Abate
Fra gli scrittori
italiani del settecento, Ferdinando GALIANI è forse
quello che, insieme a Beccaria e a Filangeri, ebbe più ampia notorietà in tutta
Europa. La sua lunga permanenza a Parigi, la conoscenza e le relazioni che vi
stabilì con i protagonisti dell'illuminismo francese e con i frequentatori dei
più celebri salotti culturali della capitale, il suo intervento nella questione
della libertà economica con i Dialogues sur le commerce des bleds, fecero di lui un
personaggio quanto mai brillante sulla scena del mondo delle lumières. Furono
poi le amicizie con i philosophes e con le colte
dame che ne condividevano le idee, in primo luogo con Diderot e Madame d'Epinay,
all'origine, nel successivo periodo del suo ritorno a Napoli, di quella fitta
corrispondenza che resta tra i più preziosi documenti
dei rapporti intellettuali del secolo. Cultore acutissimo della nascente
economia politica e rappresentante tra gli originali e sommi
della cultura napoletana, il GALIANI fin dal 1751
aveva scritto il Della moneta, il
primo trattato di rilevanza scientifica
nella storia del pensiero relativo al probblema del numerario e del valore di
scambio: ne fa menzione anche Marx, a più riprese, nella sua
opera. Negli anni, infine, vissuti a Napoli dopo il suo soggiorno parigino, dal
1769 alla morte avvenuta nel 1787, GALIANI svolse
una significativa attività come consigliere in materia di economia del governo
napoletano, mediante memorie,
consulte, proposte. I
dialoghi, il trattato, gli interventi tecnici ed impegnati del consulente, sono
la rigorosa milizia mondana del nostro più illustre abate libertino, cui fanno
corona numerosi scritti d'occasione nel senso della sua disponibile genialità. Pari onore conferiscono alla sua lucidità di
scrittore ed anche qui, e forse più evidenzialmente,
si coglie il piglio spregiudicato di questo spirito, che alla mancanza di
rispetto per tutti gli idolo della tradizione[1],
oppose tanta intensa realistica concretezza: immunizzatrice quant'altro
mai da ogni ottimistica fiducia negli schemi eccessivamente razzionali delle soluzioni generali, e
sia pur questa antiveggenza,
in cui non poco si coglie della lezione di G. B. Vico, anche il limite
della sua sostanzialmente scettica natura. Corredato da un apparato di note
puntuali e stringenti che sono imprescindibile ausilio
ad illuminare il fitto complesso di fatti, di occasioni e di personaggi che sottendono all'ambito
culturale sociale e biografico delle singole opere, il volume ILLUMINISTI NAPOLETANI "OPERE DI FERDINANDO GALIANI a cura dei sopra indicati autori,
intende fornire l'insieme più esauriente possibile degli scritti dell'abate napoletano, offrendo al lettore, sulla base delle edizioni originali, oltre a tutti i principali
testi già editi, una larga scelta della corrispondenza, ed una
raccolta molto significativa di inediti che, raccogliendo alcuni scritti
giovanili, fanno spazio ai pareri ed alle memorie da lui presentate al governo
napoletano, durante l'ultimo periodo della sua vita.
Benedetto Croce, che
così efficacemente ci ha ammonito contro la storia dei "se",
proprio riguardo a Ferdinando GALIANI
sembra aver fatto una giustificata eccezione. Cosa sarebbe
avvenuto dell'abate napoletano se fosse rimasto a
Napoli, invece di essere destinato, nel 1759, alla carica di segretario dell'ambasciata del Regno a Parigi? Si sarebbe assai
probabilmente perduto per mancanza di materia su cui lavorare, e di stimoli
efficaci… scriveva Croce; si sarebbe lasciato andare all'ozio, ai giochetti accademici, agli scherzi leggeri, e
perfino alle buffonerie triviali ecc. ecc.
Insomma, senza il tuffo nell'ambiente spregiudicato
di Parigi, senza la sollecitazione della discussione culturale e civile
suscitata dalle Lumières
nei salotti letterari e nei circoli durante i dieci anni del suo soggiorno
parigino, Ferdinando GALIANI
non avrebbe trovato 1e condizioni propizie a svolgere le
migliori e più schiette forze del suo ingegno; soprattutto, intanto, non avrebbe scritto i Dialogues sur le commerce
des bleds che restano pur
sempre il suo capolavoro, che
solo dalla diretta esperienza dell'insegnamento della scuola fisiocratica e delle discussioni e reazioni da esso
provocate potevano prendere origine. E la pubblicazione dei testi raccolti nel
volume citato sopra in calce, mostrando la produzione anche inedita del GALIANI funzionario borbonico negli
anni che vanno dal ritorno in patria alla morte (1769-1787), non può che
confermare un'impressione, che va oltre le parole
del Croce, come di due GALIANI:
quello che per molti aspetti egli fu sempre, in parte anche durante il
soggiorno parigino, più strettamente aderente e al suo temperamento pigro e
gaudente e alla tradizione culturale entro cui in patria si era formato e all'atmosfera intellettuale e politica piuttosto arida
e stantia che regnava alla corte di Napoli e nelle stesse èlites di uomini di cultura e di
alti funzionari della capitale; e quello invece che nel suo grande libro e
nelle lettere al ministro Bernardo
Tanucci e nella corrispondenza
francese, echi contemporanei e postumi di quella conversazione spiritosa e
intelligente che lo fece l'idolo dei salotti parigini, egli ci appare. Non
senza che, ovviamente, i due personaggi s'intreccino e confondano di continuo,
sicché ad un certo momento il GALIANI
funzionario del Regno mostrerà di utilizzare proprio in queste sue mansioni i risultati migliori della sua esperienza parigina. Non
sarebbe quindi giustificata una linea di ricostruzione biografica che, quasi dipartendosi da una qualifica precostituita, perseguisse il ritrovamento di due
diverse personalità lungo una vita tutta siglata da tratti tanto originali
d'intelletto e di temperamento. Ma, semplicemente, tener presente l'intreccio
dei due distinti filoni varrà a rivelarci meglio la complessa vitalissima figura di chi, certo senza avere la sincera
vocazione illuministica, la schietta adesione ai
principi di rinnovamento e di riforma che caratterizzano altri nostri autori
settecenteschi, in pochi anni seppe conquistarsi nel centro stesso delle lumières
europee una fama e una considerazione che nessun altro italiano, salvo Cesare Beccaria, raggiunse. Del resto, molto sembra essere
spesso riservato al caso nella vita di colui che gli amici francesi chiameranno
Machiavellino. Fin dal luogo di nascita, avvenuta il
2 dicembre 1728 a Chieti,
dove il padre Matteo GALIANI,
gentiluomo di Foggia, si trovava
allora in qualità di regio uditore. Di là passò a Trani
con la carica di fiscale[2], Matteo GALIANI nel 1735 inviò a Napoli Ferdinando, perché venisse educato presso il fratello Celestino, che dal febbraio 1732 era
divenuto Cappellano maggiore del Regno[3],
e che già nello stesso 1732, anno in cui da arcivescovo di Taranto era passato all'alta funzione nella capitale,
aveva preso con sé il fratello maggiore del nostro abate, Berardo (1724-1774), destinato a divenire archeologo e
critico di architettura, traduttore e
commentatore di Vitruvio. Sulla educazione
dei due fratelli prima nella casa dello zio a Sant'Anna di Palazzo, poi, quando Celestino nel 1737 si trasferì
a Roma per le trattative del Concordato, nel monastero dei Celestini di San Pietro a Maiella,
sui maestri che essi vi ebbero, sulla élites di letterati e dotti che
poterono frequentare nel salotto dello zio, ha scritto ampiamente Fausto Nicolini. Qui sarà da notare che la puerizia e l'adolescenza di GALIANI sono assai illuminanti sulla
sua personalità futura. Adolescente sveglio e irrequieto, curioso di notizie
erudite e di aneddoti civili e culturali, verseggiatore,
presto versatissimo nel latino e poi anche nel greco
e nell'ebraico, insieme al fratello Berardo divenne coltissimo in
archeologia, e insieme a lui studiò diritto civile e canonico presso Marcello Cusano[4].
Sono gli studi che già nel 1747-48 consentirono al GALIANI
di scrivere la Dissertazione sullo studio
della moneta ai tempi della guerra troiana per quanto ritraesi
dal poema di Omero[5].
Ma come andò che, invece di seguire ancora il fratello nel lavoro di erudizione, magari nell'ambito di quell'Accademia
Ercolanese della quale anch'egli,
nel 1755, sarà nominato socio, Ferdinando
GALIANI, che nel 1745 aveva preso gli
ordini minori divenendo abate di Santa Caterina a
Celano, già nel 1751 compieva il suo primo
eccezionale exploit pubblicando,
anonimo, il Della moneta? Gli anni
fra il 1744, quando tradusse dall'inglese Some Considerations of the Lowering of Interest and
Raising the
Value of
Money del Locke[6], e il 1751, quando apparve la prima edizione del Della moneta, restano ancora i meno noti della
biografia intellettuale del nostro autore. Naturalmente, c'è l'influsso di Bartolomeo Intieri e Alessandro Rinuccini, frequentatori, come l'ormai
stanco Vico, e Giuseppe Pasquale Cirillo, Nicola Fraggianni, Alessio Simmaco Mazzocchi, Matteo
Egizio, Giacomo Martorelli, Gioacchino
Poeta, Agnello Fiorelli, Domenico Sanseverino, Nicola e Pietro De
Martino, Francesco Serao, ecc., della casa di Celestino GALIANI.
E chi rilegga le belle pagine di Franco Venturi[7]
sull'opera di incoraggiamento degli studi economici
svolta dall'Intieri fino alla fondazione della cattedra di «meccanica e commercio», che permise ad
Antonio Genovesi la elaborazione delle sue Lezioni
di commercio, si renderà conto di come, dal
contatto con questo toscano entusiasta promotore della ricerca di tutti i mezzi atti a incrementare
la vita economica, la produzione di beni e la circolazione delle ricchezze, Ferdinando GALIANI
dovette essere spronato ad approfondire quei problemi economici cui già il suo
talento lo inclinava. Ma il periodo del maggiore
scambio d'idee fra l'ormai
ricco e influente toscano e il giovane abate sembra essere stato quello
successivo alla pubblicazione del Della moneta, la cui apparizione, come si vede dalla sua
corrispondenza, colse di sorpresa lo stesso Intieri; e anche
dopo la morte di Celestino
GALIANI, può esser frutto della collaborazione tra Ferdinando
e il vecchio amico dello zio la pubblicazione, nel 1754, del Della perfetta conservazione del grano, di cui GALIANI si è dichiarato autore in vari
luoghi (cfr. ad esempio, in questo volume, Sull'annona di Genova, e anche in occasione della
sua traduzione francese, nel 1770, venne attribuita al nostro abate. Pur se l'opuscolo, che descrive una
stufa per la conservazione del grano ideata dall'Intieri
nel 1728 e da lui fatta costruire nel 1731, ha nella impostazione
robustamente
tecnica e nello stile stesso del discorso un andamento tipicamente
«intieriano», tale
da far pensare a una partecipazione galianea di
molto minor rilievo di quella che il vanitoso Ferdinando
si attribuirà. Se dunque, nella casa di Celestino,
e forse anche nella villa dello stesso Intieri
a Massa Equana, GALIANI
respirò l'atmosfera della fervida discussione di cose economiche che preparava
nella Napoli di quegli anni il fiorire della lezione di Genovesi e il sorgere
di quella che può chiamarsi
la sua scuola, peraltro il cammino che dalle composizioni pur
sempre umanistico-erudite, come
la citata dissertazione sulla moneta all'epoca della
guerra di Troia e il di poco precedente saggio Dell’antichissima storia delle navigazioni nel Mediterraneo
(1746), conduce ad un lavoro eccezionalmente specialistico come il Della moneta, il nostro abate lo percorse in gran
parte da solo, con quel caratteristico sbrigliarsi
della sua mente, fecondissima
d'improvvise intuizioni, di rapide assimilazioni e
di lucide elaborazioni, che dovrà, appunto a cominciare dall'improvvisa
comparsa del suo libro nel '51, meravigliare
spesso i contemporanei. Certo, se c'è motivo per una contrapposizione dei due GALIANI, anche prima del periodo francese, in
certa bipolarità del temperamento, degl'interessi, della dimensione intellettuale del
nostro abate, questo ci è dato in maniera
singolare dal periodo appunto che dalle sue prime esercitazioni in quella Accademia degli Emuli, che era poi un periodico riunirsi,
per discutere argomenti letterari, nella casa del gentiluomo napoletano Girolamo Pandolfelli, va al
1751. Non che almeno nella «lezione
accademica» più di rilievo tenuta in quella sede, che sia rimasta
fra le sue carte, relativa all'amore (1746), non si
ritrovino spunti che vanno al di là della mera
esercitazione teorica, per impostare alcuni problemi
di un certo impegno culturale e filosofico. Si ha
già così un tema che tornerà spesso nelle meditazioni dell’abate,
quello del valore della espressione linguistica, della sua influenza nell’articolazione e manifestazione
delle idee. «Io ho sempre creduto» scriveva il giovane accademico
«che se non tutte, almeno quasi tutte le quistioni
che in ogni scienza ed in ogni cosa si fanno, siano questioni di voci, onde siegue che definite queste debbano
esse necessariamente finire, o dilucidarsi. È ben
vero però, che dopo più esatta ricerca io non saprei dire se sarebbe util
cosa, o no che tante questioni e dispute si perdessero in tutto, e tante se
ne dilucidassero, poiché molte scienze, alcune delle quali sono
non poco utili alla bellezza, all’armonia, ed al gran giro di questo mondo, si
perderebbero e sparirebbero affatto, ed il dilucidare
alcune arrecherebbe forse non piccol danno a quanto
credono aver di più caro gli uomini in questa vita». Che era per buona parte una sorta
di nominalismo
superficiale; ma al fondo spuntava il senso del valore creatore della
elaborazione mentale in sé, qualcosa tra lockiano
e vichiano, con un certo generico
presentimento del rilievo che l’illuminismo darà al
peso delle idee, della stessa discussione culturale nella globalità
della vita umana. Altrove, poi, alcune notazioni di sapore materialistico e
sperimentalistico,
come quella circa la necessità di conoscere meglio la «struttura
del cerebro», per discutere della volontà, del giudizio e delle
passioni, o sull’origine puramente «machinale»
di molti moti d’amore, che magari «taluni credono effetto della santità del sagramento», preannunziano il GALIANI realistico osservatore e
spregiudicato analista delle concrete motivazioni
delle azioni umane, che troverà fecondo campo di applicazione nell’esame della vita economica.
Resta che la maggior parte di quella ventina di
fogli fittamente manoscritti era dedicata alla piuttosto vana disquisizione
circa le varie specie, forme, manifestazioni dell’amore,
circa i loro incentivi e le loro conseguenze nella via civile, secondo una
psicologia di maniera. Né certamente si poteva pretendere di più
da un giovane di diciotto anni. Come, e ancor più, serbano
il carattere di esercitazione retorica l’altro componimento Sopra la morte di Socrate non datato ma
certamente, e per la collocazione fra le carte dell’abate, e per il tema e lo
stile, da porsi tra iò 1746 e il ’50, e così quello Sull’amor platonico, che
per la menzione fattane in una lettera del Conte di Punghino al GALIANI, del 2
dicembre 1748, dovrebbe appunto ascriversi a quest’ultimo anno. Si
tratta di studi nell’ambito dell’apprentissage classico del
giovane abate, secondo i canoni della cultura dell’epoca.
Neppur qui manca
certo quella vivacità d’ingegno
che renderà famoso GALIANI. O che, in una lettera che si
finge scritta da Atene, alcuni anni dopo la morte
di Socrate, da un pitagorico (Eutrephon) a un suo amico residente nella Magna Grecia (Theognetes), l’esaltazione
della grandezza del filosofo e della nobiltà della sua fine apra la via a un
colorito tratto contro lo spirito di persecuzione e la bassa furbizia dei
preti: «I preti nella general
confusione, dopo il sacco dato da’ Lacedemoni alla città, corsero esclamando contro di Socrate,
e tutte le pubbliche e private calamità attribuivano allo sdegno degli Dei, che
pretendevano essi d’essere stato da lui mosso coi suoi continovi prosuntuosi
discorsi contra di loro». O che la dissertazione sull’amore
platonico, tenuta ancora all’Accademia degli Emuli
e richiamantesi alla precedente sull’amore in genere, sbocchi nella
presa in giro, gaiamente cinica, degli amanti platonici, qualificati come coloro
che, disgraziati nell’amore
reale, perché respinti da una donna o incapaci di trovar chi li ami, o li faccia felici magari con
l’inganno, trovano un’altra sorta d’inganno
beatificante nella esaltazione filosofico-poetica delle incredibili bellezze e virtù dell’amata: «quell’infelice che dalla sua
donna non riceve altro che ripulse, disprezzo,
crudeltà e rigori, che volete ch’ei faccia? La sua donna non vuole
in cosa alcuna ingannarlo. Dunque dovrà egli restare sempre infelice perché non ingannarlo? No, la provvidenza
e la natura stessa, che noi alla nostra felicità spinge sempre e conduce, fa
che insensibilmente l’uomo
che non trova chi lo voglia ingannare e rendere felice, s’inganni
e si feliciti da sé medesinio. Quindi comincia egli a dire che nella sua donna egli ama le
grazie, gli amori, le veneri tutte raccolte insieme, ma principalmente
le virtù tutte, che in lei quasi in propria sede si posano e si annidano»,
Gaio, spregiudicato, un pò cinico realismo. Sotto le auliche
sembianze
dell’abatino
studioso dell’antichità classica o cólto
oratore in un’accademia letteraria appaiono già i tratti del futuro Machiavellino.
Ma, al di là dell’intreccio delle inclinazioni di
temperamento e delle componenti formative di GALIANI, il problema
storico che qui si pone resta quello: come proprio negli anni in cui, pur con questi spunti originali di realismo anticonformista[8], egli sembra prevalentemente occupato
intorno a temi della tradizionale cultura letteraria, filosofica, d’impronta
umanistico-retorica, può invece anche preparare un
saggio specialistico di economia monetaria? Problema,
s’intende, di ambiente
culturale e civile, oltre che di fonti e d’informazione
personale. Ovvio il riferimento alle condizioni della vita
economica e finanziaria a Napoli nel 1749 e ai testi da GALIANI
stesso citati, Bernardo Davanzati,
Antonio Serra, Carlantonio Broggia,
Troiano Spinelli.
E in fondo la storia migliore della genesi del Della moneta l'ha fatta GALIANI
stesso nell’Avviso premesso alla seconda edizione del suo libro, del 1780,
parlando dei timori che in quell’anno
'49, tornata la pace col trattato di Aquisgrana,
avevano fatto sorgere nel Regno l’aumento dei prezzi e insieme la scarsa disponibilitá di liquido, il calo di certe ricchezze
mobiliari, ecc., e mostrando nel suo saggio la spiegazione in termini realmente economici
di quei fenomeni, la risposta a quei timori,
nel ricordare la dimestichezza con Rinuccini e Intieri, oltre che la conoscenza dei
trattati di Broggia e di Spinelli,
come gli antecedenti diretti del suo lavoro. Ma ove accolta così
letteralmente, come ad esempio faceva il suo primo biografo,
Luigi Diodati, questa ricostruzione fatta da
GALIANI delle origini storiche e intellettuali del suo
libro può peccare insieme per eccesso e per
difetto. Per eccesso, perché forse, data la posizione complessivamente
critica da lui assunta verso Broggia, ne può uscire
diminuito il senso del valore degli studi di quest’ultimo, dell’influenza
che essi dovettero avere nelle riflessioni di quel circolo di studiosi di cose
economiche che si raccoglieva appunto intorno all’Intieri,
e ai quali peraltro, come al nostro stesso abate, il nome del Broggia
non tornava troppo gradito per la loro fondamentale
divergenza d’idee, e forse, a causa della disgrazia in cui nel 1755 egli era
incappato da parte di Carlo III
e di Leopoldo Di Gregorio
marchese di Squillace, non sembrava onorevole a
mettere in evidenza. Per difetto, perché neppure GALIANI,
in quel breve tratto autobiografico di trent’anni
dopo, poteva aver piena consapevolezza di alcune linee distintive, caratterizzanti, del suo saggio rispetto ai precedenti e
contemporanei lavori sull’argomento. Basta ancora leggere il Diodati per avvertire come fosse difficile ai
contemporanei, almeno al superficiale biografo che
scrive nell’anno stesso della morte di GALIANI, valutare più in profondità il significato della problematica economico-finanziaria che il Della moneta avviava. Altro che, schivate le
conseguenze dannose che la pubblicazione dello scherzoso componimento sul boia Iannaccone
avrebbe potuto provocargli da parte dell’avvocato
Giovanni Antonio Sergio, presidente dell’Accademia
presa in giro da GALIANI, pensare «di
acquistarsi nel mondo letterario un’idea più nobile e vantaggiosa»! In realtà è attraverso i libri come
il Della moneta che, più o meno consapevolmente, i nostri intellettuali del Settecento
rompono le barriere di provincialismo, di gretta tradizione erudito-letteraria,
cominciano a rivoluzionare il proprio atteggiamento culturale e civile,
assumono una linea di condotta che, avvicinandoli ai philosophes
i quali proprio negli anni cinquanta vanno dalla Francia imponendosi come
protagonisti sulla scena non solo intellettuale ma
politico-civile europea, tende a inserirli nelle strutture dello Stato, al
vertice stesso della sua direzione, per un’opera di rinnovamento e di riforma.
Se questo è il punto di vista essenziale per la comprensione e valutazione
storica del Della moneta, può forse
apparire meno significativa, anzi talora leggermente
deformante la reale prospettiva storiografica,
la ricerca dei precorrimenti che sul piano specifico
delle teorie economiche il libro di GALIANI può recare. Rapporti fra «rarità» e «utilità» come
elementi del valore[9], sottolineatura
delle caratteristiche del «valore d’uso[10]», intuizione della «teoria della decrescenza
della utilità dei beni[11]», soggettività «del rapporto di equivalenza fra la quantità di una merce e quella di un’altra
merce» e «interdipendenza fra
rarità della merce e consumo
e quindi domanda[12]», e via seguitando. Sono tutti
aspetti realmente presenti nel saggio, sbalorditivamente originale e maturo, del ventitreenne abate napoletano, e
aspetti dei quali non si può certo disconoscere il significato, se si vuole d’intuizioni precorritrici,
nel processo di formazione di moderni concetti dell’economia
e della scienza monetaria. Ma sul piano della specifica interpretazione storica
val certo più guardare, anziché al futuro, a ciò
che effettivamente il Della moneta
nel suo insieme rappresentò nel contesto della sua epoca, nello svolgersi della
cultura, delle idee e dei propositi di riforma nella vita economica degli
Stati, del Settecento italiano ed europeo. Un
cólto corrispondente di Messina, il conte di Punghino,
che in certi luoghi figura come il conte Toccoli[13], al quale GALIANI
aveva inviato negli anni quaranta alcune sue composizioni rimaste inedite, come
quella sull’Anticristo
o quella circa gli «errori commessi sull’opinione
del Messia», ci dà un vivo esempio, nelle lettere inviate fra il
1750 e il 1751, del distacco in cui la cultura tradizionale doveva venire a
trovarsi di fronte a un libro come il Della
moneta. Richiesto da GALIANI di un parere circa il valore,
arbitrario o meno, e circa l’utilità
e l’uso delle monete,
il nobile amico in una prima lettera, del 7 dicembre 1750, sembrava venire
incontro al corso dei pensieri
del giovane autore. Al quesito
se la moneta fosse da considerarsi una istituzione arbitraria o no. rispondeva,
pur attraverso una discutibile escursione storica di
un vichismo molto approssimativo, che le miniere d’oro e d’argento,
per quanto casualmente scoperte dagli uomini,
avevano ad essi offerto una merce di tale bellezza, comodità, ecc., che si era imposta come misura
degli scambi: sicché «non
è fuor proposito il dire che sia stato nella sua prima
istituzione un uso economico, in quanto serviva all’cconomia
della vita e dei commerci». Ma poi, stretto dal GALIANI a dare più preciso parere circa il valore e l’uso della moneta, il Punghino
non mancava di ricadere in una
dissertazione utopistico-moralistica, dove l’esaltazione settecentesca dello stato di natura, il
mito della felicitá dei popoli primitivi si
congiungevano con motivi della tradizionale retorica
cattolica, di apologia della povertà e del disdegno
delle ricchezze, per approdare a una conclusione abissalmente
distante dalla impostazione economica del problema
della moneta: «Ma le monete non veggono
a quale degli umani sensi posson
recare giovamento, e qual virtù abbiano in sé stesse...
Il gusto, il tatto, l’udito, l’odorato, l’occhio,
che gustano, che toccano, che odorano, che vedono, di grato, palpabile, odoroso, soave e vago, quando ad essi presenti
si fanno le monete? In sé stesse che valore hanno! che uso
potrebbe farne la medicina e tutta l’umana vita, se l’opinione del volgo non avesse attaccato ad esse un merito
che in sé non hanno?». Si era, con questa lettera, al 18 gennaio 1751, e il
gran libro del nostro abate doveva uscire di lì a pochi mesi. Non è da meravigliarsi se la corrispondenza del
Punghino non rechi più traccia di richieste o
notizie di GALIANI a proposito della moneta, fino a
circa un anno dopo, quando il saggio galianeo
ormai da tempo pubblicato è atteso anche dall’amico messinese,
che fra l’altro così appare comunque uno dei pochi che conobbero
fin dall’inizio chi ne fosse l’autore; e
tuttavia il Toccoli, in una lettera del 7 febbraio
1752, mostra di non avere capito perché mai GALIANI,
fra tanti temi che aveva da trattare, e alcuni anche preso a studiare, abbia
scelto poi proprio quello della moneta, per «porre
alla gran luce del mondo un’opera, che apparecchiata con così grande apparato,
come avete fatto voi, saria stata bastante occupazione per
la lunghissima vita del più vecchio di quegli stessi antichi vostri Patriarchi,
se di quelli il più dotto avesse avuto la menoma
parte della vostra erudizione».
Mentre il Toccoli era rimasto impigliato in un discorso moralistico, ostentando il disprezzo dei filosofi per
la moneta, il cui valore era solo effetto dell’opinione
del «volgo», il GALIANI si era dedicato seriamente
allo studio scientifico dei requisiti della moneta sull’unico piano dove di essa occorre parlare, quello
economico. Ma, come si è visto già dall’Avviso della edizione del 1780, solo un
uomo di cultura tradizionalistica, angustamente
letteraria e umanistica, come doveva essere il Punghino, poteva meravigliarsi del tema scelto da GALIANI, a prescindere dalle
inclinazioni fino allora manifestate da quest’ultimo nella sua attività intellettuale. Come
nel suo bel volume sul Settecento
riformatore Franco Venturi ci ha di recente illustrato, il Della moneta di GALIANI
è solo un pezzo di un vasto mosaico, una voce di quell’ampio «dibattito
delle monete» che il 17 agosto 1751 Beltrame
Cristiani diceva esser penetrato in tutta Italia come
«una specie di fanatismo». Sicché, davvero, a considerarlo ancora in sé, immersi nelle «rapsodiche
volute» in cui ci conduce «l’intelligenza
pieghevole e lucida di GALIANI», il Della moneta
rischia di restare un «incantato labirinto». Nel quale, come suggerisce ancora Venturi, conviene
quindi entrare solo se provvisti di una mappa, che è quella fornitaci «da tutta la discussione monetaria che si andava
svolgendo»
nel mondo culturale italiano di quegli anni «sui problemi
del Regno napoletano e dell’Italia
che stava uscendo dalla guerra di successione austriaca»; e solo «una
rilettura di questo celebre libro alla luce di tale
realtà potrà contribuire indubbiamente a chiarire il significato di queste
pagine portentose e stupende», Toccherà certo al lettore rileggere
il testo che si presenta nel volume nella sua prima edizione, del settembre
1751, alla luce delle suggestive pagine d’inquadramento
e interpretazione storici di Franco Venturi. Qui ci è dato solo rivedere
l’incidenza che il contatto con questo fervore di operosità intellettuale per l’esame di un problema tanto importante e concreto della
vita economica ebbe nello svolgimento delle idee di GALIANI, nel suo immediato splendido frutto e oltre.
Occorrerà anzitutto un po’ di cronologia. Colpisce la quasi contemporaneità di tutti questi scritti monetari. Se si
eccettuano il Trattato de’tributi,
delle monete e del governo politico della sanità del Broggia, che è del
1743, le Riflessioni
politiche sopra alcuni punti della
scienza della moneta dello Spinelli, la cui prima edizione non reca luogo né data, ma
la cui composizione deve porsi fra il 1749 e il 1750, nonché il Del commercio di Gerolamo
Belloni (Roma 1750), ai quali libri GALIANI stesso allude in alcuni passi del suo saggio,
tutti gli altri appaiono esser stati composti proprio nel periodo stesso di elaborazione del Della
moneta o comunque in circostanze da non poter essere stati consultati dal
nostro abate per la stesura della sua opera: anche quel Dell’indole e qualità naturali e civili della moneta e de’principii istorici e naturali de’contratti, di
Giovanni Fabbrini, pubblicato a Roma
sui primi del 1750, ma di cui GALIANI,
che mostra di ben conoscere il lavoro del Belloni,
pur posteriormente pubblicato, non fa alcun cenno. Degli autori poi che pubblicarono i loro
scritti fra il 1751 e il 1752, Pompeo Neri, Gian Rinaldo Carli,
Giovanni Francesco Pagnini, Pier
Giovanni Capello, René-Louis Voyer
d’Argenson,
Girolamo Costantini,
nonché l’anonimo del Problema se meglio
sia accrescere di prezzo la moneta reale, oppure minorarla ( 1750)
incluso nel terzo tomo della raccolta De monetis ltaliae pubblicata a Milano nel 1750-52 in
quattro volumi da Filippo Argelati,
non appaiono certo tracce consistenti di reciproche influenze fra le loro opere
e il Della moneta. Del Pagnini stesso GALIANI
cita la traduzione dei Ragionamenti sopra
la moneta, l’interesse del denaro, le finanze e il commercio di Loke (Firenze, Bonducci.
1751), ma non nomina invece il Saggio sopra il giusto pregio delle cose, la giusta valuta della moneta
e sopra il commercio dei Romani, che pure era apparso, in appendice, in quello stesso volume. E
anche il Costantini. il cui Delle monete in senso pratico e morale,
pubblicato a Venezia sulla fine del 1751, sembra diretto proprio contro le idee
del GALIANI circa
l’inflazione e gli «alzamenti»,
non cita in questa sua opera il Della
moneta, cui accenna invece solo nel successivo minore
scritto Caso di monete imprestate (Venezia 1753). Infine il Broggia
che nel 1754 tornerà sull’argomento, alla cui discussione aveva in certo senso
dato il la col suo Trattato del 1743,
nella Memoria ad oggetto di varie politiche ed economiche
ragioni e temi di utili
raccordi che in causa
del monetaggio
di Napoli s‘espongono e propongono ecc. (1754), pur
sostenendo ancora in questo suo nuovo scritto la tesi, nettamente
contraria a quelle di GALIANI, della necessità di
una rivalutazione delle monete napoletane a spese
dello Stato, non fa mai
espresso riferimento al libro del nostro abate. Certamente, alcuni di questi
uomini impegnati nel «dibattito
delle monete» entrarono presto in contatto
con GALIANI, insieme alla élite
dotta di tutta Italia. Solo per fermarsi
agli esempi di maggior rilievo, il Neri gli scriverà da Milano, il 13 dicembre 1753, assicurandogli di aver ricevuto il Della moneta, tramite l’amico comune Camillo Piombanti,
di cui piange la recente morte; e nel 1754 il principe Trivulzio, che scrive da Milano firmandosi «Lucullus», gli comunicherà che l’Argelati ha
intenzione di ristampare il suo «dotto» saggio in quel quinto volume
del De monetis Italiae che non sarà poi mai pubblicato[14].
