di Etica e politica (242-3);
che nel 1748, durante l'accesa polemica tra il Giannone e il
clero napoletano, lo stesso GALIANI,
scrivendo a Roma[214] in favore del primo,
ottenne[215] che la curia
pontificia si mantenesse neutrale (244-6);e via continuando. Senza dubbio, il Genovese,
mentre scriveva, non aveva totalmente smaltita la stizza suscitata in lui,
durante quella polemica, dalla malafede pretesca; e ciò spieghi come mai egli tacci di debolezza l'atto, semplicemente prudenziale,
del GALIANI d'inibirgli d'insegnare
teologia fino a tanto che si fosse calmato il bollore delle passioni.
Analogamente, la corda anticurialistica risuona in
lui più forte di quanto sarebbe stato consentito dall'obbiettività
storica, quando rimprovera al moderato GALIANI
d'avere intrapreso facilmente, ma con egual facilità
abbandonato i gran progetti, e, pur nella sua molta
conoscenza di mondo, di non aver vinto del tutto certi ostacoli al
grande contratti nel chiostro. Ma, d'altra parte, c'è affetto e
gratitudine, quando lo presenta quale uomo di bella taglia, di facile
abbordo, di gran mente e fornita delle migliori cognizioni, specialmente per
quello che appartiene alla filosofia e alla matematica e quale provetto conoscitore
degli abili giovani che ,amava portare avanti. E c'è giustizia
appassionata, quando riconosce che 1e lettere
in Napoli dovevano molto al GALIANI,
che gli studi erano barbari prima di lui, e che, se a Napoli si cominciò
a insegnare e a studiare la storia naturale, la fisica sperimentale e
l'astronomia, se la metafisica e l'etica insegnate nell'Università,
da vecchio gergo, divennero veramente filosofia, tutto questo si
doveva al GALIANI. - Tenere presente altresì un dialogo
dello stesso Genovese[216], in cui monsignor
GALIANI e il marchese Fraggianni sostengono
rispettivamente, sulle questioni giurisdizionali e la riforma
universitaria, il punto di vista moderato o antipagliettistico
e quello anticurialistico o pagliettistico,
ma che, mercè l'intervento del cardinal
Pietro Bembo[217], finiscono con
l'accordarsi su una tesi molto cara al Genovese, e cioè che nell'Università qualunque materia si dovesse Celestino, Antonio Niccolini, Gaspare
Cerati e del cardinal
Valenti-Gonzaga a lui. ormai insegnare, non più in
latino, ma in italiano.
![]() |
Antonio Genovesi |
4.Ferdinando GALIANI. - Sul suo carteggio, serbato anch'esso
nella Società napoletana di storia patria[218], è lavorato gran
parte dell'ultimo capitolo del presente saggio, e,
più particolarmente, sulle lettere di lui al fratello Berardo e a Domenico
Squeglia (1751-2)
e su quelle di codesti
due e ancora di monsignor Da queste ultime si desume che, morto Celestino, Ferdinando
restituì al Valenti-Gonzaga, a richiesta di lui,
un plico di lettere e carte alquanto gelose trovate fra i manoscritti dello
zio; il che spiega perché tra questi le lettere del Valenti-Gonzaga
siano pochissime. - Vedere altresì ciò che, degli ultimi anni
di monsignor Celestino,
Ferdinando
racconta nella prefazione aggiunta alla seconda edizione della Moneta (1780),
con l'avvertenza, per altro, che il racconto, a cui qualche altra frangia
aggiunse il Diodati[219], è stato rivelato dai documenti quasi tutto fiabesco[220]. - Negli ultimi mesi del 1753 Ferdinando
voleva scrivere una biografia del suo secondo padre, ma non ne abbozzò più
d'una pagina[221], consacrata
esclusivamente a notizie genealogiche dei GALIANI. - Accenni a monsignor
Celestino sono nel carteggio di Ferdinando col Tanucci[222]. -
L'amicizia di Benedetto XIV per Celestino
è menzionata anche in un breve di Clemente XIV[223] a Ferdinando[224]. - La lettera di Ferdinando a monsignor Sanseverino, ricordata nel testo alla
fine del capitolo III, è pubblicata integralmente nel
citato Giornale storico[225]. ‑ Nel suo testamento (1787) Ferdinando
legò al suo congiunto barone Giovan
Lorenzo GALIANI da Montoro,
insieme con carte e quadri di famiglia, la maschera mortuaria,
oggi dispersa, e due ritratti di Monsignor
Celestino, che si serbano a Montoro dalla famiglia GALIANI[226], alla cortesia della
quale dobbiamo d'averne potuto riprodurre uno (il meno rovinato) in testa al
presente studio.[227]. - E finalmente che Celestino e Ferdinando GALIANI fossero sepolti nella chiesa dell'Ascenzione, è detto dal Diodati[228].