Ma soprattutto-e queste e altre lettere ne sono
appunto l’eco-il contatto più efficace con gli esponenti qualificati della
nuova cultura italiana, aperta verso i problemi
dell’economia,
e fra essi con i protagonisti della discussione sulle monete, GALIANI
lo aveva stabilito nel viaggio compiuto attraverso la penisola, subito dopo la
pubblicazione del suo libro, dal novembre 1751 al novembre 1752. Nelle sue
annotazioni[15] ci sfilano così innanzi le figure
di maggior rilievo di questa rinnovata
vita intellettuale italiana, al tournant verso il riformismo della seconda metà del
secolo. A Roma, dove alloggia presso il convento
dei Celestini, GALIANI
incontra Giuseppe Simonio Assemani,
Giovanni Gaetano Bottari
e Pier Francesco Foggini, che lo
guidano attraverso la Biblioteca e il Museo Vaticano e lo intrattengono di argomenti di filosofia e di religione, di affari
ecclesiastici e questioni economiche, frequenta i cardinali Silvio Valenti Gonzaga segretario di Stato di Benedetto
XIV,
Tiberio Carafa,
Francesco Landi,
Giuseppe Spinelli, l’ex-arcivescovo di Napoli,
col quale, noto per l’atteggiamento d’intransigenza curialistica
tenuto nella capitale borbonica, dice di aver «discorso molto di politica
e di cose profondissime di stato». A Siena,
dove suscitano la sua ammirazione
i monumenti e la bellezza delle donne, fra gli altri letterati conosce
Francesco Alberti di Villanova,
autore
di un dizionario famoso nel Settecento, e Guido Savini,
membro dell’Accademia dei Fisiocratici e autore dell’Elogio di Sallustio Antonio Bandini. Più significativi i nomi che ricorrono nelle
pagine relative al soggiorno di GALIANI nei maggiori centri del granducato,
Livorno, Pisa, Firenze dal gennaio al maggio
del 1752: Filippo Venuti e l’avvocato Giovanni Iacopo
Baldasseroni, Tommaso Perelli. Gualberto de Soria, Odoardo Corsini, Leopoldo
Guadagni, Gianlorenzo Berti, Gaspare
Cerati, Anton Maria Vannucchi, Francesco degli Albizi, Giuseppe
Pelli Bercivenni, Antonio Cocchi, Camillo Piombanti, Lorenzo Mehus:
davvero il fior fiore
dei professori dell’Università di Pisa e più in generale della élite culturale
toscana. Magari un tipo di cultura ancora non sempre preparato al taglio degl'interessi
per la vita economica e i problemi finanziari e monetari, da cui ormai sembrava
prevalentente attratto il giovane
abate : Bernardo Tanucci, scrivendo da Napoli il 2
maggio 1752 al suo agente Francesco Nefetti,
a Firenze, nel rilevare che «il semplice,
l’umano, il facile zio» aveva «formato
un letterato ma non un uomo di mondo», aggiungeva che Ferdinando, ormai confessatosi autore del Della moneta, non era piaciuto a Pisa, «Paese
provinciale e piccolo», ma sarebbe dovuto piacere a Firenze, dove era
«maggiore e più vasta l’umanità, la sofferenza,
il piacere[16]», in «Archivio
general de Simancas, Secreteria de Estado.
Reino de las dos
Sicilias[17]»., Comunque, passato a Ferrara
e Venezia, anche nella vecchia repubblica GALIANI
incontrò uomini della nuova cultura, Marco Foscarini, Girolamo Costantini, Pier
Giovanni Capello, nonché un uomo politico di primo
piano, oltre che scrittore, come Andrea Tron. Ma
particolarmente fecondi i due successivi soggiorni
di Milano e Torino: il primo per la conoscenza che vi fece con Pompeo Neri, Filippo Argelati,
Antonio Menafoglio, Alessandro Sormani,
Ilario Corte, Francesco Carpani,
ecc. (e vi ritrovò anche Piombanti); e il secondo
particolarmente per il lungo colloquio che vi ebbe col re di Sardegna, Carlo Emanuele III
cui fu introdotto da Francesco Garro
e cui a un certo punto partecipò anche il duca di Savoia, il futuro Vittorio Amedeo III
- e tanto il re quanto il principe gli si dimostrarono
informatissimi dei problemi monetari e della
letteratura in proposito, nonché competenti
in materie economiche
generali, in primo luogo l’agricoltura. Dopo essere ritornato
il 19 settembre 1752 a Milano, dove si trattenne fino
al 10 ottobre rivedendo le conoscenze fattevi e ampliandole, l’abate,
attraverso Piacenza, Parma, Bologna, Loreto, Roma, giunse infine a
Napoli, il 9 Novembre 1752. Da appunti successivi[18]
risulterebbe anche che GALIANI incontrò
a Siena Giovanni Lami, il
redattore delle Novele letterarie e, come vedremo, critico non certo
benevolo del Della moneta, e a Verona Luigi
Pindemonti e Scipione
Maffei, che gli parlò delle sue recenti dispute con Tommaso Maria Manachi e Daniele Concina sulle questioni delle streghe
e dell’interesse del denaro. Come
vedremo meglio nei nostri Preliminari, non fu comunque certo la risonanza, piena di curiosità e in complesso
di favore, nelle lettere private e anche in
qualche pubblicazione periodica, che mancò al Della moneta. Pur
se gli entusiasmi
che portano Intieri a ripetere fino alla noia che Ferdinando
GALIANI è un vero portento, il suo eroe, le varie qualifiche di
gran dottrina date al suo saggio, le lodi di elegantissimo
ragionatore
fattegli da Pietro Paolo Celesia,
che lo vorrebbe anche compagno
in un viaggio intrapreso nell’autunno del '53 in Francia, Olanda e Inghilterra,
il desiderio di Niccolò Pagliarini
di averlo a collaboratore,
fin dal maggio
1753, del romano Giornale de’letterati, gli elogi di Gaspare
Cerati, cui sembra di ritrovare negli
scritti galianei le idee dell’amico Intieri.
queste e altre reazioni di più o meno caloroso consenso vengono un po’
bilanciate dalle non
infrequenti riserve mosse da altre parti, come quelle dell’anonimo
corrispondente da Firenze, che fin dal 21 novembre 1751 rimprovera
a GALIANI di non aver capito Montesquieu,
o quelle più argomentate, e alla fine desisamente
critiche, avanzate da Giovanni Lami nel secondo estratto dato del Della moneta dalle Novelle
letterarie, nel numero del 29 dicembre 1752. Ma più che l’aspetto formale del consenso o meno incontrato
dall’opera di GALIANI, interessa certo la sua
collocazione nell’ambito dei motivi
sostanziali del dibattito monetario di quegli anni. E qui
indubbiamente si deve ricordare con Franco Venturi nel ritenere che il carattere
peculiare e originale del gran libro galianeo sta
nella sua decisa presa di posizione a favore di un trattamento del problema
della moneta inteso a incrementare
la disponibilità di denaro, la circolazione dei beni, la produzione e il
consumo di manifatture anche di lusso, magari
originando alti prezzi ed eventualmente, in caso di necessità, l’alzamento, cioè l’inflazione praticata con il
dare alle monete, mediante prescrizione d’autorità o diminuzione dei metalli contenutivi, un valore nominale, ufficiale,
superiore a quello reale. Che certamente erano elementi di una visione economica
sotto molti aspetti moderna e aperta, tesa a trascurare le lamentele e le paure
dei sostenitori delle grascie, dei vincoli annonari, dei bassi prezzi imposti per grida che fanno stagnare la
produzione e il commercio, come avveniva allora nello Stato
Pontificio, e non riluttante neppure a ricorrere alla svalutazione, che GALIANI giudicava da evitarsi, perché rovinosa per i
poveri, nei tempi prosperi, ma
indispensabile e di sollievo ad essi in quelli calamitosi, dimostrando con grande acutezza il
segreto dell’alzamento
nel profitto che il principe e lo stato
ritrae dalla lentezza con cui la moltitudine cambia la connessione delle idee
intorno a’prezzi delle merci e della moneta. Insomma, come ha scritto ancora
Venturi, GALIANI aveva così tentato
di sostituire al programma, che era quello della sua
generazione, di stabilità monetaria, di tassazione riorganizzata e di riforme,
l’espediente della inflazione controllata.
D’altronde, come i contemporanei
e immediatamente successivi scritti
monetari dimostrano, la soluzione più generalmente seguita, di ovviare agl’infausti
effetti della guerra di successione austriaca
con la stabilizzazione monetaria e certe riforme di
fondo della vita economica, aveva la sua plausibilità. E anche le idee
specifiche sulla moneta che i loro autori manifestavano possono spesso apparire
fondate e stimolanti
almeno quanto quelle di GALIANI.
Belloni, con le sue proposte di una
svalutazione controllata per ristabilire il cambio
alla pari, ma seguita da riforme
interne dello Stato romano, per accrescere le esportazioni e riportare a un
equilibrio la bilancia del commercio, in primo
luogo riforme dell’ingiusto
sisterma tributario e riacquisto
degli appalti di riscossione delle imposte, al fine di «dilatare
la circolazione del denaro»,
specie fra le classi meno abbienti. Carli, con la sua dura denunzia degli effetti dell’alterazione delle monete. come appunto esemplarmente mostrato dall’esempio
dello Stato della Chiesa, e con la sua insistenza per il drastico
rimedio della nuova monetazione, secondo
la strada indicata da Locke.
Neri, con la sua intuizione della importanza essenziale del rapporto di valore
reale fra i due metalli pregiati
e della opportunità di disciplinarlo con accordi interstatali,
pur
nel rispetto di quelle leggi
naturali che regolano la
misura del valore allo stesso modo che la misura della lunghezza, dell’estensione cubica, della gravità ecc., e con la conseguenza della rigorosa esclusione di tutte
le manipolazioni della moneta, perché ogni alzamento
è solo frode, sostituzione di un arbitrario e interessato calcolo contingente
al calcolo inesorabile che regge l’andamento del valore della moneta, e che va
rispettato non solo per le monete d’oro
e d’argento ma
anche per quelle di rame e quelle di bassa
lega che partecipano più del rame che dell’argento. Pagnini, con la sua
esaltazione del mondo moderno, del commercio e delle industrie, in cui la
moneta assume quella funzione regolatrice, normativa della produzione e del mercato, che in Roma e nelle società antiche aveva svolto
la legge. Costantini, con la sua analisi delle
dannose conseguenze avute a lungo andare sulla vita economica europea dall’eccesso di afflusso di metalli
preziosi dall’America,
un’analisi che conduceva a mostrare i rovinosi sviluppi dell’inflazione per i proprietari detentori di rendite in denaro e per i
salariati, tanto più in quanto gli Stati per ovviare allo scarso potere d’acquisto della moneta avevano
accentuato il male con le tosature
e gli alzamenti - di qui le sue tesi regolamentazionistiche, per un energico intervento del
governo a disciplinare il commercio e a risanare la moneta. Erano gli anelli di una linea che, pur non senza
interni dissensi e contrasti - ad esempio fra le proposte di
Neri per un regolamento mediante accordi tra gli Stati
italiani del rapporto del valore fra oro e argento, e la decisa ripulsa di esse da parte di un Costantini,
fautore dell’autonomia
del chiuso sistema economico della sua Venezia -, si
definiva per l’obbiettivo comune di respingere in ogni caso la svalutazione e
gli alzamenti, e di fare affidamento non già
sul libero gioco delle iniziative private, sulla lotta d’interessi
che le muovono, sull’espandersi della
circolazione del denaro e dei consumi anche di lusso, ma sull’intervento
dello Stato per riformare certi aspetti della produzione, del consumo, del
sistema fiscale e rivalutare la moneta, magari con nuove coniazioni.
Che era poi quello che muoveva le sole critiche espresse
rivolte a GALIANI da alcuni protagonisti di quella
discussione delle monete: Pompeo Neri che, nella, Appendice al suo importantissimo lavoro Osservazioni sopra il prezzo legale delle
monete e le difficoltà di prefinirlo e sostenerlo, presentate a
Sua Eccellenza il signor conte Gian-Luca
Pallavicini ... sotto il dì 30 settembre 1751, obbiettava all’autore del Della moneta di non aver tenuto conto della natura effimera dei
benefici dell’alzamento,
seguiti da danni immensi per i creditori
rovinati da mali...più estesi, più importanti,
più casualmente gettati sopra il popolo e specialmente sopra i poveri, come
sono tutti i creditori
delle proprie fatiche, e più durevoli; Girolamo Costantini che come massima giustificazione delle idee
erronee di GALIANI circa l’alzamento
indicava l’aver voluto
egli sostenere con argomentazioni teoriche la
politica di necessità svolta dal suo governo; Giovanni Lami che, come preciseremo nei Preliminari, compieva
una disinvolta sterzata dal primo al secondo estratto
dato del libro nel suo periodico, finendo per criticare piuttosto duramente il Della moneta per quelli che gli
sembravano i suoi paralogismi, le sue
prolissità in cose ovvie, e soprattutto per il suo favore per la svalutazione
che, pure, aveva mostrato i suoi rovinosi effetti trent’anni prima nella Francia di John
Law, nonché
per l’apologia che GALIANI aveva
fatto dei consumi di lusso in quanto suscettibili di stimolare la produzione e
la circolazione della moneta, e per la sua posizione
riguardo al problema dell’interesse del denaro, giudicata
dal recensore piena d’incertezze
e di tergiversazione; e infine per
la sfiducia che l’abate dimostrava verso le riforme, i miglioramenti, le nuove istituzioni
promosse dai governi. E
certamente proprio qui il suggestivo libro del nostro autore svelava il
suo punto più debole, nello scetticismo
delle sue conclusioni verso ogni energia politica di riforma e di risanamento, in quel privilegiare la situazione
precaria e la politica economico-finanziaria di
espedienti e di temporeggiamento del Regno di Napoli
in confronto a quello che egli considerava il maggior
sintomo della crisi che a suo parere doveva invece
continuare ad attanagliare il resto d’Italia, e cioè l’infinito discorso
e l’innumerabile quantità di riforme, di miglioramenti,
di leggi e d’istituzioni sul governo, sul
traffico e sopra tutti gli ordini dello stato civile, fatti da per tutto, ed a
gara intrapresi. Non era certo la professione
di fede di un riformatore e tanto meno di un illuminista. La
splendida intelligenza di GALIANI» ha scritto Franco Venturi si era bruciata in queste pagine, lasciando
infine la cenere del suo scetticismo. Aveva penetrato i meccanismi della
moneta, dell’inflazione,
aveva illustrato in modo nuovo i rapporti tra diritto, economia e politica. Ora
vedeva un segno di morte nei dibattiti dei suoi contemporanei,
in quella volontà di riforma che affiorava appena nelle discussioni che s’andavano svolgendo a Venezia, a Milano. a Firenze.
Eppure, ovviamente,
la via per superare la crisi che ancora in quell’anno 1750, in cui GALIANI
scriveva, paralizzava l’Italia non era certo
quella dell’inerzia, del temporeggiamento, dell’espediente
effimero, magari destinato a pesare sulla vita e sull’attività dei ceti
inferiori della popolazione. Era piuttosto la via di riforme, magari non di
effetto immediatoeli nel campo
monetario, ma destinate a rinnovare
l’economia d’interi paesi, la
via indicata a Milano e in Toscana da Gian Luca Pallavicini,da Neri, da Pagnini, e che porterà alle notevoli trasformazioni dell’epoca
di Firmian e di Pietro Leopoldo, dei Verri,
dei Beccaria, dei Longo, di Angelo Tavanti,
di Francesco Maria Gianni,
di Ferdinando
Paoletti, ecc. Con tutto questo, il Della moneta va preso per quello che è, che volle
e riuscì a dire come espressione di una determinata situazione storica, da cui
peraltro la mente acuta e spregiudicata di GALIANI seppe ricavare una serie d’intuizioni
specifiche valide indubbiamente anche per futuri sviluppi, per certi aspetti
del configurarsi del problema teorico e pratico della moneta
anche in avvenire: oltre quei certi «precorrimenti» rilevati, come si è visto, dagli cconomisti, la rigorosa confutazione della tesi del carattere meramente
arbitrario, di convenzione, del valore della moneta e
l’insistita affermazione della sua natura intrinseca, derivante dal valore del
metallo di cui la moneta è fatta, secondo i tre
requisiti della utilità, della rarità e della fatica, con i conseguenti
attributi di uniformità e semplicità della sua stima e
valuta, di durata, di comodità
del trasporto e dell’impiego,
ecc; e poi tutte quelle riflessioni, così efficaci nella forma lucida e
suggestiva e sostanziose nella acutezza di analisi sperimentale che le nutrisce,
circa i valori proporzionali fra le monete di diverso metallo
e di vario tipo, circa il valore del denaro rispetto alle merci,
circa i cambi, il corso e l’interesse di esso - tutto ciò insomma per cui fra i
tanti altri scritti sull’argomento, che in parte si è citato,
il Della moneta doveva restare come
il capolavoro uscito da quella discussione
sulle monete che alla
metà del secolo
si era così prepotentemente imposta alla riflessione di molti autori italiani
di cose economiche.
Uno specialismo non angustamente
tecnico, un realismo empirico eppure sorretto da uno
sguardo lucidamente competente. Era questo uno
dei pregi maggiori del Della moneta,
che gli consentiva sempre d’inserire
l’analisi puntuale del fenomeno moneta,
delle condizioni, delle caratteristiche, degli sviluppi del suo valore, del suo
uso, della circolazione, in una visione, ancora un pò implicitamente e certo
alla fine scettica, troppo relativisticamente
aderente alla situazione empiricamente constatata,
ma pur sempre ricca di spunti, di intuizioni
geniali, di consapevolezze sorprendentemente mature della
intera vita economica. Un economista come Ernst Kauder ha potuto rilevare che GALIANI, se ripete
la formula tradizionale che il valore
dipende dalla utilità e dalla scarsità, peraltro ampia
il campo di applicazione di questa formula,
e adopera nella individuazione del valore d’uso
concetti che anticipano la teoria dell’utilità marginale, stabilendo
una graduazione nella soddisfazione dei bisogni, secondo una gerarchia
determinata da considerazioni sociali e fisiologiche e non da decisioni
personali: in prirno luogo la conservazione della
vita, il desiderio del cibo, vesti, abitazione ecc., poi i segni di distinzione
sociale, titoli, onori, utilità, autorità, in terzo luogo la ricerca della
bellezza, adornamento delle donne e dei
fanciulli con gemme e monili d’oro
e d’argento o godimento delle opere d’arte[19].
Anche se, rispetto a più moderne
formulazioni di queste teorie, la
intuizione di GALIANI rimase piuttosto grossolana,
ritenendo che il consumatore
soddisfaccia tutta una classe di bisogni prima di
passare a soddisfare il gruppo di necessità di ordine inferiore, e non vedendo
che in ogni classe di beni può essere raggiunto
un simile grado di soddisfazione[20], sul piano più generico della
concezione del valore in rapporto al prezzo delle cose, la sua opera cominciava
a cogliere il punto nodale del trasporsi del problema della moneta
nel più vasto tema della circolazione dei capitali e
dello sviluppo della produzione, del commercio, dei consumi.
Val la pena di ricordare in proposito un frammento autografo, rimasto
inedito, senza data ma conservato fra lettere e scritti dell’epoca
della pubblicazione del Della moneta
o degli anni immediatamente successivi[21].
Lì infatti GALIANI impostava su larghi presupposti di concezione
economico-politica la prefazione che intendeva fornire a una progettata ristampa.……di
alcuni rarissimi libri usciti verso il principio del passato secolo la prima
volta alla luce per rimedio ai disordini della moneta e
del cambio, onde era afflitto oltremodo il
Regno di Napoli ed impoverito. Dove le difficoltà monetarie che avevano
afflitto il Regno fra gl’inizi
del secolo XVI e quelli del XVII erano ricondotte a una
serie di motivi politici ed economici, dei quali i contemporanei,
e gli autori stessi di quei trattati, non avevano potuto rendersi ben conto.
Mancanza di una dinastia propria, e situazione del
Napoletano come provincia di quell’accozzamento
disperso e stravagante di stati, che formarono la monarchia di Carlo V;
gravezza dei tributi imposti da Filippo II al paese, per sostenere la guerra
nei Paesi Bassi o contro i Turchi; noncuranza del governo spagnolo per le industrie
e arti di economia, sicché la maggior parte delle rendite e dei dazi del
Regno erano passati in mano ai forestieri,
provocando una grandissima estrazione di denaro, potenza dei baroni, i quali proteggendo gente scellerata avevano reso impossibile
una reale amministrazione della giustizia nel
paese, con la conseguenza sul piano monetario che i banditi, sparsi nelle campagne e sui monti,
per vivere tosavano le monete, e le monete
così adulterate avevano invaso Napoli e le altre città, provocando la fuga di
quelle buone, il rialzo innaturale dei prezzi, il
dissesto economico e finanziario. Erano i pezzi di un quadro assai esauriente della decadenza economica
sociale e politica del Regno di Napoli sotto gli Spagnoli. Un quadro che rivelava nell’autore già nel corso degli anni cinquanta, cui
con quasi assoluta certezza può farsi risalire il frammento,
una notevole informazione storica e un occhio
sicuro nel valutare gli elementi economici
della vita napoletana nel loro nesso con gli aspetti più marcatamente
politici. Come ribadiva la riassuntiva
descrizione della situazione del Regno agl’inizi del Seicento, dopo quasi un
secolo di quell’andazzo: In tale infelice
stato era dunque il Regno di Napoli nel cominciamento
del secolo decimosettimo: poco curato dal suo re e dalla corte lontana; tiranneggiato dai baroni; distrutto e
desolato nel suo interno da’banditi, nelle sue coste da potenti squadre de’Turchi;
interrotto ogni commercio per terra e per mare; i
fondi della corona alienati e i dazi, che ogni dì più crescevano, venduti agli stranieri, che gli amministravano
con non minore energia che crudeltà; sempre costretto a mandar gente e denari,
senza niuna cura per le manifatture
e per la coltivazione, altro non ricevevano i Viccré che nuovi donativi.... C’è davvero da rimpiangere
che proprio con questa descrizione il frammento s’interrompa.
Ma qui s’entra di nuovo nel campo di quella vena di scetticismo e,
sul piano del temperamento, di pigrizia un pò cinica, che, come si è visto,
aveva ispirato a GALIANI la stessa
conclusione del Della moneta, Non lo
sarà negli anni sessanta, nel fervore delle lumières
parigine, non lo sarà dopo il 1770, quando le cariche presso il governo di Ferdinando IV
gli offrirono l’opportunità di tradurre in provvedimenti concreti la sua
conoscenza delle teorie e dei fatti economici nonché l’esperienza del movimento
illuministico che scuoteva l’Europa:
fíguriamoci se Machiavellino può sentirsi l’animus del riformatore illuminista
ora, che la crisi italiana conseguente alla guerra del ’40-48
e la fase di riflusso e d’incertezza dell’azione
di governo di Carlo III lo hanno condotto a
inaridire in una proposta attesistica, scetticheggiante,
dilatoria se non proprio immobilistica,
le lucide intuizioni economico-finanziarie del suo
saggio monetario! Non è dunque da meravigliarsi
che GALIANI lasci interrotta e inedita la
ricostruzione di storia economica del sopracitato
frammento, e neppure forse può apparire troppo strano che, con tutta la
competenza nei problemi economici che aveva ormai rivelato e con la notorietà
che si era procurata in seno a questo ambito
della cultura italiana, di ritorno dal suo viaggio per l’Italia,
risiedendo a Napoli egli restasse in fondo estraneo a quel movimento d’idee
e di riflessioni sulle materie economiche che faceva capo ad Antonio Genovesi e
al suo magistero dalla famosa
cattedra napoletana di meccanica
e commercio. Certo, come abbiamo visto, il nostro abate era stato in
strettissimi rapporti con Intieri e col suo circolo,
dal quale erano anche usciti il Genovesi economista e il
suo insegnamento: ma a quel più vasto corso di discussioni e meditazioni che a
Napoli prese avvio dalla conoscenza dei testi della scuola di Vincent
de Gournay,
dagli Élémens du commerce
di François-Louis
Véron de Forbonnais alle Remarques sur
les
avantages et les désavantages de la France et de la Grande-Bretagne par
rapport au
commerce et aux autres sources de la puissance des
États del Plumard de Dangeul, all'Essai sur la police
générale
des grains
di Claude-Jacques Herbert,
ecc., e che anche prima di scrivere per l’Università le sue Lezioni di commercio, il Genovesi impostò col Ragionamento sul commercio in universale(1757), a tutta la
significativa Bewegung
di idee economiche che apparirà dar vita a una vera e propria scuola genovesiana GALIANI non partecipò certo
attivamente. Il suo stesso atteggiamento culturale ritorna piuttosto quello del
letterato che non dell’economista: nel corso del suo viaggio,
a Firenze, è accolto in due Accademie di tipo letterario erudito, come la Colombaria e la Crusca, e poi nel novembre
del 1752, appena tornato in sede, riceve da Luigi Valenti[22]
la notizia che a Roma è stato ammesso in Arcadia col nome di Sterofante Pisindeo. E letteraria, o archeologica,
continua ad essere sostanzialmente la sua
operosità in tutti gli anni cinquanta: dalla partecipazione ai lavori dell’Accademia Ercolanese,
di cui è membro fino dalla fondazione (1755) e al
cui primo volume di pitture
pubblicato nel 1757 dà il suo
contributo, alle Lodi di papa Renedetto XIV, seritto
poco dopo la morte del pontefice[23],
allo stesso discorso Degli uomini di statura straordinaria, e de’giganti(1757-58); per
non parlare della scherzosa orazione
del capodanno 1759, in occasione di tirare in quel giorno i cicisbei
e le cicisbee a sorte, Mentre. come si è detto, la sua rivendicazione di paternità del Della perfetta conservazione del grano,
illustrazione di una scoperta a cui Intieri
teneva tanto, non manca di suscitare fondati dubbi.
Quindi, più che meravigliarsi sarà da ricordarsi qui
ancora delle due anime di GALIANI.
Se a Pisa, fresco degli entusiasmi
suscitati dal Della moneta, aveva manifestato l'intenzione di scrivere un De re tributaria, il Cerati, scrivendogli dalla cittadina
toscana il 10 febbraio 1754, gli ricorderà invano la promessa. Ormai, in una lettera di circa un anno
dopo, il Valenti[24] può
rimproverargli la poltroneria
nella quale lo vede ingolfato.
E in una disposizione d’animo
di questo genere, che, morto lo zio Celestino il 23
giugno 1753, vede il nostro abate alla caccia di firmani
e benefíci[25]
per vivere agiatamente e pigramente,
è naturale che l’attività erudita svolta quietamente in
seno all’Accademia Ercolanese
o i componimenti letterari d’occasione
gli apparissero cose meno impegnative e faticose che non la
ripresa e l’elaborazione di temi economici, monetari o no.
È a questo punto che
forse rischiò di prevalere definitivamente l’altro GALIANI. Certo pur sempre
un letterato coltissimo, intelligente, originale. Basterebbe a mostrarlo il Degli uomini di statura straordinaria, e
de’giganti, dove l’ispirazione occasionale fornita
dalla curiosità suscitata in Napoli nel 1757 da un viaggiatore eccezionalmente
alto, l’irlandese Cornelio
Magrat, fu messa a partito da GALIANI
per svolgere una serie di rilievi di chiara impronta vichiana
sull’origine della società. Era, come
ha notato il Nicolini, un vichismo
che, nel discostarsi dal senso vichiano
della provvidenza, non vi sostituiva alcun altro principio storico generale, ma
se mai uno spicciolo pessimismo. Se anche per GALIANI i
giganti, come tutte le altre cose mirabili, si rivelano un
ornamento necessario e indivisibile delle origini d’ogni nazione, e se, sulle orme di Vico, egli osserva come via via la
fantasia dei popoli abbia collocato questi esseri straordinari in regioni primitive. lontane e sconosciute, e si
dimostra informatissimo
sugli autori che presso le varie culture,
e perfino nelle Scritture Sacre, ne hanno dissertato, la sua conclusione è che
sempre e ovunque i giganti furono considerati uomini scellerati,
superbi, crudeli e pieni d’ogni
vizio e reato. Peraltro, nel suo abbandonare la distinzione vichiana fra questi giganti nefari
ed eslegi, i violenti di Hobbes. e i giganti
pii, fondatori di stati e di religioni, GALIANI sfoderava un tratto del suo realismo
che, nel congiungersi all’influsso di alcuni motivi contrattualistici,
forse lo portava più in là di Vico
nella visione storica delle origini della società. Non solo la descrizione dei
giganti fatta dai vari autori specie nelle civiltà più remote
appare chiaro indizio dell’interno sentimento
e conoscenza avuta da tutti che l’uomo,
nella sua corrotta natura, tanto non fa di male quanto non può e non ha le
forze, e che lo stesso sia accrescergli il potere che accrescergli la perversità. Ma, aggiungeva GALIANI in un frammento che Nicolini
non sembra aver tenuto presente, nelle più rozze età gli uomini fisicamente
più forti sottomisero e vessarono i più deboli, i quali, persuasi
che la forza di molti
uniti è sempre maggiore di quella di qualunque
individuo...formarono quel consenso di forze e quella cospirazione d’animi a sostenersi, che dicesi
società. Che forse è motivo hobbesiano
più che vichiano: ma inserito nell’abbozzo di una interpretazione
storica delle favole dei giganti che hanno costellato di sé la credenza e la
letteratura dei popoli primitivi, assume un piglio settecentesco, dove il realismo hobbesiano viene
assorbito in quella intuizione dell’originario
consenso sociale che è qualcosa
di ben più elastico e ottimistico, storicistico,
che non la meccanica asserzione dello schematico pactum subiectionis di Hobbes. Posizione
intelligente e originale, spunti di una visione storicistica
dell’origine della società. che, in virtù di uno
spregiudicato realismo derivato da Hobbes e di una fiducia già illuministica nel valore del consenso. potrebbe
anche superare, sul piano del rilievo alla immanente
concretezza dell’opera umana
nella storia, il provvidenzialismo vichiano. Ma solo spunti disorganici
e un pò contradditori, privi di mordente e di continuità, non destinati a una
compiuta elaborazione. Ed è qui che appare quella frammentarietà,
che dalla forma letteraria si estende a tutta ha concezione morale e politica di GALIANI,
rimproveratagli anche dal Nicolini nel confronto con
Vico. Soprattutto, a questo punto del
suo sviluppo intellettuale, quel che manifestamente sembra mancare a GALIANI è il concentrato interesse per questi probblemi, che egli tratta più con la curiosità
occasionale del letterato che non coll’impegno dell’approfondimento specialistico. Sicché è probabile
che, anche ove non avesse ricevuto la nomina all’ambasciata di Parigi, questo lavoro, che pure
aveva cominciato a far stampare nel '58, 1’irrequieto autore l’avrebbe lasciato
frammentario,
forse incompiuto, comunque isolato. Strano a dirsi, in un secolo di poligrafi, GALIANI che pure
sostanzialinente aveva una spiccata
inclinazione specialistica per i temi dell’economia,
appare dapprima, e sotto certi aspetti resterà sempre, più dispersivo e disorganico di tanti altri, che
magari scrissero di molto più disparate materie, in un’ancor più ampia gamma di «generi»,
primo fra tutti il Voltaire,
ma che l’impegno di una lotta
culturale e civile globale,
come oggi si direbbe, fece concentrare intorno a una più raccolta
e insistita trama ideale. È estremamente rivelatore di tutto l’atteggiamento
intellettuale e pratico del GALIANI degli anni
cinquanta l’opuscolo che egli dette alle stampe nel luglio del 1758, a
commemorazione di Benedetto XIV, morto il 3 maggio
precedente. Nella dedica al cardinale Lazzaro Opizio Pallavicini, nunzio
a Napoli, è manifesto espressamente il rimpianto
di non aver potuto servire in vita il papa defunto.
Colpa della pigra fortuna: sicché, proprio per dimostrare quanto si sia sempre sentito vicino alla figura
del Lambertini, il GALIANI afferma di essersi scosso dall’involontario ozio componendo l’orazione Delle lodi di papa Benedetto XIV.
Che è tutt’altro che il solito
componimento d’occasione; ma, piuttosto, davvero
la rivelazione di una certa affinità elettiva, e l’indicazione di una
prospettiva cui sinceramente GALIANI
si sarebbe allora sentito incline più che ad ogni altra. Non sono
solo gli aspetti di serena e quasi indolente pazienza che di Benedetto XIV, cardinale e pontefice, tanto piacciono all’abate napoletano: Così niuna porta chiudendo alla sorte, e per niuna tirandola, pazientemente quasi
dormendo aspettavala, e non curante; e quel pregio d’indicibile
valore, che, in un passo celebre di quella orazione, GALIANI
chiamava di sapere anche a tempo non fare, conoscere quanto
dalla naturale medicina
del tempo sia da attendere, ecc. Come di
recente ha ben
messo in rilievo Mario Rosa, altri motivi, più positivi
forse, della politica di papa Lambertini GALIANI sa congenialmente cogliere e lodare:
quella tenace ricerca di concordati con i diversi Stati, che non rifugge da
concessioni ritenute eccessive dai curialisti
intransigenti, tendendo
a far perdere alla Chiesa le sue antiche
caratteristiche di corpo,
e portarla ad inserirsi più duttilmente nella nuova dimensione
civile e sociale che si andava formando;
e poi quella generale disposizione al dialogo, all’interno dei problemi religiosi ed ecclesiastici come all’esterno, verso la vita civile e politica, che, al di
là delle forzature che ne farà la storiografia gianscenisteggiante
di poco successiva, è tratto reale dell’opera
di Benedetto XIV, così protesa a un tentativo di
liquidazione pacifica delle controversie in seno alla Chiesa, per riassorbire in un fronte di tranquilla serenità
religiosa le diverse correnti del mondo cattolico,
respingendo le punte eversive, sul piano filosofico e politico, del moto dei
lumi e accogliendone le istanze di generica felicità e di moderato riformismo. Ma, nel sottolineare
alcune tendenze della politica religiosa e statale di papa Benedetto XIV, il
futuro autore dei Dialogues svela una
sua propria inclinazionc, che orientamenti magari
vistosamente diversi di altri momenti della sua vita non devono far perdere di
vista. Quella lucida e penetrante adequatezza di mente, quel raro
amore all’ordine, alla pace, alla verità, quella pieghevole
bontà, quella dottrina non delle scienze, che chiamansi
e sono di parole, ma delle rivelate verità, e delle grandi cognizioni del
giusto e della regola delle morali
virtù, e di quanto alla terrena ed
all’immortale felicità può conferire: tutto quello che l’autore tanto elogia nel prelato bolognese corrisponde a un ideale
di vita che, magari paradossalmente, non è poi
troppo distante dalle sue proprie aspirazioni. Certo, Ferdinando
GALIANI diverrà il causeur brillante e terribilmente
razionale che le colte dame parigine ammireranno, il polemista
feroce che i fisiocratici temeranno e odieranno,
lo spregiudicato Machiavellino
che talvolta susciterà una certa repulsione nei suoi stessi amici enciclopedisti. Ma quanto di questa sua professione di
fede essenzialmente quietista, mirante a far convergere
in superficie il vecchio e il nuovo, o magari a rivestire il vecchio di forme nuove, che egli
esprime sulla fine del decennio successivo al Della moneta, idoleggiando nella erudita
serenità, nella religione pacatamente umana eppure dogmaticamente
ferma, nel sottile conciliatorismo del Lambertini tutto un modello
di vita e di governo, quanto di tutto questo, anziché essere artificio retorico
di un momento, è manifestazione di un filone profondo delle sue idee, che
agirà, assumendo ormai l’allure
polemica dell’illuminismo,
al fondo di quelle stesse impennate critiche, forse
razzionalistiche e nuove nella forma ma
spesso conservatrici nella sostanza, che lo imporranno all’attenzione della più
progredita cultura europea
all’inzio degli anni settanta?
Ovviamente, altro è scrivere un panegirico
in morte di un pontefice, e altro sarà inserirsi nella polemica
della nuova scienza economica - ma del
resto anche il Della moneta aveva trattato ben altro tema da quello di un elogio
funebre. Il fatto è che queste pagine in lode di Benedetto XIV, nel loro contenuto tutt’altro
che convenzionale, mostrano una tendenza piuttosto costante, non solo psicologica ma anche culturale e politica, di GALIANI. Si guardi quanto egli dice
circa il merito particolare del papa defunto,
di aver saputo cioè reggere dolcemente, e insieme accuratamente salvaguardando
le sue posizioni, la Chiesa
universale...ma non in età fortunata, bensì allorché infinite nuove sette, e
inauditi errori per qualunque lato pullulavano; allorché
ardea d’intestine discordie il cattolichesimo; allorché il rispetto al supremo
pontificato, i privilegi degli ecclesiastici, la sua autorità cominciavasi
in molte parti con inimico animo a
riguardare, e quando si diffondevano i lumi, nel maggior fervore della stampa,
dello scrivere, delle controversie, degli studi, delle università, ma con i
lumi anche l’incredulità e una lacrimevole
corruzione: è già, nello spirito, un manifesto sostanzialmente anti-illuministico,
preoccupato di ben altro che delle riforme sostanziali della vita economica e
civile per cui in quegli anni Antonio Genovesi fervidamente si batteva, e per
cui tanto si era adoperato Bartolomeo Intieri, scomparso circa un anno prima della pubblicazione di questo scritto galianco. Non c'è dunque da meravigliarsi se, dopo il Della moneta, per tanti versi nutrito
degli interessi, e delle discussioni che dominavano nel
circolo intieriano, Ferdinando
GALIANI si sia come
allontanato dall’intendente toscano che era
stato grande amico di suo zio, e ancor
più dall’inquieta, ansiosamente
tesa verso radicali innovazioni, scuola di Genovesi, e si sia ancora per
qualche anno rifuggiato in studi
letterari umanistici e di erudizione. Il suo
orientamento ideale e politico, sulla soglia degli anni sessanta, mentre in
Francia si apriva la grande contesa per l’Encyclopédie, era espresso piuttosto in
quella convinta apologia dell’intelligente,
bonario, anche illuminato, operato di Benedetto
XIV, di quel suo cautissimo
riformismo che sul piano religioso è stato intelligentemente
definito dal Rosa di tendenze muratoriano-tridentine e che su di un
piano più vasto, intellettuale e civile, non poteva non risultare proclive piuttosto all’abile riassorbimento
immobilista che non alle rotture e alle battaglie
proprie del secondo tempo delle lumières. E probabilmente sarebbe stato in tale direzione che
anche Ferdinando GALIANI avrebbe
preferito muoversi, ove le circostanze gli avessero
consentito di entrare al servizio della Curia romana,
come nella dedica di questo suo
scritto rimpiange di non aver potuto fare, invece di dover chiedere al suo
nuovo protettore Tanucci qualche incarico che
potesse soddisfare alla sua notevole ambizione e la sua costante avidità di
guadagno. Comunque, è proprio qui, a questo punto della vita e delle
prospettive di lavoro di GALIANI,
che il trasferimento a Parigi ebbe il suo effetto sensibile
e fecondo,
dando consistenza, può dirsi prevalente, alla tendenza pur sempre più costruttiva
del suo temperamento, rendendo insomma
possibile, almeno a tratti, il raccogliersi dei
suoi talenti, vivi e acuti ma venati di pigrizia e inclini al generico divertissement culturale, intorno a un filone d’interessi abbastanza omogeneo e organico.
D’altronde, la vicenda intellettuale di GALIANI
non può essere vista al di fuori della situazione generale, civile economica
sociale, del Regno durante e dopo la guerra di successione austriaca. Che
davvero, come gli scritti di Genovesi, di Giuseppe Maria Galanti e di Gaetano Filangeri e poi di Lodovico Bianchini
e di Pietro Colletta ci ricordano, potrebbero chiamarsi gli anni del
fallimento, della liquidazione di quella
che all’inizio era potuta apparire la grande impresa
riformatrice di Carlo III. Eliminate
fin dal 1742-44 quelle prammatiche del 1738 sugli omicidi e sulla giurisdizione baronale
in rapporto a quella regia, che avrebbero potuto costituire l’inizio
della riaffemazione dell’autorità dello stato e di un’equa amministrazione
della giustizia contro la sopravvivenza feudale del potere nobiliare, esautorato a cominciare dal 1746 quel Suprerno Magistrato del Commercio il cui funzionamento,
iniziato nel 1739, aveva introdotto snellezza.
rapidità, competenza nella soluzione delle controversie e nella emanazione
delle norme relative all’attività economica, risoltosi nel 1752 il Codice caro1íno, affidato a Gioseffo
Pasquale Cirillo, nella inutile raccolta che
tutti sanno, già all’inizio del decennio il tentativo del nuovo sovrano per un
rinnovamento della infrastruttura giudiziaria del
Regno, un rinnovamento d’importanza preliminare e determinante
per ogni azione negli altri settori della vita napoletana, poteva dirsi
fallito. Particolarmente, il consuntivo cominciava a farsi pesante proprio in quel
campo dell’economia, dove più l’opera del nuovo governo aveva
all’inizio destato speranze, suscitando fra l’altro l’interesse e l’iniziativa
intellettuali che fanno capo a Genovesi. Già nel 1746, quasi al passo con l’esautorazione del Magistrato del Commercio si era avuta
la revoca dell’editto del 1740 che
coraggiosamente aveva consentito agli ebrei di risiedere e commerciare nel
Regno e anche d’intraprendere alcune attività
professionali senza sottostare alle antiche discriminazioni.
E quell’impulso che l’afflusso di mercanti ebrei aveva dato all’investimento
di capitali in imprese commerciali e manifatturiere era così venuto a cessare.
Nel 1753 appariva ormai chiaro il fallimento di un altra delle prime iniziative
di Carlo III, dalla quale si era atteso gran
beneficio per le finanze napoletane: il riscatto delle rendite, censi,
privative, dazi, ecc. dati in «arrendamento» ai
privati, un’operazione per la quale si era creato anche un apposito organo, la Giunta delle ricompre.
E nel 1754 Carlantonio Broggia
denunziava i pessimi risultati del catasto generale onciario,
iniziato con tante speranze nel 1740, che aveva finito per consentire ai ricchi di esimersi
da que’soccorsi e da quelle contribuzioni ordinarie e straordinarie
per le quali per ogni legge e specialmente ne’straordinari ed urgenti bisogni
sono strettamente tenuti, colpendo invece i beni mobili, i
capitali, i redditi dell’industria e del commercio e
insomma riuscendo a tener avvilita la gente
povera, affaticata e industriosa.….per mezzo
de’tributi mal situati. Si aggiunga che nel 1756 si interrompeva
definitivamente l’impresa di ricerche minerarie in Sicila e Calabria, una
iniziativa di cui il regno borbonico si era vantato, in polemica con il governo
austriaco che non era riuscito pur attraverso tre successivi tentativi a
raggiungere risultati concreti. E si sarà portati a condividere il quadro
piuttosto fosco che fra il 1786 e il 1790 Giuseppe Maria Galanti faceva
dell’abbandono dell’agricoltura, del ritorno di molti terreni allo stato
selvaggio, della decadenza stessa di manifatture e commerci dopo il periodo
iniziale del nuovo regime. Ecco, con riferimento proprio agli anni
cinquanta,l’accostamento fatto da Genovesi fra i contadini del Napoletano e gli
ottentotti, del resto ribadito in quel passo di una anonima relazione ufficiale
a Carlo III, dove gli abitatori delle campagne del Regno vengono paragonati ai
selvaggi d’America o dell’Africa meridionale, tanto che chiunque per poche
miglia si allontana dalla città di Napoli.….ad ogni passo quasi non vede altro
che persone dell’uno o dell’altro sesso o in gran parte nude o prive di
coperture necessarie a difendersi dall’ingiurie de’tempi o mal coperte da
schifosissimi cenci, con espressi nel sembiante gli evidenti segnali del
pessimo e scarso nutrimento che prendono, riducendosi il lor perpetuo cibo a
poche oncie di una focaccia composta di semplice farina di quella biada che il
volgo chiama grano d’Italia, e che altrove serve quasi unicamente per alimento
alle bestie.…, ecc.ecc.
Eppure, come gli studi
di Pasquale Villani vanno dimostrando, dopo il disastro gravissimo della
guerra, gli anni cinquanta non possono da un punto di vista generale
considerarsi come di crisi economica; anzi, nel Napoletano come un po’ in tutta
Europa, segnano una ripresa, la ripresa del resto di quella tendenza di
espansione che prende inizio nel secondo decennio del secolo e entrerà
realmente in crisi solo con gli anni sessanta. Deve piuttosto dirsi che la
crisi è del riformismo del primo re borbonico di Napoli, delle sue intenzioni
di trasformare buona parte dell’apparato giuridico e amministrativo dello
stato, di eliminare molti abusi e vessazioni intrinseci all’ordinamento statale
e alla prassi civile del Regno; e che lo spengersi di quelle intenzioni di
fronte alla resistenza baronale, forense ed ecclesiastica, l’abbandono o lo
svuotamento di quei mutamenti istituzionali e amministrativi che erano usciti
dal fervore legislativo dei primi anni di governo di Carlo III, avevano
ribadito le condizioni di miseria e di sfruttamento delle classi inferiori del
Regno, specie delle plebi campagnole e cittadine, coll’aggravante che il crollo
delle speranze suscitate da quei provvedimenti faceva sentire, specie alla
ristretta élite riformatrice, più
dura. più inesorabilmente radicata una struttura politico-sociale basata sulla
più assurda disuguaglianza e sul più oppressivo malgoverno. Sono gli anni in
cui lo stesso Carlo III, oltre che disgustato da tante resistenze incontrate ai
suoi progetti di riforma, è tutto preso dal gioco diplomatico, per modificare
quella clausola del trattato di Aquisgrana che prevedeva, al momento della sua
successione al trono spagnolo,l’insediamento a Napoli non già di un suo figlio,
ma di suo fratello Filippo, duca di Parma, e degli eredi di lui. Sicché le
maggiori energie del re e dei suoi ministri appaiono dedicate alle molteplici e
intricate trattative con Francia, Austria, Inghilterra, Savoia, ecc., tanto più
complesse e avviluppate dopo lo scoppio della guerra dei sette anni, cui la Sicilia
non prese parte, e nell’attesa della morte di Ferdinando VI, ormai prevista
sempre più prossima. Forse una tempra di vero illuminista. di riformatore
illuminato da forti ideali, avrebbe tratto proprio dalla sempre più degradante
situazione della via napoletana. dopo tante velleità di riforme, da una serie
di mali e storture che non potevano sfuggire al suo occhio ormai fattosi
esperto nella meditazione per il Della
moneta e nella consuetudine col circolo Intieri-Genovesi, l’impulso ad
affrontare con impegno ancora maggiore lo studio dei probblemi economici. E fu
il caso appunto di Genovesi. Ma, per il momento, in GALIANI invece quel che di
superficiale, di pigro, di mondano era peculiare del suo temperamento. aveva
avuto evidentemente la meglio nel determinare la direzione della sua attività.
Certamente più facile e comodo gli era parso rifuggiarsi in un’operosità
erudito-letteraria, talvolta salottiera e meramente giocosa, talora più seria e
feconda, come avvenne con la rapida ma intelligente incursione nel problema
della concezione della società e della storia, così suggestivamente derivato da
Vico, e come del resto, dal suo angolo visuale, è impostato, nel senso di una
certa scelta intellettuale e politica, l’elogio di Bededetto XIV. E perché non anche
una forse più gradevole e continuativa incursione in quell’attività diplomatica
che ora, appunto nell’attesa dell’imminente passaggio di Carlo III sul trono
spagnolo, affaticava tanto la.Corte napoletana e il Tanucci, succeduto a
Giovanni Fogliani al ministero degli Esteri fino al 1755, e col quale GALIANI
era in rapporto di buona amicizia? Non è quindi un caso che l’autore del Della moneta, sia pure con qualche
iniziale perplessità, accetti la carica di segretario dell’ambasciata
napoletana a Parigi, offertagli dal Tanucci nel gennaio del 1759, circa sei
mesi prima della morte di Ferdinando VI di Spagna. Degl’inizi francesi di
GALIANI partito da Napoli a fine aprile e giunto a Parigi, attraverso Roma,
Firenze, Genova e Nizza, dopo circa un mese, sono stati tracciati specie dal
Nicolini i tratti prevalentemente psicologici: rimpianto per il sole e il mare
di Napoli, fastidio per il clina parigino, irritazione per l’ottusità e la
vuota gravità dell’ambasciatore, Giuseppe de Baeza y Vicentelo, conte di Cantillana,
grande di Spagna, difficoltà ad ambientarsi nei salotti e nella vita culturale
della capitale francese, irritazione per il carattere superficiale e un pò
sprezzantemente ironico dei parigini, insofferenza per il ruolo modesto e la
parte piuttosto oscura che a lui sembrava destinata, al punto che, in una
lettera del 1º ottobre 1759 al fratello Berardo, Ferdinando era giunto a
definire Parigi il più fottuto paese che disonori la faccia della terra.
Ed è stato anche garbatamente sottolineato dal Nicolini come la svolta in
questo andamento delle cose, che nelle lettere dell’abate al suo superiore e
protettore Tanucci vede il passaggio dalle continue recriminazioni e richieste
di esser richiamato in patria alla sempre più trasparente soddisfazione per il
soggiorno francese e le cose che là fa e dice, la svolta dunque che fece di
GALIANI uno dei protagonisti della conversazione letteraria e politica di
Parigi fosse determinata dal periodo in cui, recatosi in Spagna il Cantillana
per questioni personali, il nostro autore rimase solo, per circa un anno dal
principio del 1760, a reggere l’ambasciata napoletana a Parigi. Ma quale, al di
sotto della divertente trama psicologica e aneddotica della vita parigina di
GALIANI, il processo di sviluppo dei suoi pensieri, quali i motivi e il senso
di questa esperienza per molti versi innovatrice nella sua opera intellettuale?
Sembra caratteristico che anche nei primi mesi del soggiorno in Francia, così
per lui sgradevole che ogni sua lettera a Tanucci reca o una dichiarazione di
essere incapace delle mansioni affidategli o una richiesta di richiamo o
addirittura, come ad esempio quelle del 14 e del 28 gennaio 1760, il
compiacimento per la decisione che crede essere stata presa di farlo ritornare
a Napoli e la notizia dei suoi preparativi in merito, GALIANI rivolga uno
sguardo tutt'altro che disattento ad alcune vicende significative della vita
culturale e civile europea, che a Parigi gli si presentano con ben maggior spicco
di quel che fosse potuto avvenire nell’ambiente in fondo periferico e arcaico
di Napoli. Già nello stesso Cantillana può subito ritrovare qualcosa di diverso
da quel che si «era figurato»: una esperienza, scrive al ministro Tanucci fin
dal 25 giugno 1759, che lo rende forse il più istruito della vita
pubblica e dei costumi francesi fra tutti i ministri esteri e quasi il loro
magazzino. E presto arrivano anche le testimonianze del più qualificato
discorso culturale dell’età dei lumi: magari, come annunzia nella lettera del 4
febbraio 1760, quelle poesie di Federico II di Prussia, che non erano certo un
capolavoro letterario, ma meravigliavano per il possesso che quel re straniero
vi dimostrava della lingua francese - onde si vede commenta GALIANI l’ammirazione
e lamore ch’egli ha per una nazione con cui fa tanta guerra. Poi, sulle
prime appena percepibile, in lui stesso forse poco consapevole, comincia
l’interessamento ai problemi dell’attività diplomatica, agli avvenimenti della
vita interna e della politica estera francese, della guerra dei sette anni, dei
rapporti fra il Regno e la Francia con quelle visite compiute dai
Francesi a danno delle navi napoletane che comportano di continuo sequestri di
merce e lunghe detenzioni di marinai del Regno, ecc. È un interesse che aumenta
ovviamente quando, partito Cantillana, GALIANI resta a dirigere l’ambasciata
napoletana, ricevendo il titolo d’incaricato d’affari[26];
e per questa via l’abate letterato, un pò provinciale e accademico ch’era stato
fino allora, entra a contatto con certi aspetti di primo piano delle contese
civili francesi e della politica delle grandi potenze dell’Europa in guerra:
resistenze del Parlamento di Parigi e di quelli delle province a provvedimenti
regi in materia di tasse e di religione, vicende dei convulsionari
giansenisti, contrasti fra i grandi nobili francesi per le più alte cariche
militari, sviluppi in senso democratico del regime inglese, dibattiti in seno
al clero francese e più o meno celato favore del Parlarnento parigino per i convulsionari,
svolgimento dei fatti di guerra in Europa e sul mare, difficoltà finanziarle di
Luigi XV, evolversi della questione della Corsica, accenni a prospettive di
pace generale, ecc. ecc. Piano piano il neo-diplomatico si crea una coscienza,
un’esperienza, un gusto, e non solo in questioni diplomatiche. Se forse i temi
che più lo interessano sono quelli economici, dove le sue esperienze dei
problemi e contrasti della presente vita francese, e delle teorie che li
esprimono, possono ricollegarsi alle sue precedenti riflessioni, al Della moneta e ai lavori abbozzati e
lasciati interrotti, ormai GALIANI, che in fondo era per carattere e
disposizione mentale piuttosto alieno dallo spirito dei lumi e che sarà
considerato spesso addirittura un anti-illuminista, si trova a contatto con i
motivi essenziali delle lotte dell’età delle lumières, dei loro sviluppi sul piano interno e internazionale, e
finisce per respirarne sempre più la suggestiva atmosfera. Si tratterà magari
delle contese fra speziali e Gesuiti circa la proibizione a questi ultimi di
vendere spezierie, o delle difficoltà che ancora i Gesuiti incontrano con i
parlamenti e con lo stesso primate di Francia, o della posizione di predominio
che, come mostrano anche le vicende del contrabbando napoletano, delle visite
e dei sequestri, hanno nel regno di Luigi XV i fermiers généraux, o anche delle incertezze della politica estera e
della condotta di guerra della Francia, col rilievo delle difficoltà economiche
di varie ragioni e del diffuso desiderio di una pace generale. Ma, fra le
notizie di vicende giudiziarle, religiose, diplomatiche o militari, riferite
ancora con un certo distacco cronachistico, venato magari della curiosità
dell’osservatore stranicro, si fa luce a un certo punto la partecipazione alle
discussioni che nel pamphlets come
nel salotti delle dame colte, nei periodici come nei giudizi di philosophes e di uomini di governo,
affrontavano quelle vicende e quei contrasti, con un criterio di valutazione
pur sempre in un senso o nell’altro influenzato dalle polemiche che il fermento
critico dell’illuminismo alimentava. Ecco così, fin dal 14 luglio 1760, GALIANI
trovarsi a prendere posizione nei confronti dei messieurs del Parlarnento di Parigi impegnati in aspra lotta contro
la corona, in difesa dei loro colleghi di Besançon spediti in esilio; e una
posizione che consapevolmente o meno echeggia i motivi della polemica
antiparlamentare di molti philosophes:
se il re ha dato una dura risposta alle rimostranze del Parlamento di
Parigi, questa risposta degna della maestà del trono è anche di
soddisfazione della nazione. Il Parlamento non è più, come fu già un tempo,
l’idolo della nazione. Pieno di giovinastri presuntuosi ed ignoranti si vede
nelle maggiori urgenze dello Stato tutto occupato delle sue private brighe,
proteggere i giansenisti, che il fanatismo ha resi ridicoli, e luttare colla
Corte più per difendere gl'interessi de’finanzieri loro parenti, che per
soccorrere a’bisogni della nazione. Farebbero scappare la pazienza a
Giobbe, annota in altra lettera di poco successiva; mostrando una già
precisa informazione delle condizioni politiche ed economiche francesi,
rileverà (11 agosto) che il parlamento di Rouen è quasi più pericoloso di
quello stesso di Parigi, nella sua opposizione alla corona, perché ha sede in
una regione povera, vicina all’Inghilterra e con popolazione in buona parte
ugonotta. Finché, di fronte all’opposizione del Parlamento di Parigi contro
l’editto regio imponente una imposta sulle imprese gentilizie, esce (1
settembre) in un giudizio d’impronta illuministica, reso disinvolto e sicuro
dalla competenza nella materia tributaria: Fa pena a tutti i buoni il vedere
che un’imposizione in gran parte volontaria, che cade sulla gente più agiata e
che ferisce solo la vanità e non i bisogni reali dell’uorno, sarà facilmente
impedita nel tempo stesso che poca resistenza si è fatta a que’ventesimi e
capitazioni, che cadono su’poveri e su’contadini. In poco più di un anno
l’iniziazione del provinciale abate letterato, ma già esperto di problemi
finanziari ed economici, alla più ampia, varia e fervidamente critica mentalità
dei lumi, ha fatto grandi progressi, pur tra le sue inclinazioni più scettiche
e pigramente conformistiche. E il processo, di sempre maggiore interessamento
per la scena culturale e civile dell’Europa settecentesca, non si arresta certo
ormai per il ritorno del Cantillana, avvenuto ai prirni di settembre di quello
stesso 1760. Anzi, nonostante qualche oscillazione, qualche ritorno di
sconforto, la presenza dell'ambasciatore, che lo solleva dal gran peso di
dirigere la rappresentanza napoletana, permette a GALIANI di dedicare
maggiormente la sua attenzione alla battaglia delle idee, così viva e feconda
nella Francia degli anni che videro la pubblicazione della Encyclopédie, pur
non tralasciando di esercitare con cura e capacità le sue mansioni, sì da
essere negli stessi ambienti del governo francese e delle ambasciate estere
sempre più considerato il vero cervello della legazione napoletana, retta da un
diplomatico in fondo fatuo e superficiale, davvero vecchio stile, come
il Cantillana. Certamente la corrispondenza con Tanucci, così fitta di minute
informazioni circa gli affari napoletani con la Francia, in particolare le
questioni delle visite e dell’eventualità di un trattato commerciale,
non può essere fonte del tutto esauriente per rendersi perfettamente conto
dell’evoluzione delle idee e della mentalità di GALIANI nei dieci anni che
precedono la stesura dei Dialogues sur le
commerce des bleds. Se mai, alcuni passi della sua corrispondenza
confidenzìale con il capo effettivo della Reggenza napoletana mostrano in
GALIANI quel senso realistico dei rapporti politici che indurrà gli amici
francesi ad accostarlo un pò scherzosamente alla figura del Segretario
fiorentino. Come nella impennata arguta e singolare della lettera al Tanucci
del 18 ottobre 1762 dove, dopo aver espresso la sua diffidenza verso il Patto di Famiglia[27],
e anche verso gli accordi politici in generale, finiva per manifestare così la
sua predilezione per la libertà d’iniziativa dei diversi paesi: guadagnerà
la Spagna, guadagneremo noi, e forse guadagnerà anche la Francia, che non ci
siano trattati. Ogni trattato è un taccolo. Ogni privilegio fa più invidia che
bene, e la reciprocità distrugge sempre i profitti. Trattati col Turco e col
Papa, potenze deboli e disordinate. Con altri non trattati. D’altronde, può
pur dirsi che le altre fonti di cui, in mancanza di scritti dell’abate di
questo periodo, possiamo disporre, e cioè le corrispondenze e i giudizi
contemporanei o successivi dei suoi amici francesi, le d’Epinay, Diderot,
Grimm
ecc., sembrano confermare il quadro, che dalle settimanali lettere al suo
ministro esce, dell’attività e dell’indirizzo di vita del nostro autore in tali
anni: un’operosità in fondo intensa, ma disorganica e disordinata, tutta tesa
alle cure della sua carica, e specialmente a quella sua mansione di
corrispondente diretto del Tanucci, alle spalle, si può dire, del suo
ambasciatore, e anche, progressivamente, alle relazioni mondane, alla partecipazione
alle discussioni dei salotti letterari parigini, in cui sempre più la sua verve
ma anche la sua non comune cultura lo rendono ricercato ed apprezzato; una
crescente e via via più scaltrita e matura curiosità per gli sviluppi della
vita politica, religiosa, istituzionale della Francia, e un interessamento più
in profondità per le sue vicende economiche e le discussioni dottrinali che le
accompagnano; un giudizio sempre più esperto e acuto su principi, governanti,
diplomatici, scrittori, ecc.; ma poche tracce di una elaborazione d’idee in
qualche modo pianificata verso determinati obbiettivi culturali o, tanto meno,
civili. Ritorna qui quella carenza d’impegno morale, che già il Croce rilevava.
Le cose in cui si sente che GALIANI è davvero più profondamente interessato,
nei dieci anni del suo soggiorno francese, sono pur sempre quelle relative ai
suoi emolumenti, alla dignità della sua carica, ai suoi successi presso il duca
di Choiseul e la Corte di Versailles, o presso i gens de lettres e le dame intellettuali dei suoi amati salons, al conseguimento di prebende e
cariche che per il momento del ritorno in patria gli assicurino la vita agiata
e piacevole di cui non può fare a meno. Le grandi lotte dei philosophes, degli enciclopedisti, per
la libertà civile e di opinione, per la tolleranza, contro i privilegi sociali
e civili, gli abusi giudiziari, l’insufficienza o la arretratezza delle leggi,
e via seguitando, lo interessano certamente, ma in superficie, attirano la sua
attenzione di osservatore e di relatore, ma sfiorano appena la sua sensibilità;
i contrasti fra corona e parlamenti, la campagna contro i Gesuiti fino alla
loro espulsione, le vicende stesse in seno alla corte e al governo di Luigi XV,
i rapporti internazionali e le questioni diplomatiche, occupano molto spazio
nelle sue lettere al Tanucci, ma sono fatti più visti con intelligente
curiosità e narrati con vivace arguzia che valutati in profondità nel quadro di
una concezione d’insieme della vita politica e delle strutture della società e
dello Stato. Perfino il tema che finirà per appassionarlo tanto e che gli
fornirà lo spunto per il capolavoro della sua maturità, il commercio dei grani, GALIANI sembra accostarsi come
occasionalmente, empiricamente, senza un coerente e meditato impegno di studio
e di lavoro. In fondo sono questi gli anni della grande Bewegung fisiocratica, stimolata, nel suo sforzo di passare dalle
idee ai fatti, dalla carestia europea del 1764. Victor Riqueti de Mirabeau,
ultimato l’Ami des hommes, pubblica
le sue opere di precisazione ed elaborazione dei princìpi della «scuola»: Théorie de l’impôt (1760), Philosophie rurale (1763), Lettres sur la dépravation, la restauration
et la stabilité de l'ordre légal[28].