5.Appiano Buonafede. - Il 30
settembre 1753 egli scriveva a Ferdinando GALIANI, da Rimini, la seguente lettera[229]:
Vengo sollecitato da vari amici letterati acciò si formi un elogio del nostro fu monsignor
GALIANI. Io mi addosserei volentieri
questo lavoro per la venerazione che ho sempre nudrita
per quel valentissimo uomo, quando Ella mi volesse
comunicare le notizie opportune. So che il defunto facea
una specie di commentario delle sue cose: Ella
potrebbe fornirmene un estratto, aggiungendovi ciocché
col suo buon giudizio riputerà
a proposito. Ho udito dire che Ella pensa a comporne la vita, e fa bene. Il mentovato elogio non pregiudicherebbe punto alla sua
idea; anzi in esso si potrebbe preventivamente annunziare il suo
lavoro. Faccia dunque questo onore a me, e promova
la gloria d'un zio, cui Ella e noi dobbiamo tanto. Quasi sicuro della sua
grazia e desideroso di ricambiarla servendola come io possa, divotamente
mi raffermo, ecc. ecc.
Mi è riuscito d'infinito piacere il gradimento che mi
avete mostrato per lo consaputo elogio. La vostra
approvazione mi conforta sempre più a dare al mondo questo contrassegno della
mia particolare venerazione verso uno de’primi spiriti del nostro secolo e
verso il maggiore e, dirò anche, unico lume della nostra congregazione.
Balbettino ciocché vogliono i malvagi, ché il gracchiar di cornacchie non persuase mai genti di
senno. Frattanto io aspetto con impazienza capire i punti più luminosi della
sua vita colle date de’tempi e colle circostanze rilevanti, ché, per la disposizione e per gli
ornamenti, ruminerò io. Vorrei però sopra tutto penetrare con chiarezza nell'affare
delle acque di Bologna e delle Chiane,
ne’negoziati della Monarchia di Sicilia e del concordato di Napoli, e nella
famosa disputa romana sulle sue tesi. Ma voi avete una mente troppo ben fatta e
non abbisognate sentir da me ciocché occorre per un elogio. Se mi manderete il
disegno della medaglia che pensate di far coniare (e non fu mai coniata), io la
farò incidere, e servirà di fregio al frontispizio. Se vi pare, potrò anche
inserire le iscrizioni sepolcrali…
L'elogio del nostro monsignor
GALIANI, intrapreso da me per
diletto, è poi divenuto un impegno. Nella ricerca delle notizie ho incontrato
tante puerili difficoltà, tante cabale,
tanti raggiri per distornarmi, ch'io,
stomacato da prima e poi arrabiato, mi son
posto a volerlo compiere a dispetto di chi non volea. Per non nasconderle nulla, io dubitava che Ella
ancora fosse stata subornata. La gran tardanza delle sue lettere me ne dava
un fondamento. Ma io mi sono colle mani e co’
piedi adoperato in modo che, al giungermi del suo plico , l'elogio era
già compiuto, e, tolte alcune piccole varietà, non solamente concorda benissimo
colle memorie rimessemi, ma è anche più copioso. Veda la forza dell'impegno. Non ostante, io la ringrazio molto della briga presasi, e le consapute
memorie mi saranno in parte utili, almeno per riordinare alcuni fatti de’quali
non sapea le date precise. Di due punti solamente
vorrei un po’d'illustrazione.
1. Intorno al trattato per la Monarchia di
Sicilia dicono le sue memorie che Clemente XI
dichiarò falsa e nulla la bolla di Urbano II. Non si dovrebbe dire piuttosto Anacleto II, antipapa,
il quale fece ampie concessioni a Ruggiero II re di
Sicilia? ... (non si dovrebbe dire).
2. Il signor Gabriele Manfredi
mi scrive che "monsignore ebbe gran parte a persuadere mosignore poi cardinal
Riviera ad accettare il partito che poi fu quello che prevalse e ch'ebbe
effetto nella transazione che seguì fra la Santa Sede e il governo di Toscana".
Ciò non si accorda colle memorie....(Gabriele Manfredi
ricordava male).
Ma chi, dopo codeste lettere, si faccia a percorrere le trentasei paginette
striminzite che il Buonafede intitolò De Caelestini GALIANI, archiepiscopi Thessa1onicensis, vita commentarius[230], prova una gran delusione. I dati di fatto, sempre
molto generici e tutt'altro che cronologicamente
esatti[231] non superano forse la
ventina; e di non esibiti dal GALIANI
nell'autobiografia non ce ne sono se non due: il giudizio di Eustacchio Manfredi riferito da noi nel capitolo
I[232], e la risposta data da monsignor
Celestino quando si parlava della sua destituzione da cappellano maggiore
quale austriacante[233]. Tutto il resto[234], è, come diceva il Buonafede stesso, ornamento,
ossia vuoto elogio, in cui a malapena abbiamo ripescato
qualche tratto della fisionomia morale di monsignore.