François Quesnay sviluppa il vangelo del Tableau économique in alcuni scritti, apparsi per la prima volta
nelle Éphémérides, dove le concezioni economiche fisiocratiche vengono
poste in relazione all’ideale di un governo di illuminato dispotismo: Analyse du gouvernement des Incas du Pérou
(1767), Despotisme de la Chine[29].
Pierre-Paul Le Mercier de la Rivière elabora il gran testo della teoria
politico-istituzionale della nuova scienza con L’ordre naturel et essentiel des sociétés politique[30].
Le Éphémérides du citoyen infine, oltre a pubblicare a puntate, come si
è visto, gli scritti dei leaders della scuola, oltre a sostenere, per le penne
dei Baudeau, Roubaud, Dupont de Nemours, Le Trosne, Baesnier de l’Orme, ecc.,
una continua battaglia per il mantenimento e lo sviluppo delle norme di libertà
del commercio dei grani[31]
contro gli attacchi che verso la fine del decennio cominciano da varie parti a
bersagliare, ad opera del loro direttore, Pierre-Samuel Dupont de Nemours,
svolgono un’argomentata rassegna di storia delle dottrine economiche nel corso
del secolo[32]. E
due anni prima lo stesso Dupont aveva pubblicato una raccolta degli scritti più
significativi della «nuova scienza», premettendovi un Discours de l'éditeur che
doveva costituire come il manifesto della consacrazione dei suoi principi a
norme naturali, indiscutibili, della vita economica[33].
Quale traccia tutta questa produzione fisiocratica, scientifica o pubblicistica
che fosse, lasciò, man mano che vedeva la luce, nelle riflessioni affidate alla
propria corrispondenza da GALIANI, il quale nel 1769, al momento di partire
definitivamente da Parigi, lancerà contro uno dei capisaldi dottrinali della scuola
quell’attacco che doveva colpirla così duramente, proprio nel bel mezzo della
gravissima crisi della sua influenza e del suo prestigio in Francia? In realtà
è una traccia molto inconsistente, sul piano dottrinale poi si direbbe
addirittura inesistente. Lasciamo andare che, nella corrispondenza col ministro
degli Esteri del paese di cui GALIANI era segretario di legazione,
quantitativamente dovessero essere gli argomenti di più diretta pertinenza del
suo ufficio ad aver la netta prevalenza: «visite» ai battelli napoletani,
sequestri, esosità dei fermiers généraux
e dei tribunali francesi contro i sudditi delle Sicilie, rapporti di commercio
tra il Regno e la Francia, resistenza napoletana all’ingresso nel Patto di
famiglia, problemi connessi alle vicende della Corsica, informazioni sulla
struttura del governo francese e sulla maggiore o minore autorità dei vari
ministri, aneddoti della Corte di Versailles, e, ovviamente, quelle vicende,
interne della Francia o internazionali, che gran rilevanza avevano o potevano
avere per la politica europea in genere e anche per quella napoletana, come il
procedimento contro i Gesuiti o le vicende della guerra dei sette anni e le
trattative per la pace generale[34];
o magari questioni diplomatiche minori, ma direttamente interessanti il governo
di Napoli, come l’eventualità, suggerita dalla Spagna, di un’occupazione di
Castro e Ronciglione ad opera delle truppe napoletane; o infine la poco pulita
storia dei grani di Marsiglia, acquistati a condizioni esose dal console
napoletano Francisco Hombrados[35].
E si può dire che nei riguardi di tutti questi punti GALIANI si mostra
diplomatico informato ed intelligente. Non a caso, solo per fare qualche
esempio, fin dal 1763 pone in rilievo al suo ministro l’entità del volume delle
esportazioni napoletane in Francia, implicitamente accorgendosi di quella
inversione di tendenza che dalla metà circa degli anni cinquanta aveva cominciato
a rendere favorevole alle Due Sicilie la bilancia del commercio con la Francia;
o, col cinico realismo del Machiave11ino,
così, nel 1761, commenta i successi inglesi nella guerra dei sette anni: «Il
bel secolo d’una Nazione è quello in cui essa commette più cattive azioni. Tali
erano i Romani quando fecero l’ingiustissima terza guerra Punica; tali erano i
Francesi cento anni fa. Tali sono oggi gl’Inglesi. Ora è il loro bel secolo,
dunque è quello in cui mancheranno più disonestamente di fede.…»; e nella
febbre speculativa sulla Compagnia delle Indie, sa vedere la malsana e precaria
situazione economica della Francia nel 1769: La folla con cui si son portati
in tre soli giorni gli 11 milioni alla Compagnia pruova il periodo di
corruzione in cui è questo paese, perché mostra la somma inegualità delle
ricchezze. Nell’anno in cui mezza Francia languisce di miseria, in Parigi si
vede un lusso e una ricchezza incomprensibile.... Il curioso, e
significativo per la storia delle idee economiche di GALIANI, è il tono
generico, aspecialistico, da osservatore empirico, del suo approccio alle
questioni che daranno vita alla seconda delle sue celebri opere di economista.
Il suo iniziale favore per la libertà del commercio dei grani non si argornenta
di riflessioni e giudizi sulle dottrine economiche fisiocratiche, quasi non
sembra neppur collegare gli editti di libertà del 1763-64 ai princìpi
della nuova scienza o magari alle sollecitazioni liberistiche delle
scuola di Gournay, nonché agli effetti della carestia esplosa nel '63-64.
Certamente gli scritti dei fisiocrati, di cui in quegli anni la Francia era
inondata, l’abate napoletano li conosceva, piú o meno di prima mano: lo
dimostrerà nei Dialogues. Ma per ora
il suo apprezzamento si rivolge ai risultati che gli sembrano emergere dai
fatti, con appena talora un generico riferimento alle convinzioni in favore
della libertà del commercio granario ormai maturate nei Francesi. Non che anche
qui GALIANI non si rivelasse osservatore acuto. È del 25 giugno 1764, pochi
giorni prima del celebre editto liberistico di Clément-Charles-François de
L’Averdy, la sua lettera a Tanucci con cui la libertà del commercio dei grani
viene valutata nei suoi benefici effetti per il paese che l’applica, a tutto
danno di quelli ancora soggetti a vincoli: La libera esportazione de’grani
di Francia sarà un danno grande del nostro commercio se noi non c'ingegneremo
d’imitarla. Qui hanno conosciuto questa gran verità, che l’unico preservativo
delle carestie è il libero commercio ed estrazione, perché questo aumenta la
coltivazione, e quando molto grano si semina, sempre molto o poco se ne
raccoglie, ma chi poco ne semina, talvolta non raccoglie nulla, Sembra
un’eco della Philosophie rurale
pubblicata dal Mirabeau l’anno prima. E numerose sono ancora almeno fra il
'64,e il '67 le prese di posizione del nostro abate a favore del sistema di
libertà introdotto in Francia, sia nel commercio dei grani che nella produsione
e nel prezzi della farina e del pane. Un interessamento che sembrerà avere un
carattere ancora collegato ai suoi compiti di ufficio nella posteriore Istoria vera della controversia de’grani di
Marsiglia scritta da persona ben informala, col parere sulla giustizia delle
pretensioni delle parti litiganti[36].
Già prima tale interesse di GALIANI aveva toccato invece l'argomento nel suo
aspetto generale, pratico e teorico, nella memoria consegnata al Tanucci sulla
fine del 1765, Storia dell'avvenuto sugli
editti del libero commercio de’grani in Francia promulgati nel 1763 e 1764[37],
e nelle due lettere allo stesso Tanucci del 21 settembre e del 2 novembre 1767,
sui persistenti buoni effetti in Francia della libertà granaria e di panizzazione.
Peraltro proprio questi scritti dimostrano una certa superficialità del
procedere di GALIANI sui temi che diverranno oggetto del suo grand ouvrage. Prima di tutto è spesso
male informato. Nella Istoria vera della
controversia de’grani di Marsiglia scrive che, mentre tra il dicembre del
'63 e il gennaio del '64 la carestia desolava Napoli, si sapeva benissimo
aver la Francia avuta il quell’anno ubertosissima raccolta, ed aver, non che il
modo, anche grandissima voglia di esitare i suoi grani. Ora, si sa bene che
la crisi del 1764 non fu fenomeno locale napoletano, ma di molti paesi
d’Europa, compresa la Spagna e appunto la Francia. Sicché la disponibilità di
grano sui mercati francesi non doveva considerarsi tanto effetto di abbondanza,
quanto piuttosto delle misure liberalizzatrici adottate, anche in dipendenza
della crisi, dal governo francese con l’editto L’Averdy, che fu registrato al
Parlamento di Parigi il 18 luglio 1764, ma che del resto allargava al commercio
con l’estero le norme di libertà già introdotte per la circolazione interna del
grano dal provvedimento del precedente contrôleur
général, Henri Bertin, del 25 maggio 1763. In secondo luogo, nella Storia dell’avvenuto sugli editti del libero
commercio de’grani in Francia promulgati nel 1763 e 1764, GALIANI fa
confusione attribuendo a L’Averdy anche l’editto per lo libero commercio del
grano soltanto nell’interiore, che invece è la dichiarazione del
Bertin or ora citata. Infine, con riferimento troppo esclusivo agli anni
iniziali dell’esperimento liberistico, '63-'64, GALIANI sembra ridurre tutto il
contrasto che esso suscitò in Francia all’ostilità degl'attendenti, che dalla
concessione di permessi per l’uscita del grano dalle loro province traevano
utili, e al favore invece dei parlamenti, i cui membri dal regime vincolistico non
solo non ricevevano nulla di profitto, ma anzi, essendo gente ricca e
possessori di molte terre, ricevevano danno, e che per di più, alla
introduzione delle misure liberistiche, egualmente esultarono per odio
contro gl’intendenti, usurpatori della loro antica autorità ed esecutori degli
ordini assoluti della Corte. In realtà chiunque abbia esaminato un po’ da
vicino la storia dell’esperienza di liberalizzazione iniziatasi in Francia nel
'63-'64 e fallita nel '68-‘69, per riprendere poi, ma con effimera fortuna, nel
breve periodo del governo Turgot, sa che la questione è assai più complessa.
Per dirla in breve, non fu solo l’opposizione della maggioranza degl’intendenti
o degli échevins di Parigi a
ostacolare le norme di libertà, ma l’opposizione e il crescente
sabotaggio di tutti gli elementi conservatori della vita francese, oltre i
grandi negozianti, accaparratori, ecc., anche proprietari terrieri, timorosi di
eccessive novità, e, presto, molti dei parlamenti stessi, in primo luogo quello
di Parigi, ma anche quello di Rouen, ad esempio, i quali, a differenza di
altri, come quello di Tolosa e quello del Delfinato, che sostennero fino in
fondo il tentativo liberistico, si allarmarono invece delle possibili
conseguenze nel campo dell’ordine pubblico di una politica che lasciava liberi
i prezzi del grano e del pane e dava al popolino l'impressione che, in caso di
cattivi raccolti, la mancanza di vincoli e di riserve nei magazzini di
abbondanza avrebbe potuto portare a morire di fame i meno abbienti. Su
tutto questo GALIANI sorvola, distratto e male informato. E le sue affermazioni
a pro del regime liberistico nella chiusa della Storia dell’avvenuto o nelle lettere al Tanucci del '67 appaiono
piuttosto generiche e un tantino superficiali. Da questa storia si conosce
aveva scritto nella prima che il non volersi il libero commercio de’grani o
la tratta fissa, perpetua, irrevocabile in forma di dazio doganale - che è lo
stesso che libertà-, non è effetto d’ignoranza o di pregiudizio o di timor
panico o di vecchia abitudine; ma è malizia, interesse proprio, mira privata di
lucro. Tutti conoscono il bene della libertà, ma a chi può essere privilegiato,
mentre gli altri sono inceppati, non è bene la libertà comune. E nella
lettera a Tanucci del 21 settembre 1767 scrive: Certamente il regolamento di
Francia è ottimo, come il nostro è il pessimo. Poi nella stessa e in una
successiva lettera, del 2 novembre 1767, insisteva a sottolineare la diversità
di condizioni, per cui nella libertà ormai ìnvalsa in Francia non si possono
nemmeno concepire le assise, i calmieri, i prezzi di voce, i
monopoli, gl’importatori privilegiati, gl'incettatori: Qui né Parigi, né
alcuna città grande o piccola fa annona, non tiene magazzini, non ha dritto
proibitivo, non ha obbligo di vender a prezzo fisso...; Manca adunque
qui quell’intermedia persona che è
da noi, ed è o il mercante, o la Città, o l’incettatore, che compra da’villani,
e vende ai fornari, e fa l’enorme e ingiusto guadagno : in Francia sembrava
dominare il sistema opposto al regime vincolistico imperante nel Regno di
Napoli. Quel che manca, pur nell’intelligente confronto e nell’adesione al
nuovi principi operanti in Francia, è uno sforzo di approfondimento del
problema nei suoi aspetti più generali, al di là della relazione informativa o
dell’osservazione empirica di certi risultati e delle divergenti realtà dei due
paesi. Eppure i testi che circolavano in materia GALIANI li doveva leggere
proprio in quegli anni: oltre gli scritti già celebri dei principali
fisiocrati, gli opuscoli più di occasione, come quelli di Louis-Paul Abeille e
di André Morellet, che segnalava al ministro marchese Tanucci nelle sue
lettere. Eppure, d’altra parte, proprio il tentativo di stabilire un nesso fra
la teoria e la realtà effettuale, le peculiari condizioni economiche e sociali
dei vari paesi, sarà il gran punto dei Dialogues.
Ma, negli anni precedenti al 1769, nel GALIANI tutto indaffarato nelle sue
relazioni diplomatiche e nelle lusinghiere vicende della sua conversazione
salottiera, a contatto con i più celebri gens
de lettre di Parigi, lo studio specifico degli elementi e dei materiali che
avrebbero potuto aver rilievo in quel tentativo, non compare - e un certo che
d’improvvisazione, di frettolosità, e quindi talora di superficialità, sarà pur
sempre il neo dei Dialogues, anche se
il subitaneo richiamo a Napoli varrà a fornire all’autore un incontestabile
alibi per quanto riguarda i tempi della stesura del suo saggio. Empirismo,
realismo rifuggente da troppo schematiche elucubrazioni dottrinali,
atteggiamento mentale di poligrafo. Interpretazioni ripetutamente e da varie
parti date, e pur sempre valide. E poi è un fatto che le convinzioni
filofisiocratiche di GALIANI si mutano, come per altri, di fronte proprio allo
svolgimento dell’esperienza francese. Ma, rispetto alle possibilità di lavoro
che aveva in questi anni, c'è pur sempre forse la deficienza del suo impegno intellettuale
in direzione di una scelta decisa e organica. È stato giustamente notato da
Giuseppe Giarrizzo che sia per GALIANI sia per Domenico Caracciolo fu
l’esperienza francese vissuta in un momento di grave tensione politica e
intellettuale a determinare, a definire lo schema interpretativo» della realtà
economica e sociale circostante, lo schema che per il secondo sarà di base ai
tentativi di riforma intrapresi in Sicilia durante la sua carica di viceré; pur
dovendo riconoscersi a GALIANI «ben altra autonomia culturale e originalità
intellettuale. Ma è anche appunto rilevante che una simile esperienza
portasse nell’uno a una decisa volontà riformatrice, che nell’altro in fondo
sempre mancò. E già nella corrispondenza di Caracciolo con GALIANI degli anni
sessanta, quando il futuro viceré di Sicilia era ministro napoletano a Londra,
i numerosi suoi riferimenti alle questioni istituzionali e politiche del
sistema inglese, ai problemi posti nel Regno delle Sicilie dalla carestia del
1764, alle conseguenze stesse nell’ordine dei rapporti fra gli stati e la
Chiesa della distruzione dei Gesuiti avviata in Portogallo, Francia e
Spagna, ecc, sembrano suscitare nel abate GALIANI un’eco intelligente e in
fondo concorde, ma sempre più di curiosità cautamente relativistica che di
slancio attivo verso un personale impegno riformistico. Nella stessa celebre
lettera al Tanucci con l’accostamento fra Diderot e Genovesi, la figura di
Diderot è colta in fin dei conti nelle cognizioni di varia letteratura,
di cui Denis è fornito più di alcun altro francese conosciuto da
GALIANI, nella passione per la metafisica, nella vaga rassomiglianza fisica con
Genovesi, nell’attività di commediografo mediocre, nella gaiezza del
carattere e nella simpatia per gl’italiani: ma, e siamo nel novembre 1764,
neppure un anno prima del compimento dell'Encyclopédie,
di quell’impeto critico, di quel radicalismo eversivo nella sua ansia di
riformare il mondo, che, appunto dalla grande impresa del Dictionnaire al suoi tanti arditissimi scritti editi e inediti, è
il motivo fondamentale di Diderot philosophe,
non si ha traccia nel ritratto galianeo. Certo nel GALIANI del decennio
francese non c’è alcun atteggiamento positivo che giustifichi le motivazioni,
sostanzialmente reazionarie, con cui tanto plauso daranno ai suoi Dialogues due autori non a caso presto
trascorsi da un moderato, freddo, utilitaristico riformismo a un indirizzo
chiaramente conservatore, per non dire retrogrado, Gian Rinaldo Carli e Paolo
Vergani. Anzi non solo il suo favore per il liberismo frumentario è assoluto,
come si è visto e come molte altre sue lettere a Tanucci fra il '64 e il '68
vengono a confermare, ma non manca nelle sue riflessioni in proposito la
tendenza a stabilire un nesso fra la libertà del commercio dei grani e altri
aspetti della vita sociale e politica. Per la Francia stessa fin dal '64 sa
rilevare che la presa di posizione dei parlamenti sulla questione dei Gesuiti,
come su quella della produzione e del commercio dei grani, spinge i Francesi a occuparsi
degli affari pubblici, tanto che il Parlamento diviene un’augusta
assemblea e «i nomi, prima ignotissimi, de’capipuopolo del
Parlamento ora sono noti e celebrati». Torno a dire: concludeva quella
lettera, del 5 marzo 1764 non so se durerà quest’aurora; ma i primi effetti
sono belli. Questo libero commercio interiore de’grani e l’esterno che tra
breve si stabilirà, questa fissazione d’una cassa d’amortissement, questi
colleghi d’agricoltura, questa guerra alla taille arbitraire sono tutte gran
cose fatte. Dalla Francia a Napoli. Le informazioni che da Tanucci stesso e
da altre fonti riceve sull’imperversare della carestia nel Regno portano già
GALIANI all’esame comparativo, che ora nella cognizione della molto maggiore
arretratezza della situazione napoletana gli suggerisce rilievi duramente
critici e proposte relativamente audaci. Dopo aver ripetutamente incitato
Tanucci ad applicare anche nel Regno norme liberistiche e suggerito nuove
culture, dal granturco alle patate, per incrementare la produzione agricola,
propone che per aumentare la disponibilità e la circolazione di denaro si
imponga alle chiese e ai conventi un prestito forzoso dei loro argenti
all’interesse del 4%, evitando invece di gravare con simili misure sui banchi:
Comincisi da’frati, e non da’banchi. Perché se ai frati si manca di fede,
meno male. Se ai banchi, male gravissimo e sommo, e che sarebbe la nostra
totale ruina[38].
E la diagnosi che sta alla base di queste proposte potrebbe essere uscita dalla
penna di un Genovesi, il Genovesi più pugnace e radicale degli anni appunto
successivi alla carestia del '64, gli anni della pubblicazione dei suoi
maggiori scritti di economia civile: anche passato il culmine della
carestia, scrive GALIANI il 14 maggio, resta il prezzo caro, che non è male
medicabile da altro che da commercio e industria che s’introduca in un popolo.
Ma, quando il succo e la sustanza d’una nazione è bevuta tutta da’frati, baroni
e paglietti, gente oziosa e cattiva, difficile impresa è il metter denaro in
circolo. E d’altronde, nel sottofondo di queste informazioni e osservazioni
particolari, talora spicciole, maturava l’eccezionale padronanza della materia
frumentaria che i Dialogues
mostreranno. Forse è però proprio in alcuni temi più politici, meno connessi ai
problemi della vita economica, che in questi anni francesi si avverte una certa
istintiva resistenza di GALIANI a seguire le linee
progressive, a intonarsi alla del resto multiforme, e non sempre univoca,
critica dei lumi. Magari, sulla questione dei Gesuiti l’abate
segue la corrente ormai predominante contro l'Ordine, una corrente che
era poi scaturita dalle iniziative delle stesse corti di Portogallo, di Spagna
e di Francia. E tuttavia, quando in Francia si giunge alla cacciata, questa espulsione totale
gli sembra cosa dura e ancor più duro
giudica il comportamento del popolo francese, del tutto immune da compassione
verso i reverendi padri sfrattati; pur se aggiunge che la compagnia sconta così
l’aspra persecuzione mossa contro i giansenisti, l’avere avvezzati gli animi alla crudeltà. Ma sono comunque notazioni
e riflessioni tenute su di un piano cronachistico e psicologico: alle grosse
questioni di politica religiosa e culturale, di battaglie d’idee, che proprio in quel '64 venivano
splendidamente ricapitolate nel celebre opuscolo di d’Alembert su La destruction des Gésuites, GALIANI sembra restare completamente estraneo. E anche
il punto della posizione dei parlamenti e dei loro contrasti con la corona,
verso cui pure si mostra assai attento, lo vede in fin dei conti un po’impacciato
e incerto, nell’estrema
cautela di cui forsanco talvolta per ragioni
diplomatiche circonda i suoi giudizi. Alla indipendenza e al peso politico dei
parlamenti era certo ostile, come aveva mostrato già nel celebre passo del Della moneta su Montesquieu e sulla
teoria dei corpi intermedi. Ora, nella prima metà
degli anni sessanta, si trovava di fronte a quel rinvigorirsi dell’azione dei parlamenti di Francia,
che dalle procedure contro i Gesuiti andava all’intervento nelle questioni
frumentarie, e che, passando attraverso i contrasti che i messieurs delle supreme
magistrature ebbero con il governo ancora sui rifiuti di sacramento ai
giansenisti imposti al suo clero dall'arcivescovo di Parigi o sui provvedimenti
autoritari adottati dal re contro le resistenze in singole contese fiscali e
finanziarie dei parlamenti di provincia o sulla questione del processo del duca
Charles de Fitz-James, sfociata poi in una
presa di posizione dei diciotto Pari di Francia sui loro diritti di
giurisdizione, doveva esplodere infine nella prova di forza suscitata dall’affare La Chalotais. E
qui, su di un terreno specificamente politico, dove i problemi della crisi
dell'ancien régime venivano in
evidenza con tutte le loro implicazioni sociali e istituzionali, si scopre
l’oscillazione, l’incertezza, la sostanziale debolezza delle concezioni di GALIANI. Neppure la posizione avversa ai corpi
intermedi del Della moneta viene
mantenuta con nettezza, come si è visto nel compiacimento espresso dalla
lettera del 5 marzo 1764 per l'effetto di più vasta partecipazione agli affari
pubblici avuto dall’intervento dei
parlamenti nelle questioni dei Gesuiti e del commercio dei grani. Ma poco
prima, nella lettera al Tanucci del 28 novembre 1763, GALIANI
aveva considerato con preoccupazione, pur nell’apparente accordo fra
corona e Pariamento di
Parigi nell’azione contro
i Gesuiti, l’essersi il Parlamento
impadronito per sempre degli studii, dell’Università
e di tutto ciò che concerne questo importantissimo oggetto dell’opinione pubblica. Salvo elogiare, già
in altra lettera al Tanucci, del 30 gennaio 1764, il
vigore delle rimostranze indirizzate al re dal parlamento di Tolosa, proprio come manifestazione
di libertà di parlare. E le oscillazioni continuano
senza sosta: il 9 luglio 1764 GALIANI era assai
poco edificato del decreto del Parlamento
di Parigi che aveva ribadito la nota tesi secondo la quale i parlamenti di
Francia costituivano un corpo unico, e mostrava poca fiducia che la corte, la
quale pure sentiva il pericolo di queste posizioni, venisse a capo di arrestare i progressi della nascente
potenza parlamentare; ma, in una successiva lettera non
datata, rilevava che i parlamenti potevano aver torto nella forma della loro
opposizione, ma avevano ragione nella
sostanza; e in seguito, il 15 ottobre 1764, scriveva al Tanucci che non si
doveva affliggere della potenza dei parlamenti. perché è
potenza ad aedificationem e non ad destructionem, aggiungendo che una
rottura non era da temersi sotto
questo buon Re[39].
Non che fosse cosa semplice addentrarsi negl'intricati
andirivieni delle dispute fra parlamenti e corona, con il loro continuo
richiamo alle misteriose leggi fondamentali
della monarchia francese, con l’indeterminatezza della teoria dei corpi intermedi, la cui
istanza di difesa delle libertà antiche della nazione ormai appariva alle
richieste di più sostanziale e generale libertà avanzate dai lumi una
mistificazione, la difesa del privilegio e dell’abuso, oppure nell’attuale condizione del sistema continuava ad essere
considerata da molti, anche da alcuni philosophes.
l’estrema barriera contro il dispotismo.
Sicché non era facile orientarsi in quel dedalo di spinte e di reazioni, di
forze e controforze, di teorie
che a volta a volta potevano sembrare favorevoli alla libertà e al progresso o
meschini artifici a sostegno d’interessi
costituiti. Non era facile per francesi e scrittori di politica, figuriamoci
per l’abate napoletano un po’economista un po’diploniatico
e ancora molto letterato. Peraltro, questi anni
sessanta sono appunto gli anni in cui i nodi dell’intreccio vengono al pettine, gli
anni in cui matura il colpo di Stato di René-Nicolas
de Maupeou,
che cercherà di annientare la potenza politica dei parlamenti. Ed è questo uno
dei punti in cui più sensibile si verificherà una divisione all’interno del partito filosofico,
fra coloro che, come Voltaire, riterranno opportuno
appoggiare un assolutismo, pur
da loro stessi ormai screditato e odiato, contro le pretese
dell’aristocrazia di toga, retrograda,
nemica dei lumi e della libertà di coscienza e di pensiero,
e coloro invece che, come Diderot,
riterranno giusto difendere contro il colpo di forza dispotico dell’ultimo governo di Luigi XV
la tela di ragno parlamentare dietro cui i francesi
adoravano una «grande immagine di libertà. Ebbene, a questa discussione,
che permea ormai di sé gli ambienti illuministici parigini e che nel 1769 avrà il suo più
celebre pamphlet
storico-politico nella Histoire du Parlement
de Paris di Voltaire, GALIANI resta estraneo, si direbbe che anzi divenga sempre
più indifferente. Nel 1765 (29 aprile). in procinto di partire per Napoli, per
il periodo di congedo di cui parleremo, tornerà sulla diatriba
dei diciotto Pari, capeggiati da Paul-François
de Quélen,
duca di Lavauguyon, sorta, sorta in seguito al
processo Fitz-James, per notare che tutta questa storia...in
sostanza si riduce a frivolità
e a zero e che invece il Palamento
acquista autorità, e autorità ad aedificandum, non ad destruendum. Come, in
una lettera di poco precedente[40],
gli era parso che l’agitarsi dei Pari non avrebbe fatto altro che rafforzare il
Parlamento: sarà l’ultimo
tracollo della potestà assoluta...tanto è vero che despotismo
e Gesuiti vanno insieme. Ma sono notazioni episodiche,
impressionistiche. Un meditato giudizio suo GALIANI non mostra di averlo. E al ritorno a Parigi nel
novembre 1766. il grande affare del La Chalotais, che sarà
quello che condurrà alla crisi del '70 e alla riforma Maupeou,
attira la sua attenzione solo un momento,
quando comunica, un po’ per inciso, al Tanucci[41]
che Choiseul, di temperamento talora troppo vivace
ma non certo ostinato, non esiterà a riconoscere che il processo è stato
condotto troppo sbrigativamente, se così gli apparirà, e, rimediando agli
errori, a concludere la cosa col
contenuto universale. Ormai GALIANI non s'interesserà più a questa
vicenda, che pure porterà la Francia alla maggior
crisi istituzionale che abbia attraversato dopo la Fronda e prima della
Rivoluzione. Anche dei parlamenti in genere, nelle sue lettere al Tanucci farà d’ora
in avanti brevissimi accenni, come il 22 agosto 1768, per rilevare che,
osteggiando il Grand Conseil, il Parlamento
di Parigi mostra di considerarlo una giunta
straordinaria, che come tutte le congregazioni. ecc., è cosa odiosa in un paese
dove si vogliono tribunali
antichi, eterni, regolati, conosciuti; o come il 30 gennaio 1769, per
inviare al Tanucci il processo verbale del recente lit de justice tenuto dal re nel Parlamento, ma
trascorrendo subito ad altri argomenti che ora gli sembrano maggiormente occupare l’attenzione
del pubblico francese, la Du
Barry e i suoi amori col re, la Corsica, la caduta da cavallo di Luigi XV, ecc. E saranno appunto i temi diplomatici, Corsica, questioni delle visite ai bastimenti
mercantili, di Castro, ecc., o le notizie circa le vicende
di corte, intrighi, malattie. morti,
dissensi e amori, o il grande affaccendarsi al suo
progetto di una carta geografica del Regno, a occupare completamente ormai la
sua corrispondenza col ministro napoletano Tanucci. La stessa vicenda della Corsica, che in Inghilterra suscitò l’ammirazione e il
sostegno di John Wilkes,
di John Symonds e di James Boswell
per la causa della libertà del piccolo popolo e per il coraggio del suo condottiero, Pasquale Paoli,
e variamente stimolò l’interesse e la riflessione politica degl’illuministi francesi, Voltaire e Deleyre, Mably e Raynal e Tissot,
fino al Projet de
Constitution di Rousseau,
fu guardata da GALIANI escusivamente
sotto il profilo dei rapporti internazionali, degl’interessi
della diplomazia napoletana. Anche i riformatori italiani si commossero, e non
certo per spunti di un nazionalismo letterario o più o meno ... anticipatore. Dalmazzo
Francesco Vasco scrisse il suo Progetto di legislazione e Giuseppe Gorani nella primavera dei 1764 visitò
l’isola, forse alla ricerca di una terra vergine per
la sua maturante idea di un vero dispotismo.
Ma l’abate GALIANI
non colse nell’affare còrso
quel grande argomento di
controversia politica dell’Europa
illuminata, che Stelling-Michaud ha
finemente sottolineato. S’investì
esclusivamente, come ha minuziosamente puntualizzato Walter
Maturi, delle esigenze della diplomazia napoletana, che profondamente
interessata al problema del Mediterraneo occidentale, sorvegliava con diligenza
tutte le mire delle potenze europee ed italiane sulla
Corsica[42].
Secondo questa linea, tutte le soluzioni strumentalizzabili
ai fini di mantenere la Corsica al di fuori del dominio di una
potenza che potesse valersene contro i veri o supposti interessi napoletani gli
parve buona: repubblica indipendente, magari con formale soggezione a Genova,
sottomissione ai genovesi, attribuzione
al Papa, che in cambio avrebbe potuto
dare Avignone alla Francia. E, perfino, nel
sostenere questa prospettiva il cinico ma imprevedibile GALIANI
si sentiva ispirato dallo spirito di Giulio
II, un Giulio II formato diplomatico: Non è bene che la
disperazione degli uni o degli altri chiami i barbari in Italia, oggi che tutta
ha i principi suoi, o designati o istallati. Giulio II ci spese assai più sangue
inutilmente che non ci ha messo inchiostro V. E. con felice successo[43].
Salvo poi, come spesso avviene ai freddi
realisti, ingannarsi proprio nella previsione, che il suo osservatorio
diplomatico avrebbe dovuto facilitargli, delle reali intenzioni francesi nell’isola; e, ancora nell’aprile e nel luglio del 1768,
ritenere che le truppe francesi non sarebbero andate in Corsica,
perché la nazione non aveva piacere
né di questa guerra né di conquista di quell’isola, tanto che se
i Corsi ostinatamente non vorranno
sottomettersi, la Francia per rabbia ordinerà loro di seguitare a vivere come
facevano prima....
Resterà, di tutto l’affaccendarsi di GALIANI intorno a un problema di cui gli sfuggiva o non gl’interessava la funzione nello
sviluppo delle idee politiche della philosophie, il guizzo di spirito con cui inquadra il suo errore di calcolo nella difficoltà del rapporto fra
la rappresentanza diplomatica di un piccolo Stato
italiano e il ministero piuttosto altezzoso di una grande potenza europea: Quando i dettami di V. E. mi
hanno incoraggito, ho ripigliato
il discorso, e con maggior calore, giacché si era vista la vergogna e il danno
che proveniva ai Francesi da questa guerra. Mi è stato sempre risposto con
parole d’oracolo, che io non sapeva tutto;
non sapea quali idee avevano indotta la Francia a
questo partito, quale oggetto, quali futuri erano nelle ginocchia di Giove, e che perciò parlavo, ma
parlavo a caso, e con idee ristrette misere da italiano...[44].
Ma resta anche che di un episodio che la sensibilità illuministica
seppe forzare magari oltre le sue reali proporzioni
per farne un modello e un campo di prova per le sue aspirazioni politiche più innovatrici, GALIANI non
vide che l’aspetto diplomatico, di una politica internazionale in cui , fra l’altro, c’era appunto poco da agire e da guardare per il paese che
rappresentava. Sono gli anni dell’Encyclopédie
in Francia, del «Caffè» in Lombardia; e nella Napoli
di GALIANI vengono ora (1766-67)
pubblicate le Lezioni di commercio di
Antonio Genovesi; da Livorno (dove nel 1764 esce la prima
edizione) il Dei delitti e delle pene conquista l’Europa e nel 1766 Beccaria
compie la sua celebre visita a Parigi, Ora. nella
corrispondenza con Tanucci,
dell’Encyclopédie GALIANI parla due volte: la prima nella famosa lettera del
12 novembre 1764, quando, prima
di tracciare i profili letterari di Diderot e d’Alembert,
fornisce al suo ministro notizie puramente informative delle caratteristiche e
delle vicende del grande Dictionnaire; la seconda nella lettera del 24 novembre 1766,
quando ormai la distribuzione della intera pubblicazione è in pieno corso, semplicernente per dichiarare inesatta
la notizia secondo cui l’articolo Peuple avrebbe procurato ai
redattori nuove noie dalla censura, informando che si era solo voluto evitare
che l’articolo in questione si vendesse pubblicamente a Parigi e a Versailles, proprio affinché in reatà
l’invio dell’opera ai sottoscrittori,
potesse continuare regolarmente, senza lo strepito che i retrogradi avrebbero
fatto a Parigi. Di Beccaria, del Dei delitti e delle pene e di tutto il
gruppo del «Caffè» le lettere al Tanucci recano traccia una sola volta, quando, in
viaggio per ritornare a Parigi, nell’ottobre del 1766, GALIANI
si ferma a Milano, accolto molto cordialmente dal Firmian,
e insieme alla floridezza del paese, specie nell’agricoltura, crede di indicare il
movimento dell’Accademia dei Pugni come uno dei
risultati della buona amministrazione del governatore: «A
traverso al burro milanese sono sbocciati gl’impegni
ed i pensieri. Si è visto il libro de’delitti
e delle pene, e vi è già un crocchio
di molti giovani nobili, che studiano e pensano, e che il popolo perciò crede
increduli, come secoli fa gli avria creduti stregoni». Su Genovesi, poi, silenzio - e sì che, a parte
il rilievo che l’opera genovesiana
andava ormai prendendo in Italia e all’estero proprio fra il '64, anno della
grande carestia, e il '68, l’anno della seconda edizione del primo volume delle Lezioni di commercio, fra Tanucci e Genovesi si era stabilito un legame stretto
di consenso e di appoggio.
![]() |
Denis Diderot |
Appare ovvio che a
questo punto il riferimento al temperamento di GALIANI,
alle sue inclinazioni fondamentalmente di letterato, al suo lato di pigrizia e
di superficialità non è più sufficiente. Certo, ove si pensi anche al brusco voltafaccia che, caduto in
disgrazia il Tanucci nel 1766, farà contro colui che
ora come principale ministro del Regno tanto adula
in ogni sua lettera, si deve pur dire che qualcosa
di quel «genio maligno»
che, anche a seguito della personale esperienza in occasione della censura
della Nuova descrizione storica e
geografica delle Sicilie, Galanti gli rinfaccerà, GALIANI lo va mostrando nel tono
piuttosto cinico, indifferente, quasi svagato con cui. da un osservatorio così
favorevole come un’ambasciata a Parigi, attraversa le vicende cruciali di tante battaglie ideali e politiche dell’età dei lumi. Ma proprio il
confronto con Beccaria,
con Verri, con gli uomini del Caffè da un lato, con Genovesi dall’altro, suggerisce qualche
ulteriore motivo d’interpretazione e di valutazione. Temperamento
a parte, altro era stato il processo formativo
delle idee e degli interessi del figlio di piccoli proprietari terrieri del paesino
di Castiglione, del prete
povero che faticosamente si era fatto una ricca, eterogenea ma profonda cultura nella capitale, e che negli studi di economia
aveva trovato un elemento di rottura con le chiusure e i tormenti della
riflessione metafisica e teologica, verso le prospettive di un lavoro
intellettuale teso all’azione, verso l'intervento nelle cose del mondo a favore
dei ceti inferiori da cui era uscito e che continuava a guardare con curiosità
e dolorosa simpatia dalla villa del suo protettore Intieri;
e altro quello dell’abatino
figlio di un funzionario regio, educato in uno dei migliori istituti
napoletani, a cura e sotto la guida dello zio titolare di una delle più alte
cariche del Regno, presto inserito nell’ambiente culturale raffinato ma tradizionalista
delle accademie erudite, spinto a studi letterari e archeologici
e a divertimenti arcadici: tanto che l’incontro con i
problemi della produzione e dello scambio in occasione del geniale intervento
nel dibattito monetario era sembrato rimanere un episodio a sé, un intermezzo
in un’attività prevalentemente accademico-letteraria; mentre anche il soggiorno
parigino, pur nel porre GALIANI
a contatto col fulcro della vita dei lumi da una posizione fertile di relazioni
e d’informazioni, proprio nel genere di
attività, di conoscenze, di rapporti offerti da un’ambasciata, e un’ambasciata
settecentesca, recava un altro motivo di mondana superficialità, di distacco un
po’frivolo da una più approfondita e impegnata opera intellettuale. Questo
impegno culturale e civile, reso tanto deficiente in GALIANI
dalle sue origini e dalla sua formazione, aveva d’altra
parte costituito il motivo dominante della vita e dell’opera
dei giovani nobili dell’Accademia
dei Pugni, i quali, proprio da un punto di partenza così distante da quello di
Genovesi, avevano trovato nella loro ribellione all’ambiente famigliare angusto e autoritario e al
mondo di conformismo, di tradizionalismo di feticismo giuridico, di privilegio sociale di cui le
loro famiglie facevano parte. L’incentivo alla contestazione, alla ricerca di
quelle stesse vie di rinnovamento della vita economica, delle istituzioni e della
struttura politico-ammiministrativa del proprio
paese, che a Napoli avevano costituito l’obbiettivo della riflessione e dell’insegnamento di Genovesi. Già
ora, perciò, nel corso degli anni sessanta e del suo brillante soggiorno
parigino, GALIANI, che pure in termini cronologici è esattamente contemporaneo di Pietro Verri, nonostante la sua vivace
intelligenza lo renda aperto agli echi di molte polemiche illuministiche
e dei fermenti economico-sociali che ne stanno al fondo, appare quasi uomo di
diversa generazione, certo assai più distante di Genovesi, se non proprio per
modernità per il tipo specifico d’interessi
culturali e d’ideali civili, dagli scrittori e
riformatori milanesi del Caffè. Eppure il pensiero economico e civile
di Genovesi era maturato fra quei problemi posti in primo piano negli anni
cinquanta dalle conseguenze della guerra di successione austriaca, i quali ora
nel vivo degli sviluppi politici e culturali di tutta Europa dopo la guerra dei
sette anni, in quell’età
densa di contrasti d’idee
e di proposte riformatrici, in cui GALIANI,
come Verri come Beccaria,
vive la sua maturità intellettuale, non potevano non essere un po’sbiaditi, per
molti aspetti superati. Potrebbe dirsi che GALIANI
va in questo periodo affinando il suo realismo critico, la sua inclinazione per
le cose concrete. Nello stesso soggiorno a Napoli dal maggio 1765 all’ottobre
1766, inizialmente motivato da un congedo per ragioni di salute, poi in realtà
dal suo impiego nella «giunta»
che, sotto la presidenza del ministro delle Finanze Juan
Asensio de Goyzueta,
avrebbe dovuto elaborare il progetto di Trattato di commercio con la Francia,
la sua attività è interamente rivolta appunto ad analisi particolari, a
proposte relative a questioni specifiche: oltre al Trattato commerciale con la Francia, su cui naturalmente condivise
l’atteggiamento temporeggiatore di Tanucci iniziando la collaborazione di
quelle Considerazioni sul Trattato di
Commercio tra il Re ed il Re Cristianissimo, di cui è stato pubblicato il
testo[45]
e che si riproduce parzialmente in questo tomo, la questione dei Gesuiti e
quella frumentaria, ma sempre nel loro riflesso diretto sulla politica che il
governo napoletano avrebbe dovuto seguire. È prevalentemente improntata a
realismo spicciolo, a una considerazione di buon senso, anche se certo risente
della polemica illumistica contro il formalismo giuridico, la propensione
mostrata dalle citate Considerazioni
per forme naturali di commercio tra le nazioni, regolate dai soli principi di libertà
e protezione e non da specifici trattati. E sono più che altro sulla linea
di questo realismo, che ricerca l’utilità immediata del proprio paese, il
favore che GALIANI mostra
per la libertà del commercio dei grani e i consigli che rivolge al Tanucci d’introdurla
a Napoli, finché essa sembra dare buona prova nella Francia
di L’Averdy, mentre dagli arcaici sistemi
vincolistici in vigore nel Regno
derivano manifestamente solo scarsità di
produzione, abusi di speculatori, scompensi nella
distribuzione, nel consumo, in tutta la vita economica. Così infine per i
Gesuiti. In fondo probabilmente GALIANI
non ha davvero simpatia per l’Ordine, in linea con la tradizione di suo zio Celestino. Cappellano
Maggiore del Regno di Napoli. Ma, a
parte le oscillazioni che abbiamo visto nei suoi commenti all’azione contro la Compagnia di Francia, quello che gli preme
soprattutto è trarre dall’esempio francese indicazioni utili per i
provvedimenti da adottarsi dal governo di Napoli, una volta che anch’esso ha deciso l’espulsione dei reverendi padri. Dopo
la nota lettera del 5 ottobre 1767 al cardinale Orsini,
nella quale invita il prelato, decisamente incline
a difendere la Compagnia, a prendere atto del fatto compiuto della soppressione
di essa nelle maggiori monarchie
europee e convincersi che la via migliore per la Santa sede è quindi ormai la secolarizzazione dell’Ordine intero[46], ecco il promemoria inviato da Parigi
al Tanucci il 4 gennaio 1768, poco dopo aver
ricevuto la notizia che anche la Corte di Napoli aveva, nel novembre 1767,
adottato il provvedimento di espulsione. Si tratta per GALIANI
di trarre il maggior partito possibile per lo Stato
dall’abolizione dell’Ordine,
sul duplice piano della istruzione pubblica e delle finanze. Adibire quindi i
palazzi della Compagnia a una destinazione uniforme, quella della pubblica educazione della gioventù. Si eviteranno le beghe
e le spese che s’incontrerebbero ove si volessero distribuire gl’immobili
e le chiese dei Gesuiti fra altri ordini religiosi. E insicine
si riuscirà a utilizzare i beni gesuitici
rapidamente, senza troppi contrasti e indugi, per uno scopo di fondamentale importanza per ogni gran monarchia, l’educazione.…la prima delle cure
del governo.…il primo di tutti i bisogni, se è vero che i
giovani sono la speranza, e il rinovellamento d’una nazione. Subito Machiavellino
abbandona questo tono lirico, per consigliare le vie a suo parere più pratiche
ai fini di questo disegno: i sei collegi dei Gesuiti nella città di Napoli
assegnarli alle province del Regno, in modo che a ogni gruppo di due di esse ne
toccasse uno, dei centoquattro poi distribuiti nelle
altre città fare altrettanti collegi pubblici d’istruzione; porre alla testa
di questi nuovi collegi amministrazioni sul tipo di quelle che reggevano i
monti, gli ospedali, i luoghi pii laicali, che in
questo caso, secondo GALIANI
avrebbero dovuto risultare composte da un delegato regio, da un barone e da due
dottori in diritto per ogniuna delle province cui il collegio
fosse assegnato. Era un piano piuttosto semplice e pratico, che GALIANI accompagnava con varie indicazioni circa i
corsi di studio, la possibilità per gli allievi dei collegi di Napoli di
frequentare l’Università, le rette da far pagare alle famighe,
i diplomi cui la frequenza per tre anni in ogni convitto
avrebbe dovuto dar diritto, ecc. Due sole considerazioni di carattere più
generale sul carattere e gli obiettivi dell’operazione.
La prima, in perfetto stile di realismo galianeo,
sul vantaggio di ottenere un risultato positivo agli effetti dell’educazione e del risparmio di
spesa, introducendo le minori novità possibili: Le regole, i metodi, le
leggi, gli usi ai quali un popolo è già avvezzo impediscono la confusione,
l’imbarazzo, l’incertezza, che è il male delle novità. L’altra, di sapore illuministico, relativa all’opportunità che il
provvedimento proposto offrirebbe di diminuire
l’eccessivo stuolo di preti e di frati, togliendo ai seminari vescovili e ai collegi degli ordini regolari il
monopolio che in tutto il Regno essi detengono dell’educazione.
Qui GALIANI trova parole degne di un convinto
riformatore nel denunziare il male del sistema consistente nel fatto che molte famiglie, per l’impossibilità di tenere in casa i figli assicurandogli
una minima educazione, li mettono in seminario in giovanissima età, e devono
poi subire lo scandaloso e crudele abuso
introdotto dai vescovi di far pagare alle famiglie stesse tutte le spese del
periodo di alunnato, nel caso che i seminaristi giunti all’età conveniente non vogliano
prendere gli ordini ecclesiastici: con il risultato che lavarizia, o l’impotenza
de’padri lascia ingaggiar per forza tanta gente nello stato ecclesiastico. Abuso che diminuirebbe di molto se
le famiglie potessero collocare i propri
giovani nei collegi regi, mentre d’altra
parte si rinnovassero i divieti canonici di consacrare i seminaristi
prima dell’età
consentita per il noviziato. Nel suo avviso ai lettori dell’Encyclopédie dell’agosto del 1765, in occasione del
compimento dell’opera e della sua distribuzione
per intero, Diderot aveva scritto: Puisse
l’instruction générale
s’avancer d’un
pas si rapide que dans vingt
ans d’ici il y ait à
peine en mille de nos pages une seule ligne qui ne soit
populaire. Niente di simile potrebbe trovarsi nelle
idee sull’educazione del petit abbé che pure per il suo spirito e la
vivacità del suo dialogo Diderot stesso tanto
ammirava. Anche l’istruzione generale è in fin dei conti per GALIANI
un instrunentum regni nel quadro del sistema vigente:
meglio se si può perfezionarlo nell’interesse dello Stato, diminuendo
il prepotere che vi esercita il clero,
grazie anche all’occasione offerta dalla soppressione nei vari paesi dell’ordine dei Gesuiti. E la fragile
vena illuministica della riprovazione per lo scandaloso e crudele abuso
dei vescovi reclutatori a forza di novizi viene
assorbita subito in lui nel filone, generico e in fondo
tradizionale nella cultura napoletana, del giurisdizionalismo.
Niente, nel segretario della legazione di Ferdinando IV a Parigi, di quella dimensione di rottura con tutta la struttura politica e culturale
del vecchio regime secondo cui la «istruzione
generale» è considerata dal grande autore dell’Encyclopédie.
GALIANI e Diderot frequentano
in questo periodo lo stesso ambiente di salons intellettuali della Parigi
dei lumi, stanno divenendo amici, hanno molti giudizi in comune sulla
letteratura e sull’cconomia.
Ma quel Diderot c’était toute autre chose[47]. Nello spirito profondo
dei lumi, e particolarmente in quello più radicalmente
eversore degli enciclopedisti
che pure gli furono più vicini, GALIANI
non entrò mai, neppure nel periodo di
stretto contatto e di reciproci trasporti amichevoli
che furono gli anni parigini dell’abate.
In fondo gli entusiasmi dei suoi amici francesi appaiono all’inizio
rivolti piuttosto alla sua verve
di conversatore che non a più solide
qualità. Anche delle sue
celebri barzellette Diderot riferiva a Sophie Volland:
Tout cela n’est pas trop bon;
mais l’à-propos, la gaieté,
y
donnent un sel volatil
qui se dissipe et ne se retrouve plus quand
le moment est passé[48].
L’epicureismo dell’abate
era nell’interpretazione
di d’Holbach
una tendenza all’ozio, che probabilmente (come poi avvenne) non gli avrebbe
consentito neppure di portare a termine il suo commento
a Orazio. Insomma, come diceva ancora Diderot a Sophie Volland,
l’amore di GALIANI per Parigi dipendeva
essenzialmente dal trovarvisi perpétuellement en spectacle.
Contatto continuo e strettissimo, certo, quello fra il petit abbé e
i suoi amici illuministi:
proprio André
Morellet, cui il ricordo della polemica aspra avuta con lui circa i Dialogues non doveva essere gradito, ricorderà nei suoi Mémoires che durante
gli anni sessanta i membri della coterie a Parigi passavano la vita insieme a GALIANI. Ma cogliere
un rapporto effettivo di comuni interessi culturali
e civili fra i philosophes e il loro bizzarro amico napoletano
riesce difficile. Tanto più sorprendente può
quindi apparire l’improvviso intervento di GALIANI
nella discussione sulla libertà del commercio
dei grani, che in Francia aveva già avuto tanti illustri protagonisti, e il
grande effetto che il suo libro ebbe, accentuando se non provocando il distacco
di alcuni dei più famosi enciclopedisti, in
primo luogo Diderot, dai fisiocrati. Sulle prime sembrava anche quella una querelle
presa quasi per il gusto dialettico della conversazione nei
salotti della Parigi illuminata: a cena dal barone
d'Holbach per
la prima volta GALIANI, a quanto
appare dalla corrispondenza di Diderot,
aveva interloquito sul problema[49],
mescolando interventi seri, come la
difficoltà di abolire le leggi anche cattive, quali potevano essere quelle
vincolistiche, quando non si hanno ministri capaci di fare eseguire quelle buone, a
bizzarrie, come la sortita che l’agricoltura, la
più importante delle condizioni,
era stata ormai avvilita grazie a quattromila
anni di sforzi, sicché cercare di tirarla su equivaleva a ridurre a
niente i duchi e i pari e a condurre il re in seno al parlamento accompagnato
da dodici fornai. Ed era la stessa serata in cui
l'abate aveva compiuto un’appassionata apologia
di Caligola! Ma, solo pochi giorni dopo, la più meditata critica antiliberistica che doveva d’un
colpo conquistare Diderot: Enfin, l’abbé GALLIANI s’est expliqué net. Ou il n’y a rien de
démontré en politique, ou il
l’est que l’exportation
est une folie. Je
vous jure,
mon amie,
que personne jusqu’à
présent n’a dit le premier mot de cette question. Je
me suis prosterné devant lui pour qu’il
publiât ses idées. Voici seulement
un de ses principes:
Qu’est-ce que vendre du bled? - C’est échanger du bled contre
de l’argent.
- Vous ne sçavez ce que vous dites;
c’est échanger du bled contre
du blé.
A présent, pouvez-vous
jamais échanger avec avantage le bled que vous avez contre du bled qu’on vous vendra?....
Ma questa
famosa lettera di Diderot a Sophie Volland del 22 novembre 1768 niente ci dice in sostanza sulla genesi
delle nuove idee di GALIANI sul commercio dei grani. L’avevamo lasciato, nelle lettere al Tanucci fino
almeno agl’inizi del '68, decisamente favorevole alla libertà frumentaria: e ora già nel novembre di quello stesso
1768 il piccolo abate sbalordisce gli amici illuministi
con l’originalità e la nettezza della sua presa di
posizione antiliberistica. La storia di questa
genesi l’ha delineata da par suo
Franco Venturi nel suo articolo Galiani tra enciclopedisti e
fisiocrati. Fra il '64 e
il '68 l’abate ci appare di sovente
piuttosto un riflesso. sia pure un brillante riflesso, di questi dibattiti e
problemi più che non l’assertore
d’una concezione tutta
sua e personale. Lo vediamo cambiare con i tempi, mutare
col mutare delle situazioni, sensibilissimo testimone e lucidissimo
spettatore d’un dramma
che lo circonda. Particolarmente sensibile, in linea con il suo realismo empirico, egli fu dunque alla crisi che proprio nel corso
del 1768 si verificò in Francia: crisi dei principi fisiocratici,
con gli editti del '63-'64 sempre più
violati dal governo e dalle autorità locali, attacchi di pubblicisti e di
alcuni parlamenti contro la stessa legislazione
di libertà, crisi economica, con penuria
di grani e rialzi dei prezzi che provocarono tumulti in Normandia, nel Maine, nella Touraine, con la
conseguenza infine della sostituzione, al Contrôle
général,
del L’Averdy con Étienne
Maynon
d’Invault,
un cambiamento che non migliorò le cose. Certo, a parte l’esperienza diretta,
su GALIANI particolarmente
influente, di fatti come le difficoltà francesi attuali e la carestia
napoletana del '64, cui le timide iniziative liberistiche del Tanucci
non avevano portato davvero efficace rimedio, il dibattito d’idee in Francia fra il '67 e il '68
si era arricchito di sintomatiche punte antifisiocratiche: del '67 sono i Principes
et observations œconomiques
del Forbonnais, forse il più importante e
significativo scritto diretto contro i fisiocrati in
quel momento[50],
e del '68 è L'homme aux quarante écus di Voltaire,
che all’approfondita discussione di teorie
economiche sostituiva, talora con effetti più distruttivi sul piano dell’opinione pubblica, l’inimitabile vena satirica del patriarca di Ferney. Ma il curioso e significativo
è che di simili letture non si ha traccia espressa nelle lettere di GALIANI a Tanucci di questi
mesi[51].
Le avesse o no fatte, è comunque probabilmente
appropriato al nostro abate il giudizio negativo della Réfutation del Morellet
su quelli qu’on appelle gens
sages, réservés, modérés; mais dont la sagesse, la réserve,
la modération ne sont
souvent que l’art
d’écarter tous les mouvemens qui pourroient troubler
leurs tranquilles jouissances, et, puisqu’il faut le dire, une véritable indifférence pour le bien
de leur nation et de l’humanité; e a quel giudizio, con diretto riferimento a GALIANI, faceva
eco la precisa valutazione di Turgot, nella sua
celebre lettera a Mademoiselle Julie
de Lespinasse
del 26 gennaio 1770: Je
n’aime pas
non plus à le voir toujours si prudent,
si ennemi de l’enthousiasme, si fort
d’accord avec tous les ne quid nimis,
et avec tous
ces gens
qui jouissent du présent et qui sont fort
aises qu’on laisse aller le monde
comme il va...Oh! tous ces gens-là ne doivent pas aimer l’enthousiasme,
et il doivent appeler enthousiasme tout ce qui attaque l'infaillibilité
des gens en place, dogme admirable de l’abbé, politique de
Pangloss, qu’il étend à tous les lieux et à tous les temps. Ed è conclusivamente valido il giudizio di Venturi
sulla differenza di fondo fra GALIANI
e gli economisti, secondo cui mentre l’abate napoletano
ritornava alla ragion di Stato, ai ragionamenti d’opportunità,
all’analisi sagace delle nuove forme di governo, i fisiocrati
ed i loro amici insistevano sulla distinzione sempre più netta tra il potere e le leggi economiche, tra
le varie forme di governo e la società civile, ribadendo, approfondendo quella
che era la loro grande scoperta, l’autonomia cioè della scienza e della realtà economica. Ma lo stesso Venturi aggiunge che in GALIANI, al di là della Lucida
maschera di empirismo
e magari di scetticismo, stava una importante scoperta: la differenza di
strutture economiche e sociali fra paesi agricoli e paesi manufatturieri,
fra paesi arretrati e paesi progrediti, e quindi la necessità di tener conto di
queste diversità di situazioni ambientali, naturali, climatiche,
economiche, di non ritenere ovunque applicabile
la ricetta schematicamente liberistica dei fisiocrati, di tener conto che il loro assoluto e dottrinario privilegiamento dell’agricoltura come fonte di
ricchezza poteva non andare affatto bene per paesi dove l’agricoltura aveva
ormai, nelle condizioni dell’epoca,
assai poco da offrire e dove
quindi il gran punto dello sviluppo economico sembrava la protezione e l’incremento delle manifatture.
Che sono i inotivi più essenziali e persuasivi
dei Dialogues,
ripresi da Diderot, dunque da colui che
rappresenta tutto il contrario della insensibilità all’esigenza
delle riforme o dell’ossequio verso i gens en place, nella sua appassionata Apologie
de l'abbé GALIANI. Eppure, restando valide anche le finissime analisi che Venturi dedica al significato e
ai limiti delle divergenze che seguirono in merito fra gli enciclopedisti, per GALIANI
il discorso deve essere ripreso nel quadro di quello che ci si è configurato fino ad ora tutto il corso
del suo pensiero e il tono della sua personalità. Certo inappuntabile il
discorso del quinto dialogo sulla condizione più progredita dei paesi manufatturieri
rispetto a quelli agricoli. Ma in questo inno di GALIANI
alle manifatture come fonte di «una circolazione rapida e uniforme
delle ricchezze», di una maggiore costanza
della produzione di un paese attraverso le vicende del clima e delle
circostanze naturali, come lievito civile e sociale che spazza via soprusi. anarchie, pregiudizi, superstizioni, non tutto è progressivo» come potrebbe
apparire. Al fondo circolano idee legate a tutto un
sistema economico vincolistico,
che, nonostante le affermazioni del «cavalier Zanobi
a favore dei princìpi di libertà, suonano arcaiche, probabilmente
contrarie a quello stesso sviluppo generale della produzione e della
circolazione dei beni che mediante le manifatture si vorrebbe promuovere.
Soprattutto, l’idea che lo sviluppo delle manifatture provochi anche l’incremento
dell’agricoltura, fornendo ai coltivatori capitali che li mettano al sicuro dalle
perdite provocate dalle circostanze atmosferiche
e gli consentano di portare migliorie ai propri
terreni, è settorialmente limitata al ricambio di
capitali nell’ambito di una stessa famiglia, di cui alcuni membri siano
agricoltori e altri lavorino nell’industria, e prescinde quindi dalla reciproca, cioè dall’impulso che un’accresciuta
produzione agricola, stimolata da maggiore domanda del prodotto, può su di un
piano più generale dare all’industria, fornendo maggiori quantità di mezzi di
sussistenza, aumentando essa stessa la circolazione dei belli, la formazione di
capitali ecc. Ne conseguono, anche nei successivi dialoghi, considerazioni che
sotto la brillante crosta di persuasività, di
realistico buon senso demolitore degli schemi fisiocratici, celano quella cautela,
quella paura del nuovo che Turgot già notava come l’elemento
essenzialmente conservatore del
pensiero di GALIANI. Per giudicare se l’esportazione
è utile, accertare ogni volta - con i mezzi
statistici dell’epoca! - se c’è un eccedente di
grano rispetto al consumo nazionale. Alla certo frettolosa assolutezza del liberismo
fisiocratico, contrapporre che l’esportazione del
grano fu in genere praticata con successo da paesi la cui popolazione era
diminuita a seguito di guerre esterne o intestine, come la Francia dopo le
guerre con gli Asburgo o l’Inghilterra dopo la
guerra delle due Rose, e presentare questa tesi come risultato di concreta
esperienza, in confronto al dottrinarismo fisiocratico. E giù fino al VII
dialogo, con la sua dimostrazione che il commercio del
grano non è vantaggioso, per una serie di ragioni che vanno dalla pesantezza e dall’ingombro
alle difficoltà di conservazione e di magazzinaggio, al fatto che esso si svolge solo dopo la
raccolta, la battitura e l’immagazzinamento,
cioè in quella stagione poco propizia che è l’autunno, alle esigenze di fretta
e alle possibilità di perdite che lo caratterizzano ecc.: ma in fondo per un
motivo centrale, enunziato fin dall’inizio,
e collegato all’antica paura di carestie, sommosse popolari, ecc., il motivo
riassunto nella formula che il grano non è oggetto di commercio ma di amministrazione. Forse è più in
queste argomentazioni che non nella geniale descrizione
della situazione dei paesi arretrati, a economia quasi
esclusivamente agricola, in confronto ai paesi progrediti, con manifatture
ad alto livello di sviluppo, o nella in fondo sensata e realistica
proposta finale di consentire esportazione e
importazione dei grani ma con una determinata imposta, è piuttosto in quelle
motivazioni di teoria economica che appare il contrasto più netto fra GALIANI e i fisiocrati:
quel contrasto che, se vide Diderot dalla parte del
primo, quasi sedotto dal suo buon senso e dal suo spirito, suscitò a Ferdinando GALIANI
la indignata reazione dei Dupont de Nemours,
dei Baudeau, dei Roubaud
e anche del Morellet. Se infatti la contrapposizione delle condizioni dei
paesi poveri agricoli a quella dei ricchi manifatturieri
era inoppugnabile, contro l’innegabile schematismo settario dei fisiocrati[52],
peraltro respingere di nuovo tutta la materia granaria
sotto l’impero dell’amministrazione, sottraendola
al commercio, considerare il commercio del grano sotto il solo punto di vista dell’interesse di chi lo effettua e
non sotto il più ampio angolo visuale della circolazione del prodotto e dello
stimolo alla coltivazione, limitare la considerazione del rapporto agricoltura-manifatture al punto della possibilità di
disporre di certi capitali da parte degli agricoltori, e non estenderla alla
questione di un più ampio e libero ricambio e di un reciproco incremento fra le
due branche della produzione, era indubbiamente
porsi sulla linea di una certa resistenza a quei motivi di rinnovamento di tutta
la vita economica che erano comuni al pensiero riformatore settecentesco, non solo quindi dei fisiocrati ma anche dei più avanzati discepoli di Gournay, Herbert, Véron de
Forbonnais, Plumard
de Dangeul.