Comunque, dalla
biografia buonafediana derivano queste tre, ancora
più brevi:
1. Appio Anneo de
Faba Cromaziano[235], Ritratti poetici[236]. - Riassunto del Commentarius; più, polemica con
un ser Gerunzio Maladucci, che contro quell'elogio
aveva fatto girare nel 1754 una letteruccia spampata,
nella quale, con gentilezza da chiasso e da bettola, si accusa l'autore di tre
o quattro errori in latinità.
2. Lorenzo Giustiniani,
Celestino GALIANI, in una raccolta, senza titolo, di
vite degli uomini illustri del Regno di Napoli, fascicolo VIII, maggio 1798[237].
3. Abate Volo, Celestino GALIANI, in Domenico
Martuscelli, Biografia
degli uomini illustri del Regno di Napoli, tomo I [238]
INDICE-SOMMARIO
(1681-1707). - Nascita e puerizia - Primi studi
a Foggia - Primi maestri - Veste l'abito celestino - Nuovi studi e nuovi
maestri a Lecce - Primi saggi di autodidascalismo - Studia un corso filosofico
del cardinal Tommaso Maria Ferrari - È inviato studente a Roma nel convento di
Sant'Eusebio - Nuovi maestri - Si rivela autodidatta - La Summa Theologica di san Tommaso e gli Elementi di Euclide -
Monsieur Mony - Primo infruttuoso tentativo di studiare Cartesio - Torna ad
Euclide - Studia la geometria solida, le sezioni coniche, l'algebra e il
calcolo integrale e differenziale - Gabriele Manfredi - Riprende con frutto lo
studio delle opere cartesiane - Un corso di anatomia umana - È confermato
studente a Sant'Eusebio per un secondo triennio - Corso di autoperfezionamento
- Amicizie letterarie romane.
(1707-13). - È nominato lettore di teologia
morale e Sacra Scrittura s Sant'Eusebio - Metodo d'insegnaniento - Impara
l'ebraico - È invitato a far discutere pubblicamente alcune sue tesi -
Inesistenza dei preadamiti e universalità del Diluvio - Un pettegolezzo di
convento - Trionfale discussione delle tesi - È nominato lettore a Sant'Eusebio
anche di teologia dommatica - Un viaggio nell'Italia meridionale e amicizie
letterarie napoletane - Nuova pubblica discussione di sue tesi - Invidia di
altri lettori romani - Cinque sue proposizioni denunziate alla Congregazione
dell'Indice come ereticali - Tre anni di accesa disputa al riguardo - Sua
condanna, cangiata poi in assoluzione - Filogiansenismo del cardinal Davia e
del GALIANI.
(1713-18). - Lettera aperta a Gregorio Calapreso
in difesa del newtonianismo. - È nominato lettore di filosofia a Sant'Eusebio -
Partecipa ad una commissione pontificia incaricata di studiare l'immissione del
Reno nel Po - Dimora a Bologna e amicizia col Manfredi e con gli Zanotti - Sua
relazione sulla questione padana e polemiche al riguardo - Referendum europeo - Pareri dell'Accademia delle Scienze di Parigi,
della Società Reale di Londra, dell'Accademia di Leida, dei matematici
napoletani - Viaggio in Toscana per la questione della Chiana - Gli è data la
sopravvivenza nella cattedra di matematica alla Sapienza romana - Gli offrono
cattedre nelle università di Padova e di Torino - Riforma dell'Università
Torinese - Francesco de Aguirre - Bernardo Lama - Il GALIANI rifiuta di
lasciare Roma senza il consenso del Papa, che lo nega - È nominato lettore di
Storia della Chiesa alla Sapienza - Il padre Luigi Maille - Prospero Lambertini
- Prolusione e corsi di lezioni.
(1718-24). - Nominato abate, passa al convento
romano dell'Orso - Discussioni romane sul giuoco del lotto - Apposita
congregazione nominata da Clemente XI - Pareri del GALIANI al riguardo - Il
lotto è introdotto a - Rorna, poi abolito, poi reintrodotto - Partecipa a una
commissione interitaliana incaricata d'una nuova visita al Po - Il generale
Lathermann e il matematico Marinoni - Viaggi a Milano, Bologna, Ravenna, Fano,
Rimini - Il cardinal Davia, Antonio Leprotti e Giovanni Bianchi - Viaggi a
Venezia, Padova, Firenze, e nuove amicizie letterarie - Convegno generale della
commissione a Lagoscuro - Morte di Clemente XI - Giacinto de Cristofaro - La
questione padana sembra risoluta; ma, morto Innocenzo XIII, torna al punto di
partenza.
(1724-28). - Bebedetto XIII e il cardinal Coscia
- Il GALIANI è nominato procuratore generale dei celestini - L'abazia di
Pratola e il vescovato di Sulmona - Illustri discepoli - Il cardinal
Sciarra-Colonna - Il cardinal Valenti-Gonzaga - il cardinal Tamburini - Il
cardinale Spinelli - Gian Luca Pallavicino - I figliuoli del viceré d'Harrach -
Studiosi inglesi - Sua nomina a socio corrispondente della Società Reale di
Londra - Un battibecco col cardinal Cienfuegos a proposito di libri proibiti -
Il cardinale Alberoni - Il salotto romano del cardinal Davia - E quello del
cardinal di Polignac - Gaspare Cerati e Antonio Niccolini - L'abate Esperti e
la Scienza nuova del Vico - La
questione dell'Apostolica Legazia di Sicilia - Le bolle di Urbano II e di
Clemente XI - Dispute della curia pontificia con Vittorio Amedeo II di Savoia e
Carlo VI d'Austria - Orientamento dei partiti anticurialistico, curialistico, e
moderato al riguardo - Pietro Giannone - Pietro Perrelli - Il GALIANI è
incaricato di trovare insieme con Prospero Lambertini un accomodamento - La
bolla "Fideli" -
Discussioni viennesi al riguardo - Ratifiche di Carlo VI e di Benedetto XIII -
Ire e ingiurie degli anticurialisti e dei curialisti contro il GALIANI.
(1723‑31). - È nominato abate generale dei
celestini - Inizia una visita a tutti i conventi italiani - Dimora a Napoli -
Le questioni giurisdizionali e il viceré d'Harrach - Tentativo segreto di
accomodamento con la curia papale Gaetano Argento e monsignor Perlas - Il
GALIANI è aggiunto alla commissione ‑ Morte del Perlas e interruzione delle
trattative - Indignazione dei cardinali di curia contro Benedetto XIII e loro
accuse contro il GALIANI - Continuazione della “visita" Abruzzo, Ancona,
Firenze, Livorno, Pisa, Bologna, Milano, Ritorno a Roma - Morte di Benedetto
XIII - Conclave e pasquinate relative - Clemente XII - Il cardinal Neri e il
principe Bartolomeo Corsini - Il Leprotti – I "barboni” del Sacro Collegio
- Il GALIANI è designato da Carlo VI arcivescovo di Taranto - Esame pubblico al
cospetto del papa ‑ Utrum gratia
sufficiens detur omnibus - Irritazione e minacce del cardinal Cienfuegos -
Il GALIANI accusato nuovamente di giansenismo – Intervento Pacificatore di
Clentente XII - Preconizzazione e consacrazione - Partenza da Roma.
(1731-32). - La cappellania maggiore del Regno
di Napoli - Il centenario cappellano maggiore Vidania - Due ladroni di strada
maestra - Sfacelo dell'Università napoletana - Inadattezza della sede di San
Domenico Maggiore - Ignavia dei lettori - Pessima distribuzione delle cattedre
e iniqua sproporzione fra gli stipendi - Commissioni di concorso - Sosta del
GALIANI a Napoli - Giambattista Vico - Lamentele e confidenze del viceré
d'Harrach - Collocamento a riposo del Vidania - Lotta per la successione - È
nominato il GALIANI - Sua perplessità e scontento - Accetta - Ma si reca prima
a Taranto a conoscere il suo gregge - Rinunzia all'arcivescovato e assume a
Napoli la cappellania maggiore - Rapida riforma di quell'ufficio - Destituisce
seicento cappellani regi straordinari - Valanga di reclami contro di lui a
Vienna e a Roma - Accusato, al tempo stesso, di voler distruggere la regia
giurisdizione e d'introdurre a Napoli libri perniciosi alla religione - Sua
serena imperturbabilità.
(1732-37). - Suo primitivo disegno di riforma
dell'Università - Obiezioni del Consiglio Collaterale - Ostilità del Consiglio
di Spagna - Inutile intervento del Giannone a favore della riforma - Se ne
approva soltanto il trasferimento dell'Università al Palazzo degli Studi - Il
nuovo viceré Visconti - L'autorità militare impedisce al GALIANI di prendere
possesso dell'edificio - Guerra di successione polacca - Le truppe austriache
lasciano Napoli - Stato in cui il GALIANI trova il Palazzo degli Studi - Arrivo
di Carlo di Borbone ad Aversa - Il GALIANI accusato di austriacantismo - Ma il
nuovo regime lo conferma nella carica - Ingresso di Carlo di Borbone a Napoli -
Fatiche del GALIANI - Riesuma la riforma universitaria - La mancanza di fondi
lo costringe a ridurla - Ciò non ostante, pone l'Università al livello di
cultura dei tempi - Nuove cattedre e nuovi lettori - Riattamento del Palazzo
degli Studi - Trasferimento dell'Università - Solenne inaugurazione - Attività
del GALIANI a favore dei lettori e degli studi - Accademia delle Scienze
fondata da lui - Suo salotto napoletano - Gianibattista Vico - Antonio Genovese
- Ferdinando GALIANI.