Naturalmente sono posizioni che non vanno viste e giudicate
in assoluto: né GALIANI
né i suoi avversari, come nessun economista di qualsiasi tempo, possono essere catalogati come più o meno avanti sulla scala di valori
di una perennemente valida scienza sulla economia,
ma devono esser considerati e valutati per il significato delle loro idee in
rapporto alle condizioni e alle tendenze della vita economica
della loro età. Ora, da questo punto di vista, certo né l’engouement dei fisiocrarti per l’agricoltura, né la
loro teoria del prodotto netto, né la loro proposta dell’imposta
unica fondiaria, e neppure il loro assoluto liberismo si
riveleranno mai suscettibili di completa
attuazione. Eppure queste loro idee nel rompere
con il vecchio sistema vincolistico, con gli arbìtri e le bizzarrie dei regolamenti,
con i privilegi, spesso contrari
all’interesse economico della produzione, in base ai quali da Colbert in poi si erano sviluppate
le manifatture in Francia, nel richiedere
libertà di traffici, d’investimenti,
di scambi interni e internazionali, nel promuovere un laissez faire che rispettasse le esigenze naturali della iniziativa
economica, corrispondevano alle tendenze di una fase di sviluppo della società,
del suo passaggio da un sistema per molti aspetti ancora feudale-corporativo
a un sistema di proprietà e d’iniziativa
individuale, tipico dell’ascesa
della borghesia. Vi corrispondevano certo più che con le cautele, i «distinguo, le nostalgie vincolistiche,
i riguardi per la ragion di Stato di GALIANL e perfino più che
non le sue preoccupazioni umanitarie, riconducenti
alla vecchia prassi antieconomica e piena di abusi
dei «magazzini di abbondanza»
e delle grascie contro le carestie. E
quindi lo sviluppo stesso della nuova economia industriale dei primi dell’Ottocento all’insegna del liberismo manchesteriano
sarà certo più da ricollegarsi alle arditezze schematiche dei filosofi agricoli, al loro dottrinarismo
volto a fissare le leggi specifiche dell’economia,
che non al timido realismo, al buon senso composito
e in fondo consevatore di Ferdinando
GALIANI. Aveva ragione il Dupont de
Nemours
a deplorare che un italiano che era sul
punto di andarsene pretendesse di liquidare tutto lo
sforzo di rinnovamento teorico nell’analisi specifica dei fenomeni della produzione dello
scambio del consumo, portato dalla «nuova
scienza» degli economisti,
con poche considerazioni brillanti, e spesso sensate, ma pur
sempre ispirate per buona parte alla critica spicciola, al realismo contingente dell’uomo
qualunque. D’altronde, non aveva torto Diderot nella
sua Apologie
a lodare GALIANI per aver
ragionato sulla base degli esempi, Ginevra come Stato piccolo, l’Olanda come medio, la
Francia e l’Inghilterra come grandi Stati agricoli e manifatturieri
insieme; per aver contrapposto alla fiducia illimitata
dei fisiocrati negli effetti taumaturgici
della libertà del commercio di far
giungere immediatamente le quantità di grano
necessario nelle province colpite da carestia, il calcolo di tutti i dettagli di paure, avidità, speranza, che all’atto pratico potevano intralciare l’afflusso dei
grani dove ci fosse bisogno e provocare la fame e la
morte fra le popolazioni; per essersi mostrato scettico circa il generale arricchimento che libertà di commercio, aumento
della domanda e del prezzo avrebbero prodotto nelle campagne: non sono i fittavoli agiati notava l’enciclopedista
a costituire la società delle campagne, ma la
massa dei braccianti; e io chiederò se i primi, divenuti più agiati,
faranno rifluire sugli ultimi la loro ricchezza e li trarranno dalla loro miseria.
Il fatto è che ai tempi lunghi dei fisiocrati,
miranti a un generale rivoluzionamento
della produzione, sotto la spinta dell’accresciuta
circolazione conseguente all’assoluta libertà commerciale,
all’aumento della coltura dei terreni,
alle migliorie agricole, agl’investimenti produttivi
sia nell’agricoltura che nelle manifatture, GALIANI
contrappone il tempo corto del periodo di crisi e di transizione che ha sotto
gli occhi, con gli scompensi che gli esperimenti di liberalizzazione
provocavano, fra persistenza di vecchie mentalità e di vecchie abitudini, malvolere di autorità intermedie
e locali, difficoltà dei trasporti, scarso sviluppo manifatturiero e quindi
scarsa consistenza capitalistica di molti
paesi, miseria delle masse
cittadine a un livello limite, difficoltà finanziarie di quasi tutti gli Stati,
incapaci di assicurarsi le entrate necessarie mediante sistemi di una qualche giustizia fiscale, e
portati quindi a fare affidamento sulle dogane e a lasciar sussistere i vecchi abusi e ruberie di
funzionari e di privati, pur di avere in caso di
bisogno l’effimero rimedio contro la carestia.
Su queste basi si fondava il suo libro, intelligente ed
eloquente, la sua brillantissima critica degli eccessi dottrinali del liberismo fisiocratico.
Se a un uomo come Dupont de Nemours, che aveva dedicato tutta la sua vita alla elaborazione e alla diffusione dei
principi della setta, i Dialogues potevano
apparire solo un pamphlet malvagio e frettoloso, una spiritosa ma superficiale diffamazione delle idee fisiocratiche,
sul piano immediato le critiche di GALIANI contro lo schematismo
della scuola e i pericoli che ne seguivano nella pratica
applicazione delle norme di libertà
avevano pure una loro giustificazione. La storia delle principali reazioni che
i Dialogues
suscitarono nei periodici francesi e in specie tra i fisiocrati,
delle prese di posizione dei principali illuministi,
da Voltaire nell'articolo
Blé delle Questions sur
l’Encyclopédie a Diderot
con la sua Apologie, della diatriba fra GALIANI e Morellet,
cui quest’ultima
si riferiva, degl’interventi più o meno
appropriati e competenti di pubblicisti generici, come
Simon-Nicolas Linguet, Louis-Sébastien Mercier, Élie-Catherine Fréron, è stata delineata da Nicolini
nelle sue Appendici ai Dialogues, da Venturi nel citato articolo,e da me
Furio Diaz in Filosofia e politica nel settecento francese.
Qui interessa ricordare quello che di questi echi può valere
a illustrare il significato che ai più avvertiti dei contemporanei
il libro di GALIANI sembrò avere. Della discussione
diretta dei fisiocrati contro GALIANI
abbiamo sentito sopra l'accorata ma in fondo non ingiustificata accusa del Dupont
de Nemours contro la
facilità sbrigativa di una critica volta contro certi aspetti appariscenti
della politica di libertà, non approfonditi nel loro fondamento
teorico né oltrepassati da uno sguardo che
sapesse cogliere le loro più mediate implicazioni. Ma GALIANI
poteva controbattere che quegli aspetti, che egli dipingeva nei
loro effetti immediati con un realismo
spregiudicato che non si lasciava mettere in soggezione dall’apparato sistematico
della nuova scienza, erano capaci di provocare conseguenze di fatto rovinose
per la vita di milioni di persone. E,
rischiava di restare un dialogo fra sordi. Come appariva nella forma più
sintomatica dal fondamentale motivo con cui il Le Mercier de la Rivière
nel suo L'intérêt général de l’État, ou
la liberté du commerce des blés e il suo
recensore sulle Éphémérides du
citoyen,
Jean Vauvilliers,
confutavano le argomentazioni dell’abate
napoletano. La libertà economica, essi dicevano, è un tutto armonico, conforme alle leggi naturali della
produzione e dello scambio, che non si può scalfire in un punto senza rovinare
tutto il resto; devono usufruirne agricoltore e
produttore industriale, perché ciascuno vuole essere pagato per i frutti del
suo lavoro, senza farvi partecipare altri: Tous deux
sont également maîtres de leurs travaux, tous deux également libres d’offrir
et d’accepter l’échange
qui leur est le plus avantageux; égalité de travaux,
égalité de
liberté, égalité
d’intérêt[53].
Solo la proporzione naturale e spontanea
deve allora regnare fra i prezzi di tutte le cose commerciali: intervenire con
privilegi, vincoli, imposte limitative, come quelle proposte da GALIANI,
significa produrre innaturali abbondanze o scarsità, le prime delle quali
rovinano i venditori, le seconde i compratori.
Già: ma GALIANI, sulla base di esperienze più o meno
esaurienti, ma spesso più effettuali della legge naturale dei fisiocrati, aveva annunziato il pericolo che fosse
l’assoluta libertà a generare la scarsità, e, nel caso dell’importazione,
anche l’eccessiva abbondanza. Di fronte a questa incomunicabilità fra i fisiocrati
e il loro critico, Voltaire, che stava scrivendo
allora le Questions sur
l'Encyclopédie, non si lasciò sfuggire l’occasione per un frizzante quadretto: Des gens
de beaucoup
d’esprit et
d’une
bonne volonté sans
intérêt avaient écrit avec autant de
sagacité que de courage
en faveur de
la liberté illimitée
du commerce des grains.
Des gens qui avaient
autant d’esprit et des
vues aussi
pures écrivirent dans l’idée de limiter
cette liberté; et monsieur l’abbé
GALIANI,
napolitain, réjouit la nation française sur l’exportation des
blés. Il trouva le secret
de faire, même
en français , des
dialogues aussi amusants, que nos meilleurs romans, et aussi instructifs
que nos meilleurs livres
sérieux. Si cet ouvrage ne fit pas diminuer le prix
du pain, il donna beaucoup de plaisir à la nation, ce qui vaut
beaucoup mieux pour
elle. Les partisans
de l’exportation
illimitée lui répondirent vertement.
Le résultat
fut que les
lecteurs ne surent plus où ils
en étaient.... Ma non era soltanto
dello spirito. Con la sua solita acutezza la brillante ironia di Voltaire individuava un carattere reale di tutto il
contrasto; e poteva farlo proprio mettendosi
dal punto di vista un po’distaccato e moqueur del filosofo illuminista.
Venturi ha mostrato come la stessa svolta di Diderot
dalle idee fisiocratiche a quelle di GALIANI non fu così rettilinea e decisa come potrebbe
sembrare dalla redazione finale dell’Apologie. Per
lungo tempo esaminando la querelle
fra i due comuni
amici, GALIANI e Morellet,
Denis fu portato a veder torto e
ragione in entrambi, a gettare dell’acqua sul fuoco dei suoi vecchi
entusiasmi fisiocratici, sulla base delle critiche sperimentali del petit abbé,
ma non trascurando di rilevare che
anche questi aveva spesso sbagliato, per mancanza d’informazione
e per gusto polemico. E anche nella redazione
definitiva del suo scritto a difesa di GALIANI
contro Mords-les,
proprio sul punto fondamentale del rapporto fra manifatture e agricoltura manifestava una profonda
perplessità circa la sicurezza mostrata dal primo della superiorità delle manifatture nella
vita economica di un paese e quindi della necessità di subordinare al loro
incremento tutta la politica economica
relativa all’agricoltura e ai grani: Mandate un milione di uomini a Lione e
vi produrrete la miseria, gettate un milione di agricoltori in più in qualsiasi
posto di Francia a vostra scelta, e vi produrrete pure la miseria; perché
bisogna che l’accrescersi della manifattura
proceda poco a poco affinché lo segua l’accrescersi dell’agricoltura.
Perché c’è un punto che l’abate GALIANI
e l’abate Morellet hanno trascurato entrambi; a
gara l’hanno scavalcato in senso contrario, e, fatto il salto, si sono trovati
l’uno e l’altro ugualmente lontani dalla verità. Il fatto è che la discussione tenuta
sui binari della contrapposizione di due concezioni della economia, della
produzione, dello scambio non poteva certo trovare allora la sua soluzione. Se GALIANI colpiva giusto quando soffiava negl’ingranaggi lucidi ma dottrinari
dell’argomentazione
fisiocratica i granelli
piccanti delle sue osservazioni realistiche, delle
sue considerazioni sensate, della sua intuizione della fondamentale
diversità di condizione fra paesi agricoli e paesi manifatturieri, egli stesso
cadeva in una sorta di schematismo, e per di più
arcaico e contradittorio, quando si faceva
prevalente nel suo discorso l’impostazione
mercantilistica
stretta, quando di fronte al blocco dei princìpi
fisiocratici affioravano in lui le tradizioni di un
protezionismo preconcetto, per larga parte fondato sulle vecchie paure e sui
vecchi abusi e privilegi dell’assolutismo e dalla ragion di
Stato seicenteschi. Diveniva allora facile ritrovare
nei Dialogues
incertezze, angustie, contraddizioni, come ad esempio faceva l’ufficioso Mercure de France nella sua recensione dell’aprile 1770. Se molte contraddizioni di GALIANI apparivano al
recensore giustificabili con la forma dialogica del suo scritto, diverso, apertamente ironico
suonava il giudizio circa le conclusioni dell’ottavo
e ultimo dialogo: Le 8ª
dialogue couronne ce pénible travail par deux
impôts, l’un de
50 sols sur chaque septier de
bled exporté, droit
destiné à repousser le grain
dans l’intérieur,
et dont
l’effet naturel
en sera de le faire tomber à vil prix;
l’autre, de
25 s. sur chaque septier de bled importé, droit imposé pour que le grain
éntranger ne fasse
pas
tomber à vil prix le grain
du crû,
et dont l’effet nécessaire sera de
faire payer
les secours plus cher aux consommateurs
lorsqu’ils seront
dans le besoin.
Il est évident que l’auteur
veut faire le bien.
- Nous n’avons
exposé que les
résultats de
chaque dialogue; mais ils suffisent pour
faire sentir l’art prodigieux
que M. l’abbé
G...doit avoir employé pour y
avoir tranquillement amené ses lecteurs.
Se il
dibattito d’idee economiche
fra GALIANI e i fisiocrati
era quindi in fondo il riflesso, nella forma di un contrasto certo per allora
insolubile, di una situazione di crisi e di transizione della struttura
economico-sociale, i Dialogues
costituivano insieme un nuovo eccezionale exploit letterario dell’abate e una conferma delle
tendenze della sua personalità e del suo intelletto. GALIANI
stesso nel suo libro aveva fatto affermare al cavalier
Zanobi di non aver avuto tempo di leggere i molti
scritti dei fisiocrati, lasciando la parte di
informato relatore dei princìpi della setta
al marchese di Roquemaure: e su questo punto era
stato punzecchiato dai suoi avversari, in primo
luogo dal recensore del Mercure de France. Era stata certamente quella
un’ostentazione polemica, una delle trovate che avevano consentito all’autore
di presentare il suo scritto come opera spregiudicata, ispirata dal buon senso,
l’antidoto insomma del dottrinarismo fisiocratico. Ma se le dottrine della «nuova scienza»
le conosceva certamente anche per la lettura diretta, di assicurare che GALIANI avesse fatto uno studio organico e approfondito
dei testi fisiocratici non si può dire. Anche
qui la vivacità del suo ingegno gli aveva evidentemente consentito d’impadronirsi dell’essenziale
delle dottrine che intendeva criticare; magari spesso un po’a orecchio. E la sua polemica, brillante,
intelligente, acuta, ne aveva tratto peraltro qualcosa come di superficiale e d’improvvisato. Ciò
che non era sfuggito certo al Dupont de Nemours,
nel pezzo stesso in cui aveva deprecato l’arditezza
aggressiva di questo italiano qui
s’en allait
tout à l’heure: En
général, il est bon
de rire,
sans doute: mais rire
aux dépens des
gens à qui l’on raviroit le pain
et la liberté, seroit une chose
bien cruelle.
Nous croyons avoir montré...par
l'extrait fidèle
du Livre de M. l’abbé
G. combien ses plaisanteries sont
déplacées, et combien sa législation
vacillante et les impositions onéreuses dont il propose de
charger le commerce des
grains produiroient
de funestes
effets[54]. Il fatto stesso che i fisiocrati
si risentissero tanto delle plaisanteries di GALIANI mostra come fossero da tutti avvertiti quel vigore
polemico e quella vivacità espositiva
dei Dialogues,
che avevano incantato anche un Voltaire nei primi
giudizi che egli aveva dato, con l’occhio prevalentemente ai pregi letterari del libro. Ma non sarebbe giusto, oggi,
lasciarsi trasportare completamente dall’ammirazione
per l’arguzia e l’abilità
dialettica che facevano dell’opera
galianea un vero piccolo capolavoro, fino a
disprezzare, come allora Grimm nel suo Sermon del
gennaio 1770 o come di recente il Nicolini nella sua
edizione dei Dialogues,
tutta la produzione contrapposta dei fisiocrati, magari con l’argomento che in
codesta preannunziata
tenzone di plaisanteries
il noiosissimo abate Roubaud fa piuttosto la figura dell’orso
che balla[55]
e che quindi la profezia delle Éphémérides
secondo cui i Dialogues
sarebbero presto passati mentre le polemiche
dei fisiocrati contro GALIANI
sarebbero rimaste, doveva poi verificarsi del tutto alla rovescia. A
prescindere dalla verve
letteraria, non potrebbe certo dirsi che le teorie e le polemiche fisiocratiche abbiano lasciato meno traccia nella storia
delle idee e delle vicende economiche che non la vivacissima, ma pur sempre un po’frettolosa e superficiale sortita dell’abate napoletano.Il quale non a
caso proprio in quel 1769-70 in cui con tanta ansia curava presso gli amici Diderot e Madame d’Épinay la pubblicazione del suo scritto, cominciava a
manifestare fastidio verso Beccaria e il suo grande
manifesto di radicale umanitaria riforma, deridendone anche con gusto assai
discutibile le supposte disavventure coniugali. Quasi a ribadire che al fondo della
pur spesso sensatissima
critica antifisiocratica dei Dialogues serpeggiava una vena di
conservatorismo, di sfiducia nelle idee di riforma, nelle novità cui, da
diversi punti di vista, sul piano economico o su quello filosofico-politico, fisiocrati e uomini dei lumi aspiravano. Perfino quando
in un successivo mémoire
sulla carestia in Francia e i danni dell’editto
del '64, inviato ad Antoine-Raymond de Sartine
tramite la d’Épinay
nel dicembre 1770, GALIANI sembrava fare appello ad
una norma naturale per giustificare le sue tesi, era una natura intesa in senso
conservatore, di ammonimento a rispettare la
tradizione, ciò che era sempre avvenuto in quanto doveva appunto esser conforme
alle condizioni naturali dei paesi, che egli faceva scendere in campo contro le
leggi di libertà di esportazione del grano. Laddove
si hanno paesi davvero produttori di grano, scriveva, la libertà di
esportazione si è stabilita da tempo immemorabile,
senza bisogno di legislazione apposita, come ad esempio
da oltre duemila anni si è praticato in Africa e in
Sicilia: Ni
les vers, ni les arabes, ni les espagnols
des trois Philippe,
encore plus arabes que les arabes, concludeva n’ont jamais pu
déraciner de
la Sicile une loi
naturelle inhérente au sol; elle subsiste toujours, parce
que opinionum commenta delet dies,
naturae iudicia confirmat. Ed era un ragionamento abile. apparentemente
fondato su di un’inoppugnabile risultanza
della stessa struttura naturale della produzione e dello scambio, ma in fondo capzioso: in quanto i fisiocrati
partivano dall’idea che far trionfare le leggi
naturali dell’economia comportava cambiare
molte cose, che le avevano distorte
o compresse, e concepivano quindi la
libertà naturale come fonte di novità, di miglioramenti crescenti per il
presente e più ancora per il futuro; mentre GALIANI fissava la legge
naturale economica in ciò che era sempre avvenuto, magari durante secoli di estrema decadenza della ricerca di mezzi
tecnici e produttivi, di pregiudizi grossolani circa la ricchezza,
la produzione e il commercio. E pretendeva che per
sistemare il problema del commercio
e della distribuzione dei grani, per evitare carestie e fame, occorresse una legge perpetua sì da impedire
a coltivatori e mercanti di speculare sui prevedibili
cambiamenti imposti dalla forza delle cose, e addirittura che questa legge
perpetua fosse quella della esportazione limitata da imposte, quale egli stesso
l’aveva delineata nell’ottavo
dei suoi Dialogues!.
Non bisogna mai dimenticare che, come sempre nella storia, le tendenze e i
mutamenti più notevoli del trend nel XVIII secolo non solo si
differenziano a seconda delle stesse peculiarità naturali, climatiche e socio-economiche
dei molti paesi in cui l’Europa
è divisa, ma hanno andamento e sviluppi diversi in base
alla volontà politica che in essi interviene. E questa
volontà è a sua volta la risultante di
motivazioni diverse e complesse,
ideologiche, civili. culturali, oltre che economiche e sociali, sì da non
potersi certo ricondurre
meccanicamente a espressione del trend stesso.
Tipicamente, in quei grossi fenomeni
che in tutta Europa,
dal piano demografico a quello economico, caratterizzano gli anni 1760-65, le reazioni
dei gruppi dirigenti appaiono estremamente varie, in conseguenza della situazìone della produzione e dei diversi ceti cconomici, come della maggiore
o minore penetrazione delle idee e teorie politiche
ed economiche peculiari del secolo dei lumi.
Ad esempio alla carestia del’63-64, che
colpì all'incirca tutta
l’Italia, Napoli e la Toscana, che ne risentirono gli effetti con eguale intensità, reagirono in modo completamente
diverso. Il Regno, come ha anche recentemente illustrato Venturi attraverso l’esame della inedita Economia del commercio del Regno di Napoli, che
il magistrato e letterato Giovanni Battista Maria Jannucci
finì di scrivere verso il 1768, non solo si sentì debole
e impreparato per affrontare allora la via del liberismo, ma,
attraverso incertezze e contraddizioni, finì per puntare ancora, proprio in
quel momento, sulla carta di una politica mercantilistica, di sviluppo della marina e delle manifatture. Il gran ducato di Toscana, invece, sospinto
dalle convinzioni fisiocratiche, o comunque di libertà frumentaria, di
alcuni fra i consiglieri del nuovo principe, in primo luogo Pompeo Neri, s’incamminò
proprio allora, e come rimedio agli stessi disastrosi
effetti della carestia, per quella strada delle norme di libertà che doveva
seguire per tutto il ventennio successivo. Potrebbe
apparire interessante, significativo anche per la posizione assunta alla fine
del '60 da Ferdinando GALIANI, stabilire
quale delle due reazioni fu più giustificata, chi «ebbe
ragione», fra Napoli e Toscana. Ma la storia non è mai così semplice. Né i
vanti che, al termine del regno leopoldino, i superstiti ispiratori della
politica liberistica del gran duca meneranno circa gli splendidi risultati di
essa, l’aumento di produzione, di popolazione, di benessere che le sarebbero
andati uniti, sono del tutto probanti o del tutto riferibili alle norme di
libertà frumentaria; né, se come va mirabilmente mostrando Pasquale Villani,
nel Napoletano, dopo un lungo periodo di espansione avviatosi al termine dei
primi due decenni del secolo, con gli anni sessanta incomincia un marcato
processo di decadenza della produzione e di crisi dell’economia e della società
in genere, la colpa di questo può dimostrarsi imputabile in misura sensibile
alla mancata adozione di misure di libertà del commercio dei grani. Dall’uno e
dall'altro caso e dal loro raffronto non sembra dunque possibile trarre alcuna decisiva
indicazione a favore o contro l’adeguatezza del liberismo granario a risolvere
i fondamentali problemi della produzione e distribuzione dei generi di prima
necessità nella fase finale del secolo XVIII. Certo, peraltro, GALIANI,
nonostante gli espliciti riferimenti dei Dialogues,
non guardava soltanto alla sua patria d’origine, o in genere ai paesi agricoli
e poveri come il Regno di Napoli, ma teneva anche presente l’esperienza del
paese dove per dieci anni aveva, salvo breve interruzione, risieduto, la
vicenda della Francia governata dagli editti di libertà del 1763-64. E
questa esperienza appunto alla fine degli anni sessanta appariva in grave
crisi, sembrava dar ragione, ai tenaci fautori del vincolismo che sempre
l’avevano avversata, e stava per essere liquidata, fra il dicembre del '70 e il
febbraio del '71, dall’abate Joseph-Marie 'I'erray, successo nel Contrôle
général al filofisiocratico Maynon d’Invault. Proprio nella Francia che
negli anni sessanta non aveva sofferto la carestia come i paesi italiani,
proprio nel paese dove le idee fisiocratiche sembravano esser nate dalle
esigenze stesse di una produzione agricola estremamente progredita e dai suoi
rapporti con un’attività manifatturiera in via d’avanzato sviluppo, la politica
di libertà del commercio dei grani appariva non aver funzionato. D’altronde,
come si è visto, i fautori della libertà adducevano molti motivi a
giustificazione di quelli che ad essi parevano solo parziali ed effimeri
insuccessi; le misure vincolistiche ancora in vigore in molti settori,
l’ostilità di molte autorità amministrative e giudiziarie ad applicare gli
editti liberali, contingenze climatiche e naturali, necessità di lasciar
agire i nuovi princìpi per un tempo più lungo, ecc. E in certo senso le
condizioni della Francia dopo il ripristino delle regolamentazioni ad opera del
Terray non daranno loro torto, pur se l’azione di Turgot per risollevare
l’cconomia francese con nuove e più generali misure di libertà sboccherà,
certamente attraverso le solite resistenze e i veri e propri sabotaggi di
funzionari e organi intermedi ma ovviamente non solo a causa di questi,
addirittura nella guerre des farines! Forse solo la nuova storia
economica con la sua applicazione al passato di categorie economiche scientifiche,
con i suoi rilievi quantitativi e seriali, potrà fornire indicazioni valide e
impostare un giudizio più documentato e panoramico sulla incidenza delle due
diverse politiche economiche nelle congiunture dei diversi paesi, fra le
carestie degli anni sessanta e la Rivoluzione e i suoi contraccolpi in tutta
Europa. Per ora, tornando a GALIANI e alla sua accanita diatriba con i
fisiocrati, può solo dirsi che né l’uno né gli altri poterono certo penetrare a
fondo la struttura economico-sociale della loro età e su questa fondare
prospettive esaurienti di teoria e di politica economica; ma, semplicemente,
che sia l’uno sia gli altri espressero tendenze di forze produttive, di ceti
sociali in un periodo di crisi e di trasformazionc, sempre ovviamente con un
riferimento alle loro particolari esperienze di formazione culturale, d’impegno
sociale e ideologico. E, su questo piano, se i fisiocrati possono apparire più
legati a forze e settori in movimento, verso innovazioni di capitalizzazione
agricola e di liberismo borghese, non per questo GALIANI deve apparire in tutto
arcaico conservatore, nei confronti, visto che certe preoccupazioni da lui
espresse circa i pericoli della rigidezza dottrinaria della scuola,
degli effetti dannosi che l’applicazione di molte sue teorie poteva avere per
ceti e gruppi situati ai gradini più bassi della scala sociale, e di riflesso
su tutta la vita economica di un paese, contengono in fondo l’intuizione di
fenomeni che si verificheranno realmente, e non solo nelle vicende francesi,
fra la fine degli anni sessanta e la guerre des farines o la crisi degli
anni precedenti la Rivoluzione. E poiché nella pubblicistica non da ora l’arma
della preterizione è di uso comune, può valere a illustrare il significato
della posizione di GALIANI nelle stesse reazioni suscitate dal suo libro,
l’atteggiamento del periodico italiano più decisamente filofisiocratico, le Novelle
letterarie di Firenze, diretto, dal gennaio 1770, da Marco Lastri. Fin dal
fascicolo del 13 aprile del 1770 il foglio fiorentino, chiaramente per la penna
del suo direttore, aveva colto l"occasione di una entusiastica recensione
alle Lettres à un ami sur les avantages de la liberté du commerce des grains
(1769), del fisiocrate Guillaume-François Le Trosne, allora tradotte in
italiano e pubblicate dalla stamperia Allegrini[56],
per fare un riservato e perplesso accenno ai Dialogues: Con la data di Londra sono usciti a Parigi in
quest’anno in un libretto in 8º alcuni Dialoghi sopra il commercio dei grani,
nei quali si sostiene per vero che questo commercio in grande deve quanto può
esser reso libero, ma non già a minuto, perché senza che il governo sia sopra
di questo vigilante, non è possibile che accada qualche istantanea giornaliera
carestia con estremo danno del pubblico, a cui l’elaterio della libertà non
possa nel momento riparare. Il sentimento è prudente, e forse vero, ma noi non
abbiamo avuto il comodo fin qui di vedere in fonte questi Dialoghi, onde non ci
azzarderemo a pronunziare se sia appoggiato a incontrastabili ragioni[57].
Il Lastri, che non mancava di chiudere il suo articolo sottolineando ancora,
nell’implicito confronto, la superiorità di pensieri del Le Trosne e gli
effetti di prosperità ottenuti dalla legislazione liberistica toscana sul
commercio dei grani, ritornava, pochi fascicoli dopo, sull’argomento, nel dare
notizia de L’intérêt général de l’État,
ou la liberté du commerce des blés del Le Mercier de la Rivière, appena
uscito a Parigi[58]: il
fisiocrate francese, come già aveva fatto l’altro esponente della scuola,
l’abate Pierre-Joseph-André Roubaud, nella parte finale del suo libro confutava
drasticamente le tesi di GALIANI; dal canto suo, il recensore asseriva di
essersi ripetutamente spiegato in queste Novelle circa il suo giudizio
nella materia. aggiungendo peraltro di essere desideroso di sviluppare delle
nuove ragioni a fávorc della libertà appena avesse avuto alle mani
gl’indicati libri, non potendo parlarne con cognizione di causa affidandosi
alle sole notizie dei giornali[59].