(1737-43). - Prime trattative fra le corti di
Madrid e di Napoli e quella di Roma - Sacrificio di Pietro Giannone -
Risoluzione di stipulare un duplice concordato - Nomina dei plenipotenziari
ispano-napoletani: il cardinale Acquaviva ed il GALIANI - Atteggiamento dei
partiti difronte alle trattative - Anticurialisti, curialisti e moderati - La
camera di Santa Chiara - Orazio Rocca - Prima fase dei negoziati - Il cardinale
Spinelli - L'Acquaviva - Il concordato con la Spagna - La bolla d'investitura
in favore di Carlo Borbone - Prime trattative del concordato napoletano -
Monsignor Tria - Matrimonio di Carlo Borbone - Richiamo del GALIANI a Napoli -
Suo ritorno a Roma - Seconda fase dei negoziati - Tattica temporeggiatrice
romana - Morte di Clemente XII - Ritorno del GALIANI a Napoli - Niccolò
Fraggianni - Il conclave - Elezione di Benedetto XIV ed elevazione alla
segreteria di Stato del cardinale Valenti-Gonzaga - Richiamo del GALIANI a Roma
– Terza fase dei negoziati - Scatti collerici di Benedetto XIV - Vittoria del
GALIANI - Basi del concordato del 1741 - Firma e ratifiche - Ritorno del
GALIANI a Napoli - Istituzione del Tribunale Misto - Ne è nominato presidente -
Proteste curialistiche - Dispiacimento di Benedetto XIV - Perché il GALIANI non
fu cardinale.
(1744-53). Campagna velletrana - Il GALIANI vi
partecipa quale arcivescovo castrense - Suo ritorno a Napoli – Educazione dei
nipoti - Berardo e Ferdinando GALIANI - Vita familiare - Consigli epistolari al
nipote prediletto - Decadenza e morte.
Nota bibliografica
Celestino compose:
Istituzioni teologiche e filosofiche.
Gioco del Lotto.
I. - Diari e memorie autobiografiche
II. - Carteggio
III. - Manoscritti vari
IV. - Testimonianze dei contemporanei,
documenti ufficiali, letteratura dell'argomento
CURIOSITA’
ARCHIVIO STORICO PUGLIESE
Lettera
dell'arcivescovo di Lanciano Anton Ludovico Antinori a
monsignor Celestino
GALIANI per ottenere il passaggio a Trani,
la cui sede che riteneva libera[239]
Ill.mo et Rev.mo Sig.re e P.ne Col.mo
Scrivo questa mia ossequiosissima con mano
tremante e spinta piuttosto dall'altrui persuasione. Sento la vacanza della
Chiesa di Trani.
V. S. Ill.ma intende il resto. Se stima, che io
possa supplicare per la traslazione, essendo io sua creatura, La prego
istantissimamente a degnarsi di consigliarmi. Se poi stima che non possa io
ottenerla, La supplico a non farne parola. Quando in quella Chiesa V. S. Ill.ma
vede che non abbia io a riuscire a profitto e che ci vogliano altri soggetti,
mi ritiro affatto ed ho il mio pensiero per audace e per inconsiderato. L'unico
motivo, dal quale mi sono indotto a averne l'idea, è quello del clima, che so
men soggetto agli scirocchi ed agli umidi di qui, da’quali sono malmenato a
segno di non potere applicare quasi affatto e a non potere conciliare il sonno.
So che scrivendo a V. S. Ill. ma scrivo ad un padre, che mi ha guidato e
sollevato dal niente ch’io era, onde prenderà sempre in buona parte questa mia,
ancorché fosse o presunzione o volubilità. Le confesso ancora una mia tenera
inclinazione a quella città e a quei paesi e vi aggiungo il genio di poter
vivere là dove è Tribunale Collegiato, poiché meno si sentono e sconcerti e
petizioni non giuste. Io depongo però la mia volontà in mano dí V. S. Ill.ma da
cui attendo qualunque legge sia per darmi, mentre facendole um.ma riverenza le
bacio la mano
Um.mo dev.mo serv.re ubb.mo di V. S. Ill.ma e
Rev.ma
A. Antinori
arcivescovo di Lanciano
Lanciano, 31 dicenibre 1751
Celestino GALIANI ed il ministro Tanucci:
![]() |
Bernardo Tanucci potente ministro del re Carlo III di Borbone |
.... in questa riforma della scuola[240] non si ebbe alcuna
intenzione di mettere l’istruzione alla portata del popolo minuto. Il pensiero
era rivolto ai nobili....«La plebe deve
fare arti» rispondeva il Tanucci a (Celestino) GALIANI, che
avrebbe ammesso nei collegi i figli di popolani: cfr. Pia Onnis: L’abolizione della Compagnia di Gesù nel Regno di Napoli, in Rassegna Storica del Risorgimento, a.
1928, fasc.IV.
«…..alla funzione del
20 gennaio (1752) si crede che vi sarà anche l’intervento del Cappellano
Maggiore[241]…..»
|
……«….Vincenzo
Ferrone ci illumina su Celestino GALIANI, lo zio
di Ferdinando, come diffusore del newtonianesimo e iniziatore, prima ancora che
il Borbone ponesse piede a
Napoli, della cultura illuministica partenopea:...».
«......I giuristi napoletani si rifacevano invece alle tesi giusnaturaliste
di Grozio e di Puffendorf ed ai concetti del
grande Leibniz …..A Napoli fu istituita una cattedra di "Diritto patrio"
nel 1753 ad opera di Celestino GALIANI e più tardi,
nel 1754, sorse a Napoli ad opera di Bartolomeo Intieri la prima cattedra di
Economia Politica del mondo! Entrambi GALIANI ed Intieri[242] erano convinti seguaci della filosofia
scientifica ed economica del Leibniz. ....
Pel ritorno dell’Università di Napoli nel Palazzo degli Studi
nel 1736 fu in detta Università posta la seguente lapide:
PUBLICUM MUSAEUM
HAC MAXIMA URBE MAGNI REGIS SEDE
DIGNISSIMUM
PRO CASTRIS
DIU IN SQUALORE ET SORDIBUS HABITUM
CAROLUS BORBONIUS
REX UTRIUSQ.SICILIAE DUX PARMAE
PLACENTIAEQ.
AC MAGNUS HETRURIAE PRINCEPS
CAELESTINO GALIANO
ARCHIEP.THESSAL.A REGIS SACELLO ET
CONSILIO
STUDIORUMQUE PRAEFECTO
CURANTE
PRISTINO NITORI EX PARTE RESTITUIT
FECITQUE SPEM ATQUE ADEO FIDUCIAM
MAGNIFICENTISSIMO OPERE PERFECTO
PACIS
ARTES
IPSIUS
AUSPICIIS
HEIC
FAUSTE FELICITERQUE PROFECTURAS
[1] Maggio 1734.
[2] ?-1738.
[3] E così nel 1736 e nel 1737.
[4] Carlo di Borbone.
[5] 1689-1747.
[6] E dal 1738 anche di Napoli.
[7] ?-1774.
[8] Il già mentovato professore di fisica all'Università)
[9] Il principe Bartolomeo Corsini, Bartolorneo Intieri, Alessandro
Rinuccini, Pietro Contegna, l'ex discepolo del Vico Giambattista Filomarino
della Rocca, allora ambasciatore napoletano a Madrid, il suo segretario Nicola
Carfora e altri)
[10] Proposta , a quanto si dice, patrocinata anche da Antonio Genovese in uno
scritto giovanile disperso)
[11] La quale fu anche iniziata)
[12] Per tacere, brevitatis causa,
di moltre altre cose.
[13] Cominciato a preparare nel 1739.
[14] Allora ancora inedita, ma divulgata in un visibilio di copie
manoscritte.
[15] Per esempio sull'exequatur e
sulla questione beneficiaria.
[16] Per esempio sulla sottoposizione dei beni ecclesistici ai tributi.
[17] I cartesiani napoletani.
[18] Date ai preti - diceva
il Giannone - tempo e tavolino e siete fritti
[19] Tanto è vero che i partiti estremi, pur combattendosi a oltranza,
finiscono con l’aiutarsi a vicenda.
[20] Sostituita nel 1735 all'abolito Consiglio Collaterale del viceré.
[21] 1665-1742.
[22] 425 lire-oro.
[23] E, anche dopo il suo ritorno in sede, pose ostacoli d'ogni sorta
all'opera del GALIANI.
[24] E lo confessa in una lettera a lui l'Acquaviva medesimo.
[25] Presentata con grande sfarzo in Montecavallo il 29 giugno.
[26] A cui analoghe insistenze epistolari, provocate dal GALIANI, giungevano
periodicamente da Palermo dal principe Bartolomeo.
[27] 1692-1767.
[28] 23 e 30 agosto 1737, 13, 27 e 29 settembre, 29 novembre, 6, 13 e 21
decembre, 3 gennaio 1738, 7, 21 e 28 febbraio, 2, 7, 11, 28 marzo, 18 aprile.
[29] 1676-1760.
[30] 14 maggio 1738
[31] 6 giugno.
[32] 19 giugno.
[33] S'immagini con quanto suo divertimento!.
[34] 1716-93.
[35] 1697-1767.
[36] Altro suo cruccio.
[37] 21 febbraio.
[38] O quanto meno, non formulare alcuna opposizione.
[39] 1686-1763.
[40] Ricordare i suoi rapporti letterari con la signora Du Boccage.
[41] 20 agosto 1740.
[42] 9 dicembre.
[43] Lo scultore dell'arca di San Domenico in Bologna.
[44] 1664-1742.
[45] 1668-1752.
[46] Giacché sull'aiuto fiacco e infido dell'Acquaviva, anch'egli presente
alle discussioni, valeva meglio non fare affidamento.
[47] Ne contava ormai circa sessantasei.
[48] 1687-1768.
[49] Che ancora un anno e mezzo dopo non riusciva a perdonarsi d'aver ceduto
su questo punto.