Evidentemente, procurarsi i non certo rari Dialogues
dovette restare molto difficile al direttore delle novelle letterarie:
se nelle successive annate 1771, 1772, 1773, pur fra le numerose recensioni di
scritti sull’economia in genere o sul commercio dei grani in particolare[60],
del libro di GALIANI il suo giornale non fece più alcuna menzione. Solo
nell’annata 1774 le Novelle letterarie trovavano l’occasione di tornar a
parlare dei Dialogues; ma era di
passaggio, nella seconda Lettera.….di un
nostro amico scritta al sig. N.N. sopra le scienze economiche[61],
per una rapida frecciata: dopo le grandi lodi tributate nella prima lettera[62]
a Genovesi a Beccaria a Verri, per il loro liberismo frumentario, l’anonimo
corrispondente[63]
rilevava la resistenza che i buoni princìpì fisiocratici incontravano a
diffondersi in Italia, argomentando che, se i libri degli economisti
francesi erano studiati nei gabinetti dei sovrani, non si poteva negare che
certi Dialoghi scritti da un Napoletano per combattere il libero commercio
hanno fatto del male, ed hanno ritardato il trionfo di sì bel sistema in alcuni
paesi[64].
l'avversione per il libro di GALIANI, preferibilmente manifestatasi con il
silenzio o con l'accenno polemico occasionale, mostra nel periodico italiano
più decisamente filofisiocratico l’impegno ostinato in una battaglia che, con
riferimento alle vicende francesi, dalla sconfitta del '69-70 alla effimera
portata del tentativo di rilancio dei princìpi della scuola da parte di
Turgot, va ormai diventando davvero una battaglia di retroguardia. E Ferdinando
GALIANI poteva compiacersi, come non mancava certo di fare nelle lettere agli
amici francesi di questi anni, di avere tra i primi. e certo primo per vivacità
di idee e abilità di scrittore, mosso guerra a quel sì bel sistema, che
il giornalista della Toscana leopoldina insistentemente difendeva, ma che gli
sviluppi della situazione economica francese facevano sempre più vacillare. I
tempi sembravano dar ragione al prudente empirismo dell’abate napoletano,
magari proprio perché, in dipendenza della variazione del trend, che dagli alti e bassi degli anni settanta sfocerà nella
crisi degli ottanta, prodromi della Rivoluzione, erano tempi propizi appunto al
ripiegamento dalle idee novatrici, al ripensamento conservatore. È del resto un
fatto che la vita e l’opera di Ferdinando GALIANI dopo il suo definitivo
ritorno a Napoli si snodano secondo una linea che sembra prevalentemente
ricondursi a questo filone, di un cauto realismo conservatore, ormai
quietisticamente intonato all’ambiente. Non certo che l’abate ritorni nei
confini della cultura tradizionalistica, letterario-crudita, e un po’
provinciale nei quali per lo più, salvo l’improvviso gioiello del Della moneta, si era mosso prima
dell’invio a Parigi. Della capitale dei lumi e della eccezionale atmosfera dei
suoi circoli intellettuali restano in lui vivissimi il ricordo e il rimpianto,
che quasi fino agli ultimi giorni della sua vita animano le sue lettere agli amici
francesi. E lo stesso genere di attività che GALIANI ormai svolge a Napoli
come segretario del Supremo Magistrato del Commercio si richiama piuttosto ai
temi economici che aveva abbordato per la prima volta col Della moneta, largamente recepito dai dibattiti francesi degli anni
sessanta e poi, sotto un particolare angolo visuale, splendidamente condensato
nei Dialogues, che non alle
disquisizioni archeologiche o alle esercitazioni letterarie che avevano
costituito la sua prevalente occupazione dai componimenti dell’adolescenza al
1759. Ma indubbiamente, come da quella parte della «corrispondenza francese»
che si è potuto pubblicare risulterà, il contatto epistolare, con le tante
amicizie lasciate a Parigi rivela rivela una vena via via più stanca, di
prevalente bavardage, e sempre più
dominata da preoccupazioni di carattere personale, tornacontistico. Durante il
primo anno di residenza napoletana, è il diluvio di lettere alla d’Épinay, a
Diderot, a Grimm, a Jean-Baptiste Suard, ecc., tutto mosso dall’ansia per la
stampa dei Dialogues prima, per il
loro successo e per la confutazione delle critiche e polemiche che il loro
apparire aveva suscitato, poi. Ma anche qui GALIANI, ormai staccato dal vivo
dell’ambiente che gli aveva ispirato il suo capolavoro, non è più in grado di
offrire molto di significativo per lo sviluppo del dibattito frumentario: non
solo non compose mai i due dialoghi che varie volte aveva annunziato come
necessari a concludere il suo libro, ma neppure nella corrispondenza privata,
pur diffondendosi molto a chiarire ciò che aveva detto nei Dialogues e a controbattere le critiche e le posizioni dei suoi
avversari, un ulteriore sostanziale sviluppo delle sue idee giunse in sostanza
a esprimerlo. La stessa «interpretazione autentica» data alla d’Èpinay nella
lettera del 27 gennaio 1770, secondo cui nei Dialogues non si era voluti giungere a definitive formulazioni di
teoria economica, ma quel che più contava era la critica, la discussione che,
anche nella forma dialogica, rifuggiva da ogni esplicita conclusione, era in
fondo risaputa, accennata diverse volte nel corso stesso dell’opera, pur se
ora, forse per smontare l’ostilità del Morellet che sapeva dedito a scrivere la
Réfutation, GALIANI sottolineava il
suo scetticismo, il suo gusto per la discussione in sé, da uomo che ne croit
rien, en rien, sur rien, de rien. E magari, su questa linea,
era piuttosto cattiva la rivendicazione indirizzata al Sartine lieutenant
de police, dei meriti della propria critica, come quella che aveva fatto découvrir
que des gens que j’estimais pour la pureté de leurs intentions économiques, et
qui paraissaient philosophes, sont une véritable petite secte occulte, avec
tous les défauts des sectes, jargon, système, goût pour la persécution, haine
contre les externes, clabaudement, méchanceté, et petitesse d'esprit. Una specie di denunzia
assai astiosa, anche se seguita dalla dichiarazione che i testi di quel
dibattito economico, dell’una come dell’altra parte, non erano pericolosi, non
foss’altro perché letti da poche persone: e del resto sempre più violenti
diverranno i termini in cui nelle sue lettere l’abate napoletano parlerà dei
suoi avversari, i fisiocrati e lo stesso Morellet, quando la sua Réfutation, pur non potendo esser
diffusa, sarà stampata. Neppure poteva dirsi nuova, perché già avanzava più o
meno implicitamente nei Dialogues
stessi, la tesi che la libertà di esportazione assoluta è naturale e
infallibile in una democrazia, perché governanti e governati sono gli
stessi, ma è inconcepibile in un governo misto e temperato, dove anche la
libertà commerciale non può essere altro che moderata e temperata. Anzi,
proprio la sottolineatura che ora GALIANI nelle sue lettere dà a questa
considerazione piuttosto stramba e comunque non economica, fino a dire che
mantenere la libertà di esportazione dei grani in Francia porterebbe a mutare
la costituzione politica del paese, con la conseguenza di tracasser rudemente due o tre generazioni, mostra che purtroppo
quel che più ormai importa al nostro abate non è tanto continuare a discutere e
a elaborare riflessioni economiche, quanto il successo del suo scritto e
l’accettazione delle proprie tesi anche da parte delle autorità di governo
francesi. La revoca disposta dal Terray nel '70 dell’editto del 1764, la
carestia che nel '69-70 affligge la Francia, il divieto della pubblicazione in
Francia della Réfutation del
Morellet, il declino del credito dei fisiocrati e l’ostilità che ormai le loro
pubblicazioni incontrano nelle sfere ufficiali, la difficoltà che la Francia
trova ad approviggionarsi di grano presso le stesse nazioni governate da
dinastie imparentate con quella francese, come l'Austria, le restrizioni
all’esportazione di grano di recente adottate dalla stessa Inghilterra.
antesignana delle misure liberiste, la penuria dei cereale perfino in Egitto:
tutto questo, nonostante le ostentazioni di dispiacere per il disagio prodotto
dai cattivi raccolti in Francia, viene avidamente registrato e ampiamente
divulgato da GALIANI nella sua corrispondenza. a prova di aver avuto partita
vinta. Je ne sais malheureusement que
trop scrive alla d’Épinay que j’ai gagné mon procès,
et que des provinces entières de la France l’ont perdu avec dépens. D’altronde, seguire
l’attività di GALIANI nell’ormai definitivo soggiorno in patria prevalentemente
sulla scorta della sua corrispondenza francese porterebbe certo a un
errore di prospettiva. È in un’atmosfera un pò rarefatta di rimpianti e di
nostalgie, di risentimenti e di affetti che le sue lettere agli amici parigini
si mantengono fino agli ultimi tempi della sua vita, nel naturale decrescere
della loro frequenza. Certo tralucono ancora in esse quell’acuto intuito
sperimentale, quel realismo spregiudicato che avevano fatto la forza dei Dialogues. Ora è all’abate Baudeau, alla
sua tendenza al sermoneggiare per persuadere gli onesti dei vantaggi
della libertà frumentaria, che egli contrappone la considerazione realistica
che non sono molte le persone oneste e che in economia bisogna ragionare e
pensare così: beaucoup de calme, beaucoup d’arithmétique, point d’infini,
point d’immense. E quella stessa ansia di veder confermate dai fatti le
tesi del suo libro trova presto una giustificazione teorica, sulla linea del
politico machiavelliano: …..comme les hommes jugent toujours par
l’événement, si le blé est cher à Paris, j’aurai raison, et je serai un grand
homme, un grand politique…. Le prix des halles sera le
thermomètre de mes louanges. Anche il malcelato
compiacimento per la carestia che sembra essere stata la conseguenza
dell’esperimento francese di liberalizzazione, può adonestarsi sotto il manto
dell’approvazione per l’opera del nuovo controllore generale Terray, che sta
per liquidare l’editto del '64: Il n'est plus temps de disserter, il est
temps que vous songiez au pain et à la cruelle disette qui vous menace, en
rétractant une mauvaise loi que vous avez faite. Ah!
Que j’ai été Cassandre! On ne m’a pas cru, et mes prophéties sont accomplies. Ma
alla lunga questi ripetuti squilli di vittoria, i consigli che con un certo
tono di sufficienza GALIANI dà alle autorità francesi per porre rimedio agli
errori passati, ad esempio comprando grano all’estero e immettendolo in perdita
sul mercato francese, la rivendicazione della sua antica competenza nella
materia, per cui gli offre lo spunto la pubblicazione alla fine del '70 della
traduzione francese del Della perfetta
conservazione del grano - Comme ces bêtes[65]
m’ont cru un intrus et un nouveau venu dans leur bercail, je suis bien aise
qu'ils sachent que c’est bien à moi à les en chasser, et à rester où je suis
depuis vingt ans -; insomma tutto questo ricantare i temi della sua
polemica alla luce dei recenti fatti che sembrano convalidarla può apparire
personalistico, monocorde, e in fondo sterile. Nel corso degli anni settanta,
mentre la Francia cambia di sovrano, la riforma Maupeou, che sembrava
aver fatto piazza pulita dei residui corpi intermedi della monarchia di
San Luigi, tramonta rapidamente per lasciare il campo a nuove insoddisfazioni e
a ben più fondamentali irrequietezze, le velleità di riforma di Luigi XVI si
bruciano nel breve esperimento del passaggio al potere dell'enciclopedista
Turgot, e le speranze dei philosophes
nel riformismo dei sovrani si estenuano definitivamente nelle reazioni di
Diderot al suo viaggio in Russia, l’angolo visuale di GALIANI, isolato nella
sua Napoli e legato alla Francia da una corrispondenza per lo più intrattenuta
con la superficiale e presuntuosa d'Épinay, non può non divenire sempre più
inadeguato. Se mai, l’influenza del più omogeneo dispiegarsi di certe sue
inclinazioni e dell’ambíente cortigiano, di arrìvismo e opportunismo, in cui
vive, si manifesta in una maggiore estensione e durezza del suo realismo di
Machiavellino. Nel marzo del 1771, a pochi mesi di distanza dal colpo di
Stato Maupeou, s’investe dello spirito profetico di Nostradamus per predire
alla d’Épinay che Ce remuement durera Iongtemps; cependant, au bout du
compte, le pouvoir absolu deviendra plus fort qu’auparavant, et la liberté sera
perdue à.jamais. E se queste previsioni, che l'autore stesso definisce ben
contraddittorie in apparenza, possono venir giustificate dalla constatazione
che qualsiasi paese, il quale non ha magistrature o in parte elettive per voto
popolare e in parte ereditarie nelle famiglie, o venali, è schiavo, e che la
Francia, dove da tempo gli Stati Generali non esistono più, se viene a perdere
la venalità delle cariche giudiziarie, si troverà in questo caso, è sempre più
un discorso interno alle angustie dell'ancien
régime quello in cui GALIANI s’involge. Con in più una sorta di distacco e
d'insensibilità che il suo crescente egoismo, in una vita personale in fondo
solitaria e arida di affetti, gli va suscitando. Tanto che le vicende dolorose
di singoli, dalla morte di Claude-Adrien Helvétius a quella del marchese de
Croismare, con i quali era stato negli anni francesi strettamente legato, lo
lasciano, per sua stessa confessione, piuttosto freddo. Mentre gli eventi, così
pieni di tensioni e di fermenti, della vita pubblica francese gli suggeriscono,
oltre le solite battute ironiche, quasi un sufficiente distacco scettico, qualunquista
si direbbe oggi, e se mai orientato verso l’immobilismo e la conservazione. Nel
quadro di una politica che, in una lettera alla d’Épinay, si picca di definire
geometricamente come una curva, una parabola, dove le ascisse saranno i beni e
le ordinate i mali, la sola cosa importante appare sempre più a GALIANI la
soluzione effettuale dei singoli problemi. E se, a proposito di una carestia
del Piemonte nel 1773, questa linea, nel campo frumentario, lo conferma ancora
una volta nella indicazione della norma elastica di esportazione e imporazione
limitate, fornita dai Dialogues, come l’unica vera soluzione, aumenta
proporzionalmente la sua avversione per le novità audaci, per i tentativi di
riforma basati sui princìpì generali. Non solo la libertà granaria gli appare
fomite di tumulti e origine di governi democratici ‑ Tout pays qui établira
et soutiendra la liberté indéfinie des blés sera bouleversé. Sa forme deviendra entièrement républicaine, démocratique… ‑;
il fatto è che, nonostante un omaggio di sfuggita al secolo che può vantare
Montesquieu, Voltaire, Diderot, d’Alembert, Boulanger, La Chalotais e la
soppressione dei Gesuiti, al di là di quella superficiale adesione
intellettuale, letteraria, GALIANI non va nei confronti dei lumi, specie quando
essi tendono a calarsi nei fatti. Il mondo è un giraspiedo, e quel che in fondo
lo muove è un contrappeso nascosto che si chiama destino, scrive alla d’Èpinay
nel luglio del 1774. Naturale quindi che chi s’illude di muovere con le sue
sole forze il meccanismo, finirà per essere sconfitto. Gia nel settembre Machiavellino predice che Turgot, da
appena un mese contrôleur général,
resterà poco in carica, perché un posto come il suo in una monarchia come la
francese non è adatto a un homme très vertueux et très philosophe. Comunque, ancora, «la libre exportation du blé sera celle qui lui cassera
le cou». E
in fondo, nonostante tutte le espressioni di rispetto e di stima per la
persona, GALIANI pensa che la rovina di Turgot sarà meritata. Non solo perché
il contrôleur odia i Dialogues, ma per tutto ciò che il suo
ministero sembra voler portare di liberale: la libertà di stampa, ad
esempio, è un male enorme, niente più del quale contribuisce à rendre une
nation grossière, détruire le goût, abâtardir l’éloquence et toute sorte
d’esprit... La contrainte de la décence et la
contrainte de la presse ont été les causes de la perfection de l’esprit, du
goût, de la tournure chez les Français. Gardez l’une et l'autre, sans quoi vous
êtes perdus -; e poi grazie a Turgot ha
potuto circolare in Francia la Réfutation
del Morellet, che è un opuscolo così assurdo e noioso che a GALIANI cadde di
mano; e infine la guerre des farines è la giusta conseguenza della
politica liberistica di Turgot, il quale, insicnie al suo amico e ispiratore
Morellet, avrà così imparato à connaître les hommes et le monde, qui n’est
pas celui des ouvrages des économistes e avrà visto che les révoltes
occasionnées par la cherté ne sont pas impossibles, comme il croyait. Magari GALIANI,
continuando nella sua ostentazione di stima per la persona di Turgot, può il 10
giugno del '75 scrivere alla d’Épinay che se luigi XVI non sacrifica il suo
ministro aux caprices ou à la terreur panique de son peuple, il mérite
d’acquérir, par ce seul trait, le surnom de Grand; ma per predire ancora
poco dopo[66] che les
économistes casseront le cou à M. Turgot», dato che «ils ne méritent pas
d’avoir un ministre dans leur secte absurde et ridicule;- e, soprattutto,
per finire con l’avversare e deridere tutte le opérations Turgotiennes,
anche al di fuori della materia frumentaria e dell’influsso fisiocratico, in
primo luogo proprio i celebri editti liberatizzatori del gennaio 1776, il più
importante dei quali, quello della soppressione delle corporazioni di arti e
mestieri e delle giurande, gli senibra aver portato il colpo fatale alle
manifatture della Francia! Qui, nel giudicare a distanza una situazione
complessa come quella della struttura economico-sociale francese messa in crisi
da una spinta ormai incontenibile nel vecchio ordine, il tenace mercantilismo
che aveva sempre circolato al fondo delle geniali intuizioni economiche di
GALIANI si afferma in forme più scoperte e grossolane: c’est une bêtise, une
faute, une absurdité... Les habiles artistes en
partie sortiront; d’autres se négligeront; et au lieu d’établir l’émulation, il
[Turgot] aura cassé tous les ressorts vrais du cœur de l’homme. Ma,
appunto, sarebbe ingiusto e sbagliato considerare l’opera di GALIANI dal'70
alla morte dando del tutto preminente rilievo a questa corrispondenza con gli
amici francesi; la quale è sì cara al suo cuore specie nei primi annì, piena dì
rimpianti per la vita parigina e di deprecazione per la solitudine,
l’isolamento, la mancanza di amici del suo livello intellettuale, di cui soffre
a Napoli; ma è pur sempre una manifestazione parziale della sua attività, una
prima effusione di sentimenti non senza concessioni all’ambizione letteraria
dello spirito brillante e polemico, secondo la moda epistolare dell’epoca, e
dominata poi da passioni e giudizi formatisi nel periodo della sua residenza a
Parigi, e quindi inevitabilmente presto non più aggiornati da un contatto
diretto con l’evolversi della situazione francese - al punto che nel luglio del
1776 l'ossessione antifisiocratica lo porterà a scrivere alla d’Épinay aspre
parole sull’amico Caracciolo, allora ambasciatore a Parigi, reo di aver
manifestato un certo favore con i princìpi degli economisti, forse più
semplicemente per l’opera di Turgot, che a GALIANI sembrava ormai guasta e
corrotta dalle idee fisiocratiche. Paradossalmente potrebbe forse invece dirsi
che, nei quasi vent’anni che ormai passerà nel Regno, il miglior GALIANI, anche
nel senso dclla messa a partito di idee ed esperienze acquisite nella capitale
dei lumi, il GALIANI di una maturità in cui le sue capacità e inclinazioni naturali,
la sua originale formazione di ampia erudizione e di lucida vena letteraria si
mediano con certi princìpi d’impegno civile che il contatto con i philosophes aveva certo contribuito a
suscitargli, è quello della assidua operosità di consulente economico del
governo napoletano, quale segretario del
Supremo Magistrato del Commercio, nonché, s’intende, di qualche tratto
geniale delle sue ultime produzioni letterarie. Com’è noto, negli anni fra il
'70 e la morte GALIANI pubblicò solo quattro suoi scritti: il Socrate immaginario (1775), la Spaventosissima descrizione dell'eruzione
del Vesuvio (1779), il Del dialetto
napoletano (1779), e il De’doveri
de’Principi neutrali (1782). Scrisse inoltre, inviandolo manoscritto alla
d’Épinay nell’aprile del 1772, il Croquis
d'un dialogue sur les femmes, portò avanti gli studi sopra Orazio già
iniziati a Parigi e che lasciò incompiuti[67]
e compose anche quel Vocabolario delle
parole del dialetto napoletano, che sarà pure pubblicato postumo, e del
quale il Del dialetto avrebbe dovuto
costituire la semplice introduzione, mentre in effetti si ampliò fino alle
dimensioni di un libretto a sé stante. Il Dialetto
napoletano e il Socrate immaginario
sono due composizioni letterarie, brillante scherzo teatrale il secondo, ricerca
interessante per lo sforzo di approfondire certi elementi dell’origine del
linguaggio e della sua evoluzione il primo: ma, se rivelano il mantenersi di
una fresca vena di scrittore, erudito e spiritoso insieme, un persistente
interesse per i fenomeni del formarsi delle idee e dei loro mezzi di
espressione, che ci fa ricordare le inclinazioni vichiane già in gioventù
manifestate da GALIANI, non sono produzioni che dicono molto di nuovo sulla
personalità e sul corso dei suoi pensieri. Così come, del resto, la piacevole
divagazione manoscritta alla d’Epinay sulle donne, sul loro carattere, sulle
loro abitudini, sulla loro influenza reciproca con gli uomini[68],..
Il De’doveri de’Principi neutrali
invece rientra nell’ambito dell’attività di GALIANI come segretario del Supremo Magistrato del Commercio, e
precisamente della sua opera di consulente relativa all’adesione del Regno di
Napoli alla Lega dei neutri, in
occasione del conflitto anglo-francese conseguente alla insurrezione dei coloni
americani. Ma, come altrove si è cercato di documentare[69],
non è quel volume del 1782, nel suo andamento verboso e prolisso di
giustificazione pseudo-teorica di un atto di politica estera, a costituire il
meglio della produzione di GALIANI nella sua qualità di funzionario, sia in
rapporto a quella specifica questione del patto di neutralità lanciato da
Caterina II, sia in generale. L’opera di GALIANI come segretario del Supremo Magistrato del Commercio[70]
si svolge in inolti settori. Per quanto concerne i rapporti commerciali con
altri Stati, di nuovo la questione annosissima delle visite doganali sui
battetti mercantili fra Regno di Napoli e Francia, e poi quella relativa al
riconoscimento e, alle qualifiche-dei viceconsoli, nonché la vicenda, dove ebbe
una parte di notevole rilievo, delle trattative per accordi commerciali con la
Francia stessa, con la Russia, con gli Stati Uniti d’America, e i problemi dei
rapporti con Venezia e della possibilità di ottenere dalla Turchia la libertà
di navigazione per le navi napoletane attraverso gli Stretti fino alle foci del
Danubio, o varie altre minori questioni. Nell’ambito dei problemi economici
interni al Regno, le consulte di GALIANI investono una grande varietà di
argomenti, dal modo di utilizzare le pensioni godute dal m.se Primo Ministro
Tanucci, che alla morte di questi ritornano nel Tesoro reale, all’esame
dell’annona di Genova, come esempio della situazione frumentaria di un
particolare tipo di Stato, dalle importantissime considerazioni e proposte
circa le conseguenze del terremoto di Messina e della Calabria del 1783 alle
osservazioni sulla natura e l’ammissibilità dei contratti alla voce, ai
pareri circa casi e vertenze particolari. Per non parlare delle molte consulte
collegiali rese dal Magistrato del Commercio, in cui appare evidente la mano
del GALIAN1 come quella su di un progetto Ortolani per le poste, sul commercio
del sale da Trapani e da Barletta verso Venezia e la Lombardia, sopra l’editto
dei Savi della Mercanzia di Venezia circa i bastimenti carichi di marmi e agrumi
che capitano nei porti veneziani, e via seguitando. Può da questa operosità
piuttosto eterogenea di GALIANI alto funzionario del Regno di Napoli
ricavarsi una linea abbastanza univoca, fornita di significato nel connotare le
sue idee economiche e politiche del periodo che va dal ritorno a Napoli alla
morte, la loro collocazione nel quadro degli svolgimenti di quegli anni, nonché
la loro incidenza nella politica del governo napoletano, cioè il senso e i
risultati del lavoro di Ferdinando GALIANI nel passare dalla teoria alla
pratica? Come Consigliere di Commercio Estero GALIANI seguì una
direttiva di cauto movimento, promovendo tutti gli sviluppi dei traffici
napoletani, nelle più varie direzioni in Europa e fuori d’Europa, che non gli
sembrassero pregiudicare alle esigenze di una bilancia commerciale
tendenzialmente attiva, secondo la tradizione mercantilistica, né d’altronde
involgere conseguenze troppo compromettenti sul piano politico. Sintomatici in
proposito i suoi interventi nella questione dei rapporti con la Francia.
Nonostante il poco edificante voltafiaccia che, dopo la caduta del Tanucci, lo
vide sposare tutta l’ostilità della regina Maria Carolina contro l’ex-ministro
e suo benefattorc, GALIANI continuò sostanzialmente l’indirizzo del già
onnipotente uomo di governo toscano: rivendicazione di autonomia nei confronti
della maggior corte borbonica, l’adozione di tutte le misure atte a favorire
quella tendenza a una inversione a favore del Regno di Napoli della bilancia
degli scambi commerciali con la Francia che aveva cominciato a manifestarsi
alla metà degli anni cinquanta, resistenza amichevole ma ferma nella questione
delle visite doganali, riluttanza a vincolare il Regno delle Due Sicilie in un
trattato commerciale con la corte di Versailles, che avrebbe certo comportato
la concessione di disposizioni favorevoli al più potente Stato del parente
borbonico, a tutto danno degli intensi rapporti commerciali con paesi che, come
l’Inghilterra e l’Olanda, nell’una o nell’altra forma godevano della clausola
della nazione più favorita. Dalle
Considerazioni sul Trattato di Commercio tra il Re e il Re Cristianissimo
(1766-76) al Breve racconto di quel che è
a mia notizia rispetto al Trattato di navigazione e commercio colla Francia
(1784) la posizione del Segretario del
Magistrato del Commercio mantiene una notevole coerenza, pur
nell’apprezzamento delle circostanze maturate con l’evolversi dei tempi. In
complesso chi ha cercato di far pesare motivazioni extraeconomiche, di politica
di potenza, nei rapporti commerciali franco-napoletani, è stato naturalmente,
il governo di Versailles. Spetta dunque al governo delle Due Sicilie resistere,
con tutti i mezzi a sua disposizione, a tali pressioni, eludere con tattica
dilatoria e controversistica l’insistenza francese per la conclusione di un
trattato[71], e
lasciar fare al corso naturale, economico, degli scambi fra i due paesi, che si
presenta di per sé assai vantaggioso al Regno di Napoli, intervenendo,
ovviamente, quando sia in gioco la necessaria protezione di qualche attività
produttiva del paese o la difesa degl’interessi di commercianti o operatori
economici napoletani in Francia. Ormai, da uomo tutt’altro che incline ai
sistemi o anche soltanto alle grandi generalizzazioni, GALIANI mostra di
trovarsi perfettamente a suo agio nel consigliare, in veste di funzionario, per
ì rapporti commerciali con gli altri paesi una linea di realistica elasticità,
che salvaguardi, tuttavia, certe antiche convinzioni della sua riflessione
economica. Contro le pressioni di natura politica del governo francese per la
conclusione di un trattato di commercio può anche valere il richiamo ai
principi della legge naturale, che consente di trafficare con tutti, senza il
bisogno di stabilire, con solenni formole e sopra scritte tavole, quelle
nude verità che la natura ha già scritte su’nostri cuori, e che formano il
codice universale delle genti. Ma con la Russia è bene far di tutto, anche
a prezzo di qualche concessione formalmente tutt’altro che irrilevante, per
giungere a un trattato di commercio che consenta lo sviluppo di scambi i quali
altrimenti, per il peso della tradizione, le concorrenze da vincere, la
lontananza, la diversità dei costumi, la scarsezza di conoscenza reciproca fra
i due paesi, certamente non avrebbero preso avvio. Talvolta il Segretario del Magistrato del Commercio
disserta in linea giuridica, dimostrava di sapersi muovere con una certa
disinvoltura in quel campo del diritto internazionale che allora poteva dirsi
davvero ai primordi: come, per fare solo due esempi, quando nel De’doveri de’Principi neutrali colloca
l’astensione dal commercio con i cittadini di Stati belligeranti, che un
principe neutrale dovrebbe imporre ai propri sudditi, sotto la categoria
giuridica, che egli stesso conia nel quadro dell’idea di neutralità, dell’imparziale
rifiuto; o quando cerca di dimostrare che la concessione, che si dovrebbe
cercar di ottenere dalla Porta, di libera navigazione nel Mar Nero per i
bastimenti napoletani, potrebbe farsi discendere in linea giuridica dal
trattato fra Napoli e la Turchia del 7 aprile 1740, il quale all’articolo primo
stabiliva che fra i sudditi delle due potenze sussistesse pace per mare e
per terra e fosse lecito il commercio trafficando con la stessa libertà
e modo che fanno tutte le altre potenze amiche. Ma, in realtà, al fondo
sono motivazioni di politica, e in specie di politica economica, a costituire
il nerbo delle argomentazioni dell’abate: pur se nel saggio dell’82 le
considerazioni che, a parere di GALIANI, devono spingere il Regno di Napoli a chiudersi
in una rigorosa neutralità, che gli consentirà di guadagnare alcuni dei
traffici persi dalle due potenze belligeranti, sfociano infine nella retorica
contrapposizione alla ragion di Stato, cotesta insidiosa e malnata scienza,
della virtú, che fedelmente dà all’uomo, nel corso d’una breve e caduca
vita, il maggiore dei beni, la più grande delle ricchezze, l’intera contentezza
e l’assenza d’ogni rimorso; e se, nelle consulte del 1784, egli
diplomaticamente consiglia di far valere negli approcci con il governo del
Sultano per la libertà di navigazione, oltre ai buoni uffici dell’imperatore, l’antichità
e la lunga durata della pace conservata tralle due Sicilie e la Porta... la
scrupolosa fede e lealtà colla quale S. M. si è astenuta da dar neppure ombra
di dispiacere o di sospetto al Gran Signore in tutte le circostanze o di guerra
dichiarata o di minacce e sospetto di guerra in cui si è trovato, la certezza
in cui quel Sovrano può essere delle pacifiche ed amichevoli intenzioni di S.
M. in ogni incontro ... , ecc. Moralista o diplomatico che appaia,
Machiavellino porta in tutte le questioni che tratta il suo lucido senso
dell’opportunità, la sua realistica valutazione delle condizioni entro cui deve
svolgersi l’azione politica ed economica. E sotto questo punto di vista le
mansioni ufficiali che dopo il suo ritorno in patria ricopre sembrano avere
irrobustito le sue capacità di analisi e di giudizio. Perciò la sua attività di
Consigliere di Commercio Estero
del suo governo in complesso, come altrove si è rilevato, appare impeccabile,
piena di utilissimi suggerimenti, anche in direzione di iniziative nuove, atte
a svincolare il commercio estero napoletano da una relativa stagnazione dovuta
più per inerzia e incapacità di governi che a mancanza di possibilità naturali.
Certo anche qui la vena di cautela un pò scettica della sua mentalità rende più
convincenti le prestazioni di GALIANI dove c’è da conservare, difendere diritti
e necessità del Regno contro pretese di Stati stranieri, che non dove c’è da
prendere iniziative del tutto nuove, da avviare indirizzi completamente diversi
dalla prassi e dall’ambito d’interessi finora predominanti presso il governo
napoletano. Più, ad esempio, nella diatriba per l’abolizione dell’esenzione
dalle visite doganali negli scambi franco-napoletani, che non nella prospettiva
di stabilire un trattato commerciale con la nuova potenza, apparsa sulla scena
mondiale, degli Stati Uniti d’America. In questo secondo problema, come si è
messo in rilievo nell’articolo sopra citato, GALIANI si rivela consapevole
delle risorse naturali del nuovo Stato americano, ma, preoccupato dei rischi
materiali e delle implicazioni politiche di un accordo formale che regolasse
gli scambi fra i due paesi, finisce per suggerire che la maggior parte dei prodotti
di cui l’America settentrionale abbonda possano continuare a giungere a Napoli
dai fornitori tradizionali, Inghilterra e Olanda, lasciando poi al corso
naturale delle iniziative private dei rispettivi cittadini, specialmente degli
statunitensi come più diretti interessati, lo stabilirsi di eventualmente
proficui rapporti economici. Nell’altra faccenda invece, la difesa contro la
prepotenza e l’ambiguità del governo francese, il quale non si pronunzia
esplicitamente circa l’abolizione dell’esenzione dalle visite, perché ha solo
la mira di far godere di questo privilegio i suoi bastimenti presso le autorità
napoletane, che rispettano gli antichi accordi franco-spagnoli, mentre i fermiers généraux francesi
continuerebbero nei porti della Provenza a esercitare le visite sulle navi
napoletane, ignorando ogni patto o prassi di esenzione, suscita in GALIANI una
messa a punto di notevole abilità diplomatica oltre che fondata su di una soda
argomentazione economico-giuridica[72].