[50] Che a Napoli, come volevano i moderati, fu totalmente abolita con un
atto d'imperio nel 1747.
[51] Il che significava riconoscere implicitamente quelle ch'erano a Napoli
la legislazione e la prassi relative.
[52] 170.000 lire-oro.
[53] Anch'esso, per altro, limitato.
[54] Uno dei punti di dissidio tra anticurialisti e moderati.
[55] Come col detto e col fatto aveva sostenuto il Giannone.
[56] Come, nella pratica, s'usava già da tutti.
[57] e, con esso, buona parte di quello anticurialistico.
[58] 16 maggio.
[59] 22 maggio.
[60] Suddivisi ciascuno in parecchi articoli.
[61] 25 maggio.
[62] Alla prima delle quali, sul cappellano maggiore, nel novembre fu
aggiunto un motuproprio esplicativo ed estensivo.
[63] 1688-1762.
[64] Nipote dell'Argento.
[66] 25.500 lire-oro.
[67] Gli anticurialisti accesi si contentarono di
qualche borbottamento.
[68] E così ancora nel 1744, nel 1747, nel 1750 e nel 1753.
[69] come gli riuscì sempre.
[70] 15 decembre 1741.
[71] 14 decembre 1742.
[72] Divenuta ancora più aspra quando, due anni dopo la morte di lui, la
direzione della cosa pubblica fu assunta a Napoli dal fiero ghibellino Tanucci.
[73] La commenda di Sant'Elia
da Calastro nella città di Seminara
e il beneficio di Sant'Angelo de
Cincinnis nella chiesa di Sant'Angelo
di Napoli.
[74] 1683-1757.
[75] Furono invece quattro.
[76] 30 settembre 1768.
[78] Benedetto XIV.
[79] 17-24 settembre.
[80] Ossia alle considerazioni utilitarie.
[81] Evidentemente Benedetto XIV.
[82] Il GALIANI.
[83] Sia più transigente.
[85] Un calesse,
due cavalli da sella e tre muli carichi di bagaglio.
[86] 25 marzo1744.
[87] 2 e 14 aprile.
[88] 16 aprile-6 maggio.
[89] 29 maggio-10 agosto.
[90] 12 giugno.
[91] 1° novembre.
[92] 14 novembre.
[93] Particolarmente dell'architettura.
[95] gennaio 1748.
[96] salvo pel solo Ferdinando.
[97] O, meglio, dal Valenti-Gonzaga.
[98] Componimenti in morte del boia Iannaccone.
[99] e giova, dopo aver parlato sempre noi, fare risuonare direttamente la
sua voce all'orecchio dell'amico
lettore.
[100] Marzo.
[101] Giugno.
[102] 1697-1780.
[103] Comune, del resto, a tutti i vecchi governi paterni nei riguardi dei
loro fedeli servitori.
[104] 5 100 lire-oro.
[105] 8 maggio.
[106] 5 maggio.
[107] 26 luglio 1753.
[108] 1684-1771.
[109] Cod. XXIX, C. 7, ff.
180-201. Comincia il 24 settembre, finisce il 22
novembre 1716.
[116] ff.216-8.
[117] ff.219-24.
[121] Archivio storico per le province
napoletane, XXX,
1905, pp.339-73.
[123] E chissà quanti altri, oggi dispersi.
[125] 1734 c.-1751 c.
[126] Cod. XXIX. C. 7, ff.
1-121.
[128] 8 ottobre 1733.
[130] Certamente non ignota al
nostro Celestino.
[133] ff. 29-60a
[134] E tal permissione, cioè quella del lotto
in Roma, continova fino al giorno di oggi 22 novembre 1748,
che si scrivono queste memorie.
[136] di Generale dei celestini.
[140] 1737-41.
[141] Affari esteri, Roma, fascio 1117.
[143] Quelle possedute dalla Società storica napoletana.
[144] Che, a giudicarne dal numero delle risposte,
dovevano, complessivamente, superare le due centinaia.
[145] Segnati XXXI. A. 1-7.
[146] Bartolomeo Intieri, Bernardo
Tanucci, ecc.
[149] Napoli, 1930, estratto dagli Atti
della Regia Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli.
[150] Bologna, 1931, estratto dagli Atti
della R. Deputazione di storia patria per l'Emilia.
[151] Un terzo, su Eustacchio Manfredi e Celestino
GALIANI è in corso di stampa nel medesimo periodico; e un
quarto, in preparazione, su Gli amici e
corrispondenti napoletani di Celestino GALIANI vedrà la luce al più presto in questo
medesimo Archivio storico per le province
napoletane.
[152] 1687-1757.
[155] Napoli, 18 ottobre 1725.
[156] Napoli, 1904, pp.97-8.
[157] Bari, Laterza, 1929.
[158] Napoli, 14 luglio 1731.
[159] Critica, II, 1904, pp.233-4.
[160] 1678-1733.
[162] Catania, 1907.
[163] Di cui molte da Vienna.
[164] Il viceré e i suoi figli.
[165] Relazioni, rapporti, processi verbali, consulte, processi, sentenze, e via discorrendo.
[166] Che ne hanno anzi, relativamente, una parte piccola.
[167] Qualcosa è molto probabile sia altresì negli archivi nazionali di Vienna.
[169] 1732-1753.
[171] 1716-1721.
[172] Milano, Treves, 1929.
[173] cfr. anche la Storia dei Mussulmani in Sicilia, III, 302.
[174] Bologna, Fava, 1886, estratto dall’ Archivio giuridico, XXXVI,
fasc. 3 e 4.
[175] Palermo, Amenta, 1887.
[176] Roma, 1912.
[177] Napoli, Ricciardi, 1925.
[178] Napoli, Perella, 1924.
[179] Napoli, Itea, 1925.
[180] Città di Castello, Lapi, 1892.
[181] Napoli, 1929, estratto dagli Atti
della R. Accademia di Scienze morali e politiche.
[182] Napoli, 1932, estratto dagli Atti
dell'Accademia
Pontaniana.
[183] Firenze, 1920, estratto dall'Archivio storico italiano.
[184] Palermo, Felicella, 1743.
[185] 3 luglio 1738.
[187] 22 ottobre 1738.
[188] Pragmaticae, ediz. Cit.
, vol. II del Supplementum, pp.239-44.
[189] ivi, Supplementum,II,
244-7.
[193] Lettera del GALIANI al Calopreso,
affari delle acque bolognesi e della Chiana,
dimora fiorentina del GALIANI nel 1718, ecc.
[194] Polemica Laderchi-Capassi, affare della Chiana.
[195] Elevazione del GALIANI alla
cappellania maggiore.
[196] Nomina a cappellano maggiore, visita pastorale a Taranto, trattative del
concordato, diceria che il GALIANI sarebbe stato nominato
stabilmente ambasciatore napoletano a Roma, onori funebri resi da lui nell'aprile del 1742 alla piccola infanta Maria
Giuseppa Antonia di Borbone,
ecc.
[197] Posizione preponderante acquistata dal GALIANI a Napoli.
[198] 1678-1742.
[199] 18 giugno 1718.
[200] Archivio di Stato di Napoli.
[203] Napoli, 1788.
[204] e cfr. Giovanni Gentile, Studi Vichiani,
Firenze Lemonnier, 1927, indice dei nomi sub GALIANI Celestino.
[205] Napoli, Pierro, 1905.
[206] Roma, Loescher, 1892; e cfr. Fausto Nicolini,
Gli scritti e la
fortuna di Pietro Giannone, Bari, Laterza 1913,
pp. 34-5.
[208] Mss.Giannone,
mazzo I, n. 7.
[209] Mazzo miscellaneo segnato H. VII.
9.
[210] Napoli, 1915, estratto dagli Atti
dell'Accademia Pontaniana.
[211] Copia in 12 volumi nella Biblioteca della Società napoletana di storia
patria.
[212] I cardinali Spinelli e Landi, i padri celestini
Giuseppe e Celestino Orlando, Bartolomeo
Intieri, Alessandro Rinuccini,
Marcello Papiniano
Cusano, Nicola de Rosa vescovo di Pozzuoli e altri.
[213] Archivio storico per le province
napoletane, nuova serie, X, 1924, pp. 232-86) (Archivio
storico per le province napoletane, nuova serie, X, 1924, pp. 232-86.
[214] Ossia al Valenti-Gonzaga.
[215] E non fu piccolo servigioì.
[216] Pubblicato da G. M. Monti, in Per la storia dell'Università
di Napoli cit.,
pp.122-8.
[217] In cui è evidentemente adombrato il Genovese stesso.
[220] Cfr. F. Nicolini, Intorno a Ferdinando GALIANI,
in Giornale storico della letterarura italiana, LII, 1908, p. 8; e lo stesso, in GALIANI, Moneta, Bari, Laterza,
1915, p.367.
[223] 23 maggio 1773.
ì[225] Vol.cit., pp. 44-5.
[226]Ccfr. Nicolini, La famiglia dell'abate GALIANI cit.,
p. 15.
[230] Faventiae, MDCCLIV,
typis
Benedicti impressoris episcopalis, necnon academiarum Remotorum
ac Philopôn.
[231] (sono errate perfino le date di nascita e di morte.
[233] Comunicata certamente al Buonafede dall’abate
Ferdinando.
[234] Cioè almeno trenta pagine sulle trentasei.
[237] Un esemplare nella Biblioteca della Società napoletana
di storia patria.
[238] (Napoli, Gervasi, s.
a., ma 1808.
[239] Anno XXXII - Fasc.I-1V Gennaio - Dicembre 1979 Grafica Bigiemme-Bari;
Biblioteca della Società di storia patria di Napoli, Ms. XXX-A-3, c. 284.
[240] Del Regno delle due Sicilie.
[241] Celestino GALIANI.
[242] Amici fraterni.
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