Laddove la prospettiva della grande funzione economica che per il futuro gli
Stati Uniti avrebbero avuto nel mondo resta nebulosa a Machiavellino, nella
particolare vicenda delle visite doganali tra Francia e Napoli molti degli
elementi tipici dei rapporti economici fra due Stati ancien régme - dalle
difficoltà di far rispettare accordi diplomatici agli esecutori fiscali di un
sistema finanziario in regime di appalto. come quello francese,
all’intersecarsi di questioni economiche con questioni di prestigio e di
riguardo fra dinastie parenti - sono lucidamente presenti alla sua analisi
critica. Sono solo due esempi, indicativi della disposizione mentale e del
prevalente interesse di GALIANI in questo periodo della sua vita, di quella sua
assimilazione dei compiti e dello stile di funzionario che ben poté
armonizzarsi con il filone prevalente delle sue capacità naturali. Senza che
ciò debba sorprendere, come potrebbe ove si pensi all’estro burlesco del
componimento in morte del boia Iannaccone e dello stesso Socrale immaginario, appartenente proprio a questi annì della vita
di GALIANI, o anche all’originale impegno di ricerca teorica del Della moneta o alla inimitabile verve critica dei Dialogues. Non è certo il caso di insistere sui due GALIANI,
in una contrapposizione di trame psicologiche che a questo punto della sua vita
non avrebbe più senso. Il fatto è che, come l’inserimento nell’ambiente
parigino dei lumi, con il congiunto interesse per l’attività diplomatica cui
era chiamato, segnò una svolta decisiva nel corso dell'esistenza di GALIANI,
strappandolo all’atmosfera erudito-letteraria, accademica, della sua
giovinezza, dove il suo temperamento portato alla pigrizia e al divertimento
avrebbe potuto lasciarsi andare in una poco feconda e facile attività da
letterato di secondo piano, e facendogli invece ritrovare il talento e
gl’interessi del Della moneta nelle
vivaci discussioni dei salons
illuministici e nella conseguente querelle
antifisiocritica del suo capolavoro; così ora l’impegno in una funzione di
governo, a diretto contatto con i principali ministri napoletani e con la
stessa Maria Carolina, in fondo salvò GALIANI dal disorientamento disgregatore
in cui la noia, il fastidio per l'anibiente napoletano tanto più angusto e
provinciale di quello parigino, l’isolamento dal più vivo ricambio culturale in
cui era vissuto nei dieci anni francesi, potevano farlo cadere. Ne uscì questo
GALIANI, non più certo portato alle geniali produzioni dei suoi momenti
migliori. sempre più condizionato da calcoli tornacontisti e da non buone
condizioni di salute, sempre più privo di vero interesse per i grandi motivi
del riformismo illuministico, per non dire della critica eversiva della raison diderotiana e holbachiana: ma pur
sempre un GALIANI assai efficiente, che riesce senza troppi sforzi o doppiezze
a inserire certi elementi portanti della sua originale visione cconomica
negl’ingranaggi non certo splendenti di modernità e di energia produttiva della
politica napoletana. E non solo nel campo dei rapporti commerciali con
l’estero. Può dirsi anzi che alcuni dei migliori contributi che nelle sue
consulenze l’abate apportò, quelli dove più la sua carica, se non di
riformatore, di spirito spregiudicato e critico, esperto di tutti i problemi e
di tutte le tesi della moderna economia, accennò a combattere efficacemente
vecchi abusi e pregiudizi della struttura economico-sociale del Regno,
concernono appunto argomenti di politica interna. Sempre sulla linea di una
certa moderazione conservatrice. Tipico ad esempio il suo atteggiamento sui contratti
alla voce, cioè quei contratti dove il proprietario o un mercante
anticipava al contadino cereali o denaro con la condizione di ricevere la
restituzione in generi al momento della raccolta, al prezzo stabilito appunto
dalla voce decretata dalle competenti autorità locali. Nel Della moneta GALIANI aveva esaltato
questo sistema, il quale, dato che il prezzo alla voce una specie di prestito o
di acquisto con anticipato versamento del prezzo, era sensibilmente inferiore a
quello del momento dell’anticipazione, costituiva compensati da un interesse: a
questa istituzione aveva scritto allora noi dobbiamo tutto il giro del
nostro commercio, il quale dovendosi fare quasi senza moneta, poiché di questa
il Regno non è abbondante, senza la voce non si potrebbe raggirare. E,
nella nota XXI apposta all’edizione del 1780 del suo scritto, aveva solo
ribadito la necessità di fissare con giustizia le voci e deprecato la
negligenza dei magistrati provinciali nell’assolvere a questo delicato compito,
rilevando che le voci e i contratti su di esse fondati erano
indispensabili alla vita economica del Regno quando il Della moneta era stato scritto, per la deficienza di circolante e
la scarsità stessa di produzione agricola in quegli anni, mentre si poteva
anche pensare a una loro abolizione per un’epoca in cui il paese avesse
raggiunto un grado notevole di opulenza. Poi, in una consulta del dicembre
1782, tornava sull’argomento, raccomandando con energia anche maggiore la
giustizia e la onestà nella fissazione dei prezzi alla voce, e consigliando
anche di abolire i ricorsi per la revisione di essi, prassi che aveva
introdotto la Camera della Sommaria non seguendovi peraltro le regole, ma il
solo capriccio. Ma nella sostanza GALIANI continuava a ritenere il
sistema delle voci utilissimo e degno da mantenersi, essendo stato guastato da
malizia o da inconsideratezza... altro non vi è da fare se non che ristabilirlo
nel suo pristino antico vigore. Stabilire dunque pene severe contro quei
magistrati che per negligenza o corruzione favorissero con i prezzi delle voci
indebite speculazioni, e limitare anche tassativamente la usufruibilità del
prezzo di voce solo per quei contratti di anticipazione di denaro e
di accaparramento, ne’quali spontaneamente si è convenuto di ricever in
contracambio del denaro dato generi al prezzo della voce», vietando di
avvalersi del prezzo di voce «in ogni altro contratto o valutazione qualunque.
È un po’curioso che nel 1782 GALIANI dopo tanti anni di dibattito sui principi
fisiocratici, e dopo che al liberismo del commercio interno aveva anch’egli
ripetutamente mostrato di aderire, pur respingendo la totale libertà di
esportazione dei grani e ovviamente dissentendo circa la posizione
dell’agricoltura rispetto alle manifatture, manifestasse un così deciso favore
per un sistema tipicamente vincolistico come quello dei prezzi di voce.
Anche ove si tenga conto della funzione strumentale, e in fondo provvisoria,
che assegnava a quei contratti nel promuovere scambi di beni mediante
anticipazione a interesse, il pronunziamento dell’autore dei Dialogues per la fissazione di autorità
dei prezzi dei generi agricoli ad un valore che egli stesso definiva dell’8-10%
inferiore al prezzo medio effettivo non mancava, negli anni ottanta, di suonare
lievemente arcaico, di rivelare forse un’oscillazione fra le tendenze della più
moderna riflessione economica, che GALIANI aveva pur largamente recepito e
discusso durante il soggiorno parigino e in parte trasfuso nello stesso suo
libro del '70, e il contatto con una situazione economica nettamente arretrata
quale quella del Regno di Napoli, che egli sentiva e teneva in considerazione
con l’abituale realismo. Del resto questa sensibilità al carattere specifico
delle singole situazioni, alle particolari strutturazioni delle varie economie,
sembra in GALIANI accrescersi a seguito della conferma, che egli pensa di aver
ricevuto dai fatti, delle tesi antifisiocratiche dei Dialogues. Già nel 1773[73]
aveva scritto alcune considerazioni sull’annona di Genova. E aveva insistito
appunto su questa necessaria specificazione della considerazione economica. In
primo luogo, riprendendo la polemica con i quondam economisti, aveva
asserito che le teorie generali di questa scienza che i moderni
Francesi per somma ignoranza hanno chiamata economica, quando dovevano
chiamarla politica sono semplicissime, mentre l’applicarle domanda una
scienza immensa, profonda, sminuzzata di quel paese, a cui si voglia dar
consiglio. Poi, più costruttivamente, aveva parlato di Genova, non senza
premettere che i tre mesi in cui aveva risieduto nella città non erano forse
stati sufficienti a fargli acquisire appunto quella specifica conoscenza delle
sue condizioni che era necessaria per parlare e dar norme circa la sua
economia; ma in sostanza aveva teso a sottolineare che la situazione del
Genovese, paese non produttore di grano, che riceve integralmente dall’estero,
importa due fondamentali esigenze per quanto concerne il suo sistema frumentario:
in primo luogo l’assoluta libertà del commercio esterno dei grani, che qui
davvero non può nuocere alla produzione interna, che non esiste, e può solo
favorire quell’attività di traffici marittimi cui peculiarmente i genovesi sono
dediti; in secondo luogo la istituzione di quello che GALIANI chiama magazzino
di provvisione, ma non accompagnato da ciò che ordinariamente va sotto il
nome di annona, cioè la proibizione ai privati di esercitare la vendita e
l’acquisto di grano. A Genova tale magazzino, che nel suo scritto GALIANI,
facendo nella improvvisata stesura una certa confusione fra i due termini,
chiama anche di precauzione, dovrebbe essere solo una vasta quantità
[di grano] che il principe... incetta senza idea di guadagno, senza dritto esclusivo,
e solo ammannito per far fronte a’casi inopinati. L’utilità di questo
magazzino, diciamo così d’emergenza, sarebbe stata per GALIANI notevole in un
paese non produttore di grano come Genova, sia per portar sollievo immediato in
caso di carestia, sia per combattere i monipoli de’mercanti, che nasceranno
infallibilmente subito che cesserà il monipolio che faceva il principe per
mezzo dell’annona e che sarà accordata una intera liberta. Certo, poco di
nuovo sul piano della teoria portano queste consulte di GALIANI in materia di
economia e di amministrazione, come del resto si è potuto vedere anche da
quelle sul marco generale dell’oro e sui dazi della seta, pubblicate da
Alberto Caracciolo in appendice alla sua edizione del Della moneta. Nel senso così acuto dei diritti del particolare,
delle esigenze delle singole situazioni effettuali, ancor più acuto che nei
suoi due più notevoli trattati economici, l’empirismo di GALIANI si rivela
ormai decisamente più adatto alla prassi della politica economica e dell’amministrazione
che alla fondazione della scienza. È già sintomatico il tipo di
questioni più minute in cui l’abate in questi anni molto si affaticò, come le
singole vertenze economico-giudiziarie su cui fornì il suo parere, o come la
proposta[74] che
alla morte del primo ministro Tanucci, nel 1783, fece, di destinare i proventi
delle pensioni di cui il ministro aveva goduto in vita al finanziamento della
istituzione di due nuove ruote del Tribunale della Vicaria, composte di tre
giudici ciascuna - che in sé era certo una proposta corrispondente alle
necessità della sempre più carente amministrazione della giustizia nel Regno -;
ma il fatto è comunque che progressivamente la vena inventiva di GALIANI nel
campo della nuova scienza, e sia pure in quel senso critico che gli era
stato proprio, appare estenuarsi. Al posto dell’economista, empirista, critico,
financo talora bizzarro nel suo esasperato realismo, ma pur sempre portatore e
discussore di teorie economiche, troviamo sempre più l’amministratore. E, non c'è
ormai bisogno di sottolinearlo, un amministratore moderno e illuminato, aperto
alle esigenze di rendere più efficienti le norme regolantí la vita economica e
cìvile del Regno, ma non certo illuminista e, nel senso specifico della sua
età, riformatore. Non che Ferdinando GALIANI debba ormai considerarsi
chiuso in un ambito di funzionarismo praticista, lungi da ogni contatto con una
vita culturale di ampio respiro. A parte la curiosità. i rimpianti, le
brillanti divagazioni, le richieste d’informazione della corrispondenza
francese, basterebbe il secondo capitolo del Dialetto napoletano con la sua problematica di filosofia del
linguaggio per mostrare quanto quella immagine sarebbe indeguata, quali
aperture l’abate GALIANI continuò ad avere in direzione della più progredita
vita spirituale dei suoi tempi. Ma certo ormai questo filone diviene in lui un
pò secondario, quasi una evasione letteraria da quello che egli in fondo sente
essere il suo mestiere. E qui allora, su questo piano di consulenza e
suggerimento di una politica economica, non può negarsi che nell’attività di
GALIANI qualcosa ci sembra difettare nei confronti di un ben noto quadro, una
carenza che impedisce certamente a collocarlo anche qui sul piano di un
Genovesi e di un Verri, di un Beccaria e di un Filangeri, o anche più
modestamente di un Galanti: appunto lo spirito del riformatore, la sintesi
cosciente fra l’analisi critica e la proposta del nuovo. Convinto di aver
tracciato nei suoi principali scritti le linee di una politica economica originale,
moderna e insieme realisticamente flessibile, di nuovo ormai GALIANI propone e
discute ben poco. Non solo sul piano della politica generale e di riferimento
al moto ormai radicalmente eversivo delle lumières
francesi, ma anche proprio in rapporto al riformismo concreto, volto appunto
alla vita economica, e alle strutture amministrative dello Stato, che allora
produceva in Italia alcuni dei suoi maggiori frutti: non si trova eco nei suoi
scritti, in queste memorie e riflessioni inedite come nella corrispondenza, né
del riformismo leopoldino inToscana né nella dinamica, sommovitrice e spesso
controversa, ma comunque sempre altamente significativa azione del riformismo
asburgico in Lombardia al passaggio del potere da Maria Teresa a Giuseppe II.
Non è quindi sui problemi, che tanto in questi anni affaticano Filangeri e
Galanti, della feudalità, degl’intralci ch’essa apporta allo sviluppo economico
e alla libertà civile, dell’amministrazione della giustizia, del sistema
fiscale, insomma non è sulle più gravi piaghe della vita del Regno che possiamo
cercare analisi e suggerimenti nelle consulte di GALIANI. Ma piuttosto in
quelle questioni di attuazione di una politica d’incremento economico
nell’ambito del sistema stabilito, di cui si è visto alcuni esempi sia sul
piano esterno che su quello interno, o in altre controversie più minutc, dove
il sottile intuito di Ferdinando GALIANI sa fornire pareri assai fini. È un
GALIANI ben diverso dall’originale conversatore e scrittore, di cui ancora in
questi ultimi anni la «corrispondenza francese» ci serba qualche traccia; un
GALIANI pignolo e pedante nella cura della pubblica amministrazione, quasi
quanto lo conosciamo avaro e noioso nella gestione del proprio peculio: non
certo, peraltro, senza giustificazione se si pensa alla trascuratezza e
corruzione delle amministrazioni centrali e periferiche napoletane, delle quali
una consulta GALIANEA ci sa tracciare un esauriente quadretto nell’esempio
della Università di Castellamare, dove sembra che non si tenessero
distinte le spese ordinarie e obbligatorie da quelle straordinarie e
facoltative, il cassiere non presentasse regolarmente i conti, e il sindaco non
volesse avere tra i piedi il sovrintendente mandato dal governo, mentre proprio
i sovrintendenti son quelli che impediscono ai sindaci di rubare, e
dilapidare il peculio pubblico. Una sola volta, in queste sue consulte di
pubblico funzionario, si trova GALIANI portato a estendere il suo sguardo a una
considerazione più generale delle condizioni del paese: ed è in occasione di
una pubblica calamità che aveva colpito grandemente governo e popolazione del
Regno, e cioè il terremoto di Messina e della Calabria Ultra, del febbraio
1783. Di fronte al disastro il segretario
del Magistrato del Commercio non solo dà gli ovvi suggerimenti di misure di
emergenza per il ricovero e l’alimentazione dei sinistrati, la tutela della
salute pubblica, l’aiuto agli agricoltori in bestiame, sementi ecc.; e non solo
propone norme per la riedificazione delle case di abitazione e per facilitazioni
ai terremotati che avessero occupato parti di castelli o altri grandi
costruzioni pubbliche o baronali; ma arriva a consigliare di profittare del
momento per tracciare le linee di un nuovo sistema, il quale ponga
rimedio, oltre che ai danni contingenti del terremoto, alla miseria e
all’abbrutimento degli abitanti della Calabria Ultra. E fra le cause di questi
mali pone in primo luogo la prepotenza de' baroni e la soverchia
ricchezza delle mani morte. Una sensibilità riformatrice spunta così in
Machiavellino sull’eco tragica del grande sinistro naturale: anche se
l’ottimistica premessa secondo cui, nel 1783, dalla prepotenza de’baroni[75]
sono in gran parte liberate le altre province meno che questa Calabria
Ulteriore, fa apparire subito i limiti di tale riformismo galianeo.
Comunque è ancora un tratto della spregiudicata intelligenza di Ferdinando
GALIANI questo porre il dito sulla gran piaga del baronaggio, almeno quando
l’esame diretto di una particolare situazione gliene pone in evidenza i
contorni: fra Reggio e Catanzaro, sei soli baroni, i quali posseggono più di
settanta luoghi, ed un pezzo di paese, che ha quasi cinquanta miglia di
lunghezza sopra trenta e più di larghezza, tanto che ristretti in così
poco numero, e imparentati tra loro, è naturale che cotesti sei baroni sian
tanti regoli, essendo oltracciò di famiglic illustri antiche in que’feudi, e
decorate de’ primi onori della Corte. Non molto radicali e significativi
erano invero i provvedimenti proposti da GALIANI per porre rimedio a questa
situazione: come istituire una nuova udienza regia in Calabria, oltre
quella di Catanzaro, per tenere a freno le usurpazioni dei baroni e controllare
la giurisdizione dei loro tribunali, mettere ostacolo alla ricostituzione delle
manimorte, profittando dei danni che il terremoto ha portato a chiese, abbazie,
canoniche, nella cui ricostruzione il potere regio deve riserbarsi il potere
d’intervenire e dettar norme, facilitare con atto di governo l’estinsione delle
cambiali emesse nei luoghi terremotati, ecc. ecc. Non era evidentemente neppure un accenno di eversione
della feudalità, ma, al solito, un insieme di piccoli atti amministrativi o
legislativi, qui destinati ad attenuare i mali di una provincia, esasperati ora
dalle rovine del terremoto. Tale è Ferdinando GALIANI nella veste che in fondo
diviene la sua più vera e importante nei venticinque anni conclusivi della sua
vita: non gli si può chiedere la fede razionalistica o lo slancio riformatore
di molti suoi contemporanei, e fra essi in posizione eminente vari suoi
compatrioti, i quali dallo studio appunto dell’economia trassero l’insegnamento
della immediata necessità delle riforme; una fede e. uno slancio quali Machiavellino non ebbe mai, neppure
negli anni di quel soggiomo parigino che certo molti nostri riformatori
gl’invidiarono come fonte di esperienze uniche. E tuttavia, nella linea
coerente del suo personaggio, anche gl’insegnamenti del periodo francese non
andarono certo dispersí, proprio in questo finale sovrapporsi del funzionario
attento e acuto all’estroso letterato e al brillante causeur. Un GALIANI che aveva passato dieci anni nel bel mezzo
dello scontro fra le lumières e i
loro nemici e aveva autorevolmente interloquito nella contesa fra i fisiocrati
e i loro avversari, non poteva certo, rientrato in patria, essere ancora
soltanto un abate erudito, membro di varie accademie, o limitarsi a scrivere un
Socrate immaginario o anche un Del dialetto napoletano. Se, con la sua
mentalità e ormai sulla cinquantina, non poteva divenire quel riformatore che
non era stato un decennio prima in mezzo ai suoi amici philosophes, peraltro la sua equilibrata intelligenza, il suo gusto
empirico per la concreta realtà ne fecero un consigliere aperto e in fondo progressista,
un suggeritore di quel po’ di ammodernamento e snellimento della rugginosa
economia del Regno che il governo di Maria Carolina e di Acton poteva decidersi
ad abbozzare. Così, nell’ambito di questa linea ormai dominante della sua vita,
GALIANI, il pigerrimo abate di tanti quadretti letterari, evitò precisarnente
di cadere nella inerzia e pigrizia tipiche della tradizionale burocrazia
napoletana del non si può, che verso la metà del secolo Antonio Genovesi
aveva tanto efficacemente combattuto. La corrispondenza stessa con amici
italiani, se non ce lo rivela attento al significato d’insieme delle
eccezionali esperienze riformatrici toscana e lombarda, ce lo mostra peraltro
informato di singole iniziative o di particolari provvedimenti, che più potevano
piacere al suo gusto del tentativo graduale ed empirico. Da Celesia, da Genova,
negli anni settanta riceve continue informazioni circa gli esperimenti agricoli
che Domenico Grimaldi vuole effettuare nelle sue terre calabresi. Nel 1783
tiene una serrata corrispondenza col Mehus a Firenze, con Benedetto Stay a
Roma, con Giovan Battista Grimaldi a Genova, per seguire le reazioni al De’doveri de’ Principi neutrali da parte
dei governi e dei pubblicisti dei diversi Stati italiani. Nel 1786-87 ecco
Andrea Memmo informato ripetutamente, da Venezia, delle vicende della propria
carriera pubblica e del proprio personale patrimonio. Insomma, pur nel
diradarsi dei contatti epistolari, per naturale effetto del corso degli anni,
non è certo un GALIANI isolato, chiuso nel suo ambiente ufficiale, nel suo
piccolo mondo di cortigiani e di burocrati, quello che i suoi carteggi ci
mostrano fino agli ultimi anni della sua vita, anche dopo che nell’83 la morte
di Madame d’Épinay ridusse a ben poca cosa la sua corrispondenza francese.
Se la sua vita appare in complesso arida di elevati affetti e sprovvista di
grandi slanci ideali, la vitalità di Ferdinando GALIANI, il suo interesse
curioso per le cose del mondo, nelle loro particolarità fascinose, furono
motivi ben reali del suo temperamento, al di là della crosta di pigrizia
gaudente. Così, pur alla sua maniera bizzarra, egli trovò sempre in sé
l’energia per lavorare efficacemente alle cose che l’interessavano, in questo
non inferiore, per impegno e rigore critico, agl’illuministi suoi
contemporanei. E l’exploit della
rapidissima stesura dei Dialogues è
solo un episodio, il più noto e sorprendente. della sua capacità di lavoro,
quando era realmente stimolato da tutta la vivacità del suo carattere e dalla
smania della sua ambizione. Anche in questo, nei limiti che abbiamo
minuzziosamente cercato di ritrovare, GALIANI, spesso antilluminista e, dal '70
in poi, sempre antifisiocratico, fu però moderno, in linea con l’ansia
di conoscenza e di azione del secolo delle lumières.
Quasi a conferma del suo attaccamento alla vita e a ciò che in essa c’è da
fare, perfino quando nel 1785 fu colpito da apoplessia, Machiavellino reagì alla sua maniera: l’anno dopo si recò in Puglia
e nel successivo 1787 compié un lungo viaggio a Venezia, Modena e Padova. Era
da poco ritornato da questo soggiorno in alta Italia, gravemente infermo per il
gonfiore delle gambe e l’idropisia, e già smaniava per raggiungere la Corte a
Portici, per essere presente, per non restare indietro nel favore di Maria
Carolina e dell’Acton, sempre più padroni del governo. Ma GALIANI non poté
trattenersi nella residenza vesuviana di Ferdinando IV: subito il male lo
costrinse a tornare a Napoli, esortato in una lettera dalla ostentatamente
devota regina a riscattare i suoi errori con una fine cristiana. Mori il 30
ottobre di quel 1787.
[2] E nel
1736 sarà trasferito alla fiscalia di Lecce.
[3] Una
carica che univa attribuzioni da ministro dell’Istruzione, in primo luogo la
direzione dell'Università di Napoli, ed altre da ministro dei culti, sia per le cerimonie religiose della
corte sia per i rapporti con la
Curia di Roma.
[4] Ma Ferdinando conseguì il dottorato nella materia solo in
età matura, nel 1766, durante il suo soggiorno a Napoli, in licenza dall'incarico diplomatico parigino, quando la laurea in
diritto gli fu necessaria per la carica a consigliere del Supremo Magistrato
del Commercio.
[5] Che di
recente è stata interamente pubblicata, valendosi anche del precedente lavoro
del Nicolini Fausto, da Alberto Caracciolo in appendice alla sua edizione del Della Moneta.
[8] E tipico
in questo senso è lo scherzo antiaccademico dei Componimenti varii
per la morte di Domenico
Iannaccone
Carnefice della Gran Corte della Vicaria, raccolti e dati in luce da Giannantonio
Sergio Avvocato Napoletano, composto
nel 1749 insieme a Pasquale Carcani.
[9] Loria.
[10] Graziani.
[11] Einaudi.
[12] Schumpeter.
[13] O anche, come egli stesso si firma, Toccolino
de’Lapi.
[14] Fra l’altro l’Argelati morì
nel 1755 e il Dell’origine e del commercio della moneta e dell’instituzione delle zecche d’Italia dalla decadenza
dell’ Impero sino al secolo decimosettimo
del Carli, la cui prima parte era stata
pubblicata nel 1751, ma il cui completamento
l'editore voleva stampare appunto insieme al libro di GALIANI, sarà terminato solo nel 1761.
[16] Copia della lettera nei «Libros copiadore de la correspondencia» del Tanucci,
Marchese e primo ministro di Carlo III di Borbone.
[18] Conservati nello stesso fondo della B.S.N.S.P..
[20] ibid..
[22] Prelato della Curia, che avrà incarichi in Romagna.
[23] 3 maggio 1758.
[24] Da Roma, 7 febbraio 1755.
[25] Come gli scriveva il Valenti nell’agosto
1754.
[26] Di cui, in una lettera del 7 aprile 1760, ringrazia molto il Tanucci,
salvo poi, fin dal 2 giugno di quell'anno, iniziare una geremiade perché non
gli è stato corrisposto l’aumento di stipendio fin dal giorno della partenza
dell’ambasciatore.
[27] Concluso l’anno prima tra Francia e Spagna, e dal quale Tanucci tanto
fece per tener lontano il Regno di Napoli)
[28] Nelle Éphémérides du citoyen, a partire dal numero IX del 1767.
[29] Idem.
[30] 1 edizione, giugno 1767.
[32] Notice
abrégée des différents écrits modernes qui ont concouru en France à.former la
science de l'économie politique, a partire dal numero 1 del 1769 del periodico.
[33] Phisiocratie
ou Constitution naturelle du gouvernement le plus avantageux au genre humain, 1 edizione, 1767-68.
[34] Nella quale ultima materia, poi, da parte del re di Sardegna si
manifestava l'aspirazione, assai gradita a GALIANI e al suo ministro Tanucci, a
fungere da mediatore nell’accordo delle grandi potenze.
[35] Che il Nicolini ha ampiamente narrato nella sua edizione dei Dialogues.
[36] Relativa alla celebre fornitura di grano francese curata
truffaldinamente, come sopra si è accennato, dal console napoletano a Marsiglia
Hombrados, in occasione della carestia che colpì il Regno nel '64; scritta nel
1772 e dall'abate lasciata inedita, ma parzialmente pubblicata dal Nicolini
nell’Appendice seconda della sua edizione dei Dialogues.
[37] Pubblicata dal Nicolini nella Appendice terza dei Dialogues.
[38] lettera del 7 maggio 1764.
[39] Luigi XV.
[40] 1 aprile 1765.
[41] 22 dicembre 1766.
[42] In La Corsica nei carteggi del Tanucci, del GALIANI e del Caracciolo,
estratto da Archivio storico di Corsica,
nn. 3-4, luglio-dicembre 1927, p. 6)
[45] In Rivista storica italiana, LXXX, 1968, IV, pp. 854-909.
[46] Non è questo un uccidere, un estinguere il corpo gesuitico, è anzi un seppellire
decentemente un morto,
che giaceva per le strade esposto ai corvi e ai cani.
[48] Lettera del 26 settembre 1762.
[50] Venturi.
[51] Eppure quella indirizzata al suo ministro
è pressoché l'unica sua manifestazione epistolare
di questi anni
[52] Così come del resto gravare di limitata imposta i grani in uscita e quelli in entrata poteva già apparire la
conquista di un moderato realistico liberismo.
[53] Éphémérides du citoyen», 1770, II, p. 179.
[56] Firenze 1770.
[57] Novelle letterarie, n.
15, 13 aprile 1770, coll. 225-7.
[58] Desaint, 1770.
[59] Novelle letterarie, n.
51, 21 dicembre 1770, col. 816.
[60] Meditazioni sulla economia politica di Pietro Verri, Les économiques del Mirabeau, Première
introduction à la philosophie économique di Nicolas Baudeau, ecc.
[61] Una serie di lettere più o meno fittizie datate da Pistoia.
[62] Novelle letterarie,
n.18, 6 maggio 1774, coll. 276-9.
[63] Ma forse si tratta di un camuffamento del Lastri stesso.
[64] Novelle letterarie,
n.19, 13 maggio 1774, col. 293.
[65] I fisiocrati.
[66] 19 agosto 1775.
[67] Da essi Fausto Nicolini ha tratto la sua edizione parziale del 1909.
[68] Con uno sguardo filosofico sul fondamento della religione.
[69] In Rivista storica italiana, LXXX, cit., pp. 854-909.
[70] Ma dal 1777 avrà anche la carica di Presidente del Consiglio del Regio Demanio e dal 1784 quelle di
Assessore del Consiglio Supremo delle
Finanze e di Sopraintendente
al Fondo di separazione.
[71] Tanto più che quando circostanze favorevoli per un accordo sembravano
maturare è stato proprio Charles Gravier, conte di Vergennes, ministro degli
esteri francese, a lasciar cadere le trattative.
[72] ... è errore il credere che il solo oggetto di evitare i contrabandi,
che si commettono nelle Sicilie, e l’interesse delle Reali Finanze, sia stato
quello che ha mosso il Re a proporre l’abolizione totale dell’esenzione delle
visite. Tutt’altro ne è stato il motivo. Sua Maestà ha veduto il costante impegno
de’Fermieri di Provenza di attraversare e distruggere certo privilegio della
sua bandiera in Provenza. Ha veduto quanti e quanti uffizi di doglianze è
convenuto passarne alla Corte di Versaglies [sic]. Or niente è più contrario a
quella felice armonia e cordiale corrispondenza, che il Re vuol conservare col
Re cristianissimo suo cugino, quanto l’esser obbligato continuamente a passar
uffizi di querele e domande di raddrizzamenti di torti ricevuti. Un diritto che
non è fondato in altro che nella reciprocità non esisterebbe, non si può
sostenere senza esser forzati ogni volta ad intimare un reciproco trattamento,
e questa intimazione con qualsiasi giro di raddolcite parole si faccia, ha
sempre un tuono di rottura e di rappresaglia, disgustosissimo per il cuore di
S. M ....
[73] Il documento non è datato, ma l’epoca della sua composizione può
ricavarsi da una lettera con cui l’autore lo inviò a Giovan Battista Grimaldi
il 27 aprile 1773.
[74] Non immune dal finale sfogo di un astio alimentato dalla cattiva coscienza.
[75] Che fu un tempo lagnanza generale di tutto il Regno.
